Gli ultimi narratori del popolo Kotokoli del Togo

narratori 2Finalmente si poteva cominciare. Per un motivo o per un altro, quest’anno, le veglie narrative erano sempre state rimandate. Una volta i narratori non erano pronti, un’altra volta la moglie di Arouna era all’ospedale, un’altra volta c’era una festa, un’altra ancora ero occupato io. L’appuntamento è per venerdì 13, alle 15 del pomeriggio.

Fine mattinata vado per la conferma. Trovo sotto gli alberi una serie di stuoie, con tanta gente. Yapo Awali si avvicina: è deceduto Agbandé, ieri sera, mi dice. Vado con lui ed alcuni altri a presentare le condoglianze alle vedove e alla vecchia madre. Forse quest’anno non faremo più nessun incontro. I narratori, una alla volta, se ne vanno.

Il nome d’arte di Agbandé era: to na boto: “parla che risolveremo il problema”. Lo scomparso è al centro della prima foto, con una bimba in braccio. È sempre lui ritratto nelle altre due foto, in due pose durante le sedute narrative.

Per ricordare questo maestro vi trascrivo qui sotto un testo del grande intellettuale e studioso dell’oralità africana Hampaté Bah.
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“Se ho un consiglio da darti, ti dico: Apri il tuo cuore e soprattutto vai alla scuola del Camaleonte. È un grande maestro. Osservalo bene e vedrai che cosa è il Camaleonte.

Innanzitutto quando prende una direzione, il Camaleonte non devia mai, non cambia mai rotta. Abbi un obbiettivo preciso nella tua vita, e che nulla ti allontani da questo obiettivo.

E cosa fa il Camaleonte? Non gira mai la testa, è il suo occhio che fa roteare. Quando incontrerai un Camaleonte, osservalo e vedrai, è il suo occhio che gira: guarda in alto, guarda in basso... Questo significa: informati, non credere di essere la sola persona che esista sulla terra, c’è tutto l’ambiente attorno a te.

Il Camaleonte quando arriva in un posto prende il colore del luogo. Non è ipocrisia, è innanzitutto tolleranza, e poi saper vivere. Urtarsi gli uni gli altri non serve a nulla, non si è mai costruito nulla litigando. La rissa distrugge, la mutua comprensione è un grande dovere, bisogna sempre cercare di comprendere il nostro prossimo. Se noi esistiamo dobbiamo ammettere che anche lui esiste.
E cosa fa ancora il Camaleonte? Quando alza il piede dondola. Bisogna sapere che i due piedi posti a terra non affondano. In seguito depone gli altri due. Poi si alza e dondola ancora: questo significa prudenza nel cammino.
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E la sua coda è prensile, l’aggancia. Non si sposta così a caso, l’aggancia perché caso mai dovesse affondare davanti, rimanga sospeso. Questo significa assicurarsi le retrovie: non essere imprudente.

Cosa fa il Camaleonte quando vede una preda? Non si precipita, ma lancia la sua lingua, è la lingua che va a cercare la sua preda. Perché non è l’insignificanza della preda che ti assicura che non può farti morire.

Dunque lancia la sua lingua, se questa può riportare la preda, la riporta, tranquillamente... altrimenti ha sempre la possibilità di riprendere la sua lingua e di evitare il peggio.

Vai dunque con calma in tutto quello che fai. Se vuoi costruire qualcosa di duraturo, sii paziente, sii buono, sii vivibile, sii umano.

Ecco quello che il Camaleonte ti insegna. Se attraversi la foresta africana, se incontri un iniziato, ecco, ti racconterà il “paragrafo” del Camaleonte.”

P. Silvano Galli


Kolowaré (Togo), 16-03-2010


 

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