La voce del disagio del GabonAttraverso testi sospesi tra speranze e denunce politiche, il leader del duo hip hop Movaizhaleine invoca un cambiamento in un Paese dove le elezioni presidenziali sono una farsa istituzionale
La musica è da sempre un linguaggio aperto e malleabile, perfetto per essere utilizzato come “strumento” di comunicazione, come medium per lanciare messaggi di speranza e di protesta. Alcuni generi musicali sono nati per esprimere pensieri, disagi, critiche esistenziali o sociali, come il rap e l’hip hop, sorti all’interno della cultura urban degli afro-americani.
Se il rap è stato un fenomeno soprattutto diffuso negli ambienti Black statunitensi, l’hip hop, nato successivamente, si è imposto in modo radicale a partire dagli anni ’90, nelle città, così come nelle misere periferie di molte città africane, essendo uno dei mezzi più efficaci per parlare alla gente grazie all’intreccio di suoni e testi dai risvolti socio-politici. Molti gli artisti africani esponenti di un genere, l’hip hop, sempre più vitale, in continua evoluzione.
Basti ricordare i Black Noise, sudafricani di Città del Capo, fortemente critici nelle loro liriche contro il vecchio regime di apartheid, e poi ancora i gruppi senegalesi MC Lida, MC Solaar e Positive Black Soul, e i nigeriani JazzMan Olofin.
Negli ultimi anni, anche il Gabon può vantare un gruppo hip hop decisamente interessante, che si è imposto oltre i confini del Paese d’origine, soprattutto in terra francese (ex madrepatria del piccolo Stato dell’Africa occidentale). Si tratta del duo chiamato Movaizhaleine, fondato all’inizio dei Novanta da Lord Ekomy Ndong e Maàt Seigneur Lion, all’epoca semplici liceali. Nel 1994, hanno creato l’etichetta Zorbam Produxions per auto-produrre i loro dischi.
Il loro sound non è la solita imitazione di quello proveniente da oltreoceano, ma affonda le radici nelle melodie e negli strumenti tradizionali tipici del Gabon, come il mvet, cordofono simile a un’arpa. Nei testi, fortemente politici e impegnati, riecheggiano numerosi elementi del Bwiti, religione sincretista, diffusa soprattutto tra i popoli Babongo, Mitsogo e Fang del Gabon, in cui s’intrecciano animismo, culto degli antenati e Cristianesimo.
Un canto di speranza disattesoI risvolti politici dei testi scritti da Lord Ekomy Ndong si rivelano pienamente in alcune canzoni di forte impatto sonoro, come “300809”, un titolo apparentemente strano, che in realtà si riferisce a una data importante per la storia del Gabon, o almeno, avrebbe dovuto essere una data storica, ovvero il 30 agosto 2009. In quel giorno, dopo decenni di autocrazia imposta da Omar Bongo, in carica ininterrottamente dal 1967 sino alla sua morte, avvenuta l’8 agosto, si aprirono le elezioni presidenziali per stabilire, tramite voto popolare, chi sarebbe stato il suo successore.
Come era nei pronostici, ha vinto Ali Ben Bongo, figlio dell’ex dittatore. Quelle elezioni sono state avvolte da molte speranze rivolte a un profondo cambiamento politico. Con “300809”, s’invocano elezioni libere e trasparenti, affinché sia il popolo gabonese a scrivere le pagine della storia. Così non è stato. Quella giornata elettorale, iniziata con diversi ritardi nell’apertura dei seggi, in alcune città è sfociata in tafferugli, lanci di pietre, accuse, e in un tentativo di linciaggio di un presunto autore di brogli.
Pochi giorni dopo l’ufficializzazione della vittoria di Ali Ben Bongo, si sono verificati scontri tra soldati e i sostenitori dell’opposizione nelle strade della capitale Libreville. I manifestanti hanno colpito gli impianti del colosso petrolifero francese Total e della statunitense Schlumberger, oltre al consolato francese nella città. La rabbia è sfociata per il sentore di elezioni farsa, organizzate da Ben Bongo per garantire il passaggio di potere all’interno del clan familiare, che da decenni controlla dall’alto le redini dell’economia nazionale.
Parola d’ordine: “coscientizzare”
“Paese ricco, popolo povero” cantano i Movaizhaleine nel brano “Aux choses du pays”, incluso nell’album Mission Akomplie. Il Gabon è infatti un importante produttore di petrolio e di manganese, ed esporta legname pregiato, con uno sfruttamento intensivo di foreste incredibilmente ricche di biodiversità. Come ha scritto il giornalista Massimo Alberizzi: “I gabonesi, grazie ai proventi del petrolio, potrebbero essere ricchissimi. Invece la famiglia Bongo è l’unica a sprofondare nell’oro, mentre la popolazione (meno di un milione e mezzo di persone) vive in condizioni miserabili”. Di recente, in Gabon è stato scoperto un nuovo giacimento di manganese con riserve stimate in oltre 60 milioni di tonnellate. Il sito sarà sfruttato dalla multinazionale australiana BHP Billiton, che prevede di iniziare le estrazioni all’inizio del secondo semestre 2010. Al progetto partecipa anche la Compagnia mineraria dell’Ogooué, controllata al 25 per cento dal governo di Libreville. Forse i Movaizhaleine continueranno a cantare “Gabon, Paese ricco, popolo povero”.
Ma oltre allo spirito di protesta, il duo va avanti con iniziative concrete per “coscientizzare”, come affermano loro, le persone, attraverso concerti ed eventi, tra cui “la giornata dell’oralità”, organizzata per creare un ponte tra passato e presente, unendo la nuova cultura hip hop con quella tradizionale dei griot.
Silvia Turrin
Per approfondire:
Il sito ufficiale del duo Movaizhaleine (in francese)
Dischi consigliati:
- On Detient La Harpe Sacree, Tome I, Zorbam Produxions, 2005
- L’Afrikain, Lord Ekomy Ndong, Zorbam Produxions-Punik Prodxions, 2003
- Mission Akomplie, Zorbam Produxions-Keman, 2001
