Sul fume Niger, tra città leggendarie e minacce ecologiche

niger river p“Con enorme piacere vidi l’oggetto della mia ricerca, il maestoso e tanto anelato Niger, scintillare sotto i raggi del mattino. […] Mi affrettai a raggiungere l’argine e dopo essermi abbeverato rivolsi i miei appassionati ringraziamenti sotto forma di preghiera al Grande Governatore di tutte le cose per aver, infine, coronato i miei sforzi con il successo”.

Uno svizzero ricostruisce il percorso del fiume

Così scrive Mungo Park nel libro Viaggio all’interno dell’Africa (uscito nel 1799) divenuto all’epoca best-seller. Fu questo medico-esploratore scozzese il primo occidentale a compiere la navigazione di uno dei fiumi più imponenti del continente africano, il terzo per lunghezza. Grazie ai suoi resoconti - che testimoniano i due viaggi intrapresi nel 1795-1796 il primo, e nel 1805 il secondo - popoli, ambienti naturali e cittadine affacciate sulle rive del Niger vengono descritte attraverso lo sguardo incantato di un europeo.

Fu lui a rendere noto l’esatto percorso compiuto dal fiume, la cui sorgente è situata nelle foreste pluviali degli altipiani del Fouta Djalon, al confine tra Guinea e Sierra Leone. Mungo Park segnalò all’African Association (costituita nel 1788 in Inghilterra per promuovere l’esplorazione dell’Africa) la direzione lungo la quale il Niger scorre, verso est: arriva fino al cuore del Mali, lambisce la mitica Timbuctu, attraversa gli Stati del Niger e della Nigeria, compie poi un tratto serpeggiante in mezzo a mangrovie e zone coperte da giungla, dove disegna un delta intricato, ricco dal punto di vista sia naturalistico, sia di materie prime (petrolio e gas), per giungere infine nel Golfo di Guinea.

Seguendo il corso del Niger si entra nella storia di quelle terre bagnate dalle sue acque; si conoscono varie etnie capaci di alte espressioni artistiche, che hanno conservato antiche tradizioni; e ci si scontra con problemi che toccano l’ecologia e lo sfruttamento di enormi risorse minerarie. I nomadi Tuareg lo chiamano Gher-n-’Gheren, “il fiume dei fiumi”. Una denominazione che racchiude il ruolo centrale del Niger nell’Africa Occidentale non solo per l’ampiezza (è lungo circa 4180 km, con una portata media di 6000 m³/s), ma anche per la funzione fondamentale che riveste come arteria di comunicazione e di commercio per gli abitanti della regione. Non a caso, viene anche chiamato dalle popolazioni locali Djoliba, “Grande Fiume”.

Soprattutto in passato, quando i moderni automezzi su quattro ruote non erano ancora così diffusi, il Niger ha favorito incontri e scambi tra varie culture, trasformandosi in un punto di convergenza naturale raggiungibile da popoli sia vicini al suo alveo, sia lontani, provenienti dalle zone aride del Sahel.

Un mosaico di etnie e di città

Le città edificate sulle sue rive si sono trasformate in affollati e multicromatici mercati, brulicanti di vita e di odori di spezie, legno, pesce e frutta. Mopti, grande porto fluviale, soprannominata la Venezia del Mali, è un tripudio di bancarelle ed è crocevia di diverse etnie (Bozo, Peul, Bambara, Tuareg, Songhai), il cui ruolo si è consolidato durante il XX secolo, grazie alla favorevole posizione: intermedia rispetto Bamako e Gao - anch’essi importanti centri economici - e limitrofa alla falesia di Bandiagara, territorio dei Dogon.

A Mopti interessante è osservare la vita che si concentra lungo il porto, dove attraccano imbarcazioni provenienti dai vari villaggi situati a nord e a sud, cariche di prodotti locali: dalle lastre di sale di Timbuctu alle terrecotte di Kotaka. Diversi altri centri sono stati influenzati dal corso del Niger a livello storico ed economico. Gao, chiamata anticamente Kawkaw, già nel VI secolo era un insediamento di pescatori. Per la sua favorevole posizione diventò capitale dell’impero Songhai, poi via di comunicazione e di commercio tra i popoli del deserto e le culture della savana. Questo porto circondato da un mare di sabbia è abitato da varie etnie, principalmente Bambara e Songhai. Gao, al pari di Niamey, capitale dello Stato del Niger, ha avuto l’importante funzione di accogliere le carovane provenienti dal Sahara che trasportavano beni preziosi, come il sale (le famose Azalaï).

John Reader nel libro Africa. Biografia di un continente scrive: “Il fiume Niger fu una delle principali arterie della rete di distribuzione del sale sahariano. Timbuctu, situata là dove il Niger curva verso est, nel suo periplo intorno all’antico nucleo di roccia dell’Africa occidentale, era il punto di smistamento”. Un commercio durato in modo regolare, seppur ad un livello sempre più decrescente, sino agli anni Novanta del XX secolo. Sopravvive l’ultima grande via carovaniera, che da Timbuctu conduce alle leggendarie miniere di sale di Taoudenni, distanti quasi 750 chilometri.

Il Niger, in particolare nel tratto che collega Timbuctu a Djenne e a Gao, ha rappresentato una delle principali arterie di comunicazione e di trasporto. Nei tratti più facilmente navigabili e nelle città-portuali s’incontrano piroghe, piccole canoe e pinasse, le tipiche imbarcazioni della zona, dotate di motore, ideali per catturare con uno sguardo ravvicinato gli usi e costumi delle genti che vivono lungo questo vitale corso d’acqua. Anche se bisogna ricordare che questo Grande Fiume, come avverte Kira Salak nel libro d’avventura Il viaggio più difficile (Fbe edizioni, 2008), può infliggere punizioni o benedizioni per capriccio: “un attimo è calmo come una tavola piatta, l’attimo dopo si agita in onde e rapide”.

Il delta interno del Niger

Il Niger, tra piene e secche, rimane, come in passato, un crocevia per differenti popoli (Bambara, Bozo, Somono, Peul, Fulani e Tuareg), che hanno preferito l’incontro, anziché lo scontro. Il percorso del Niger è tortuoso. Attraversa savane e deserti, lambendo città i cui nomi sono ancora avvolti dal fascino di antiche leggende. Per circa 1400 chilometri scorre in terra maliana, formando a nord-est un’intricata diramazione di canali e paludi, chiamata “delta interno”.

Questa ampia pianura fluviale si trova ai margini del Sahara, nei pressi di Timbuctu, stretta fra l’altopiano di Bandiagara e gli erg. Nonostante la vicinanza dei venti e delle sabbie de fertile. Quando il fiume è alimentato dalle piogge stagionali, le sue acque in piena bagnano e si protendono sui terreni aridi. Da ottobre a dicembre, l’area diventa un immenso lago interno nel cuore del Sahel, trasformandosi in un dedalo di lagune, stagni e acquitrini accanto ai quali rimangono piccole strisce di terreno asciutto.

Grazie all’arrivo della stagione umida, la terra viene nutrita di preziosi elementi che al contatto con una vegetazione ormai in decomposizione favoriscono la crescita di alghe, piante acquatiche e di una rigogliosa flora, dominata da erbe chiamate bourgou, ideali per il pascolo del bestiame. L’arrivo della piena del Niger alimenta inoltre la produzione di riso, miglio e sorgo, oltre che il volume della pesca.

Il succedersi di popoli e civiltà

I primi insediamenti permanenti nel delta interno sono datati 500 a.C. Le vestigia più importanti della presenza umana sono le cosiddette tell, collinette antropiche, sulle quali sono stati rinvenuti diversi esemplari di vasellame. Si tratta di cocci di ceramica usati per il trasporto dell’acqua, per la cottura, per la conservazione di cereali. Secondo Mamadi Dembélé, che ha diretto l’Istituto di Scienze Umane di Bamako, la ceramica del delta interno del Niger è stata influenzata da diversi fattori: i contatti con il mondo arabo- berbero dopo l’introduzione dell’Islam, gli scambi transahariani, e l’esplorazione delle coste africane da parte degli europei, cui ha fatto seguito il commercio con gli stessi.

Oltre alla ceramica, diffusa grazie alla presenza di argilla, in quest’area del Mali antiche sono la lavorazione del ferro e la produzione di terrecotte, raffiguranti cacciatori-guerrieri, animali, uomini e donne al centro di rituali. Mamadi Dembélé sostiene che l’emergere dei grandi imperi del Ghana, Mali e Songhai tra i secoli VIII e XVI, e il fenomeno dell’urbanizzazione, sono stati strettamente legati all’esistenza del Niger e del suo delta interno, area in cui agricoltura, pesca e pastorizia si integrano a vicenda.

Di integrazione si può parlare anche a livello sociale, poiché le diverse etnie presenti nella regione - Bambara, Fulani, Tuareg, Bozo e Somono - hanno sviluppato proficue relazioni di scambio, dettate dalle rispettive specializzazioni lavorative, optando per rapporti stabili e pacifici. Una situazione non conflittuale che contrasta invece con l’altro ben più famoso delta del Niger, nel tratto finale del fiume situato in territorio nigeriano.

Petrolio e sangue


Dopo aver attraversato il Mali, il fiume Niger prosegue la sua corsa verso l’Oceano. Passa per l’omonimo Stato, per un breve tratto bagna il nord del Benin e poi entra nell’instabile Nigeria, una tra le nazioni più corrotte al mondo e tra le più ricche di giacimenti di idrocarburi, localizzati proprio alla foce del “Grande Fiume”. Per la ricca produzione di olio di palma che in passato caratterizzava la regione, il Delta del Niger è anche chiamato Oil Rivers, fiumi di olio.

Una definizione che calza a pennello ancora oggi, se si pensa che le ricchezze minerarie di questo ampio estuario e dell’area limitrofa hanno permesso alla Nigeria di diventare l’ottavo produttore mondiale di petrolio e il sesto all’interno dell’Opec. Si stima che le sue riserve petrolifere, almeno quelle conosciute, siano di circa 36 miliardi di barili. Ingenti sono anche i depositi di gas, valutati intorno a 5,21 trilioni di metri cubi.

Inquinamento e rifiuti tossici

Non sorprende quindi l’ingresso massiccio nel Paese delle più importanti multinazionali dedite allo sfruttamento e al commercio di idrocarburi, quali Shell, Chevron, Elf e Agip, principali partner della compagnia di Stato preposta a tale settore, ovvero la Nigerian National Petroleum Corporation. Nonostante questo immenso forziere di materie prime, il livello di povertà nell’area del Delta del Niger, paradossalmente, è più alto rispetto al resto della nazione; il tasso di analfabetismo è vicino al 50% e soltanto il 25% della popolazione può accedere al sistema sanitario.

Oltre allo sfruttamento delle risorse, i cui proventi vanno alle compagnie straniere e a ristretti settori privati e pubblici nigeriani, esiste un altro grave problema che ha un impatto negativo sia per l’ecosistema del Delta del Niger, sia per la popolazione: il cosiddetto gas flaring. Si tratta del gas naturale estratto e bruciato in loco dalle compagnie petrolifere. È un’attività illegale - considerate sia le leggi internazionali, sia quelle recentemente applicate dal governo nigeriano - che immette nell’atmosfera una pletora di gas serra.

Si stima che l’attuale gas flaring produca circa 70 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno. A questo inquietante fenomeno si aggiungono le fuoriuscite di petrolio da oleodotti spesso obsoleti e lo scarico di rifiuti che hanno danneggiato non soltanto il suolo, ma anche la qualità dell’acqua e dell’aria. Pesca e agricoltura, attività a cui era dedita la popolazione del luogo, non sono più praticabili considerato l’alto inquinamento dell’habitat.

I rifiuti tossici e gli scarti di lavorazione hanno creato discariche a cielo aperto, che causano epidemie diarroiche, tumori ai polmoni, malformazioni dei neonati, aborti spontanei. Dalla fine degli anni Cinquanta, sono stati costruiti oltre 5mila chilometri di oleodotti dalla Shell e dalla sua sussidiaria Spdc (Shell Petroleum Development Company), un reticolo di pipeline che sta mettendo a rischio una delle più importanti foreste di mangrovie del pianeta per la sua biodiversità.

Rivendicazioni per il controllo dell’oro nero

Già nel corso degli anni ’60, si registravano le prime proteste contro lo sfruttamento indiscriminato della regione del Delta del Niger, ma solo nell’ultimo decennio del XX secolo, le rivendicazioni non solo ecologiste hanno assunto toni più accesi. A contribuire alla nascita di un movimento volto alla tutela delle popolazioni del Delta fu la figura-simbolo di Ken Saro-Wiwa, drammaturgo e intellettuale, divenuto portavoce delle varie etnie oggetto di spoliazioni economiche e ambientali da parte delle multinazionali.

Rappresentò in particolare il popolo degli Ogoni attraverso la creazione del MOSOP, i cui obiettivi sono la tutela dell’ecosistema del Delta e l’autodeterminazione, con mezzi non violenti, del popolo Ogoni. Per le sue attività e dimostrazioni di protesta, Saro-Wiwa fu impiccato nel 1994, con l’accusa di aver ordito l’uccisione di alcuni presunti oppositori del MOSOP. Due anni dopo, Jenny Green, avvocato del Center for Constitutional Rights di New York, aveva avviato una causa contro la Shell per dimostrarne il coinvolgimento nell’esecuzione dell’intellettuale nigeriano.

Il processo, iniziato nel maggio 2009, si è concluso con l’immediato patteggiamento della Shell, i cui rappresentanti hanno preferito pagare un risarcimento di 15 milioni e mezzo di dollari (circa 11 milioni di euro), piuttosto che prendere parte ad un processo che li avrebbe costretti a testimoniare di fronte a un tribunale di New York.

Dopo l’omicidio di Ken Saro-Wiwa, le proteste delle popolazioni sono continuate, sfociando nella nascita, nel 2006, del Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (MEND), formazione che ha adottato una strategia violenta, con attentati agli oleodotti e rapimenti di personaggi legati alle compagnie petrolifere straniere operanti in Nigeria. I militanti del MEND si definiscono martiri per la costruzione della pace del Delta. Tra gli obiettivi a cui mirano vi è il trasferimento delle entrate dell’industria petrolifera nei fondi gestiti dalle comunità locali. In questo modo, i politici nazionali corrotti non avrebbero il totale controllo degli introiti dell’estrazione degli idrocarburi e il sistema delle tangenti ampiamente diffuso verrebbe ridimensionato.

Silvia Turrin, in Afriche n° 85

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