Delta del Nigeria: guerriglia per il petrolio

nigeria mend5Il Delta del Niger è una rete di estuari tropicali sulla costa meridionale della Nigeria che sfociano nel golfo di Guinea. L’area è molto popolata e ricca di “greggio leggero”, un petrolio che grazie al suo basso contenuto di zolfo e di idrogeno è più facile da raffinare e quindi è molto ricercato sui mercati delle materie prime.

La Nigeria è l’ottavo esportatore mondiale di petrolio e tre quarti delle risorse del paese vengono da lì. Ma il Delta del Niger è soprattutto una zona povera, inquinata e violenta, diventata scenario di una guerra civile a bassa intensità tra il governo e i ribelli del Mend, il Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger.

Insieme ad altri giornalisti nella base del Mend

Negli ultimi anni il Mend si è imposto all’attenzione del mondo con i rapimenti dei dipendenti delle industrie petrolifere che operano nella regione, i sabotaggi degli oleodotti e gli scontri a fuoco con i soldati dell’esercito nigeriano. E sembra che anche i suoi militanti facciano fortuna vendendo il petrolio che rubano. Sono andato nel Delta insieme a una troupe mista olandese e americana per conoscere e il mare i ribelli del Mend. In poco tempo i nomi dei vari combattenti (Boyloaf, Tompolo, Ateke Tom) mi sono diventati familiari, come se fossero quelli di celebrità locali degli stati nigeriani del Delta, del Rivers e del Bayelsa.

Una delle prime indicazioni me l’ha data un regista che era lì per girare un documentario e si vantava di aver trascorso due settimane in un carcere nigeriano, dove era stato costretto a ingoiare la carta sim del suo cellulare per evitare che la polizia potesse recuperare i suoi contatti. “Potresti parlare con Asari, anche se ormai è stato messo da parte”, mi ha detto riferendosi ad Alhaji Dokubo Asari, uno dei pionieri della resistenza armata nel Delta, che nel 2004 aveva fondato la Forza dei volontari del popolo del Delta del Niger.

nigeria mend4Dopo aver parlato con lui ho cominciato ad avere la sensazione che il mio viaggio nel Delta fosse diventata un’avventura ecoturistica. La nostra regista ci aveva detto: “Sappiate che in questo viaggio rischiate di morire o di essere rapiti. Ricordatevelo sempre”. L’aveva ripetuto varie volte con una specie di euforia maniacale. Senza voler mettere in dubbio la sua sincerità, non potevo fare a meno di sospettare che esagerasse per alimentare la sua eccitazione e il nostro spirito d’avventura. In tutte le conversazioni che ho avuto con vari nigeriani e con altri occidentali che vivevano lì, nessuno mi ha mai detto che rischiavo di essere sequestrato o ucciso.

Era più probabile che potessi morire investito a Lagos dove il traffico era infernale. E in effetti nella periferia della città mi è capitato di vedere un cadavere maciullato vicino al quale le automobili sfrecciavano schizzando polvere sulle ferite.

Sunny, il nostro contatto con i ribelli

Sunny, il nostro contatto a Warri, una città nello stato del Delta, è originario del posto. Era fuggito nei Paesi Bassi durante gli anni dell’università, dopo che nel 1995 il dittatore nigeriano Sani Abachi aveva ordinato l’impiccagione del militante pacifista Ken Saro-Wiwa.

Dopo oltre dieci anni Sunny è tornato nel suo paese per fare l’attivista con una proposta ambiziosa per la soluzione del conlitto nel Delta. Gli anni trascorsi nei Paesi Bassi nel frattempo gli hanno fatto bene: è robusto, ha il pizzetto e molti anelli ai mignoli. È un piccolo boss di etnia urhobo che ha fatto strada. Quando si filma in Nigeria è indispensabile sapere a chi bisogna dare le bustarelle. Anche Sunny stava girando un film sul suo ritorno in patria e sapeva esattamente a chi rivolgersi.

Grazie alle sue indicazioni, da quando siamo atterrati a Lagos, le nostre mosse erano state agevolate da decine di strette di mano amichevoli con dentro manciate di naira nigeriani. Insieme a Sunny c’è sempre stato il suo cameraman, un olandese di nome Jandries che ha trascorso molto tempo in Africa orientale facendo il fotografo. Jandries è stato a lungo in Kenya, parla correntemente lo swahili e su un polpaccio conserva i segni delle sue avventure: gli hanno sparato sia in Somalia sia in Serbia.

Posato e professionale, mantiene la calma fumando continuamente tabacco Bali Shag. Ha 5 figli, a Rotterdam e a Nairobi, e fa il padre a cavallo tra i due continenti. Mi ha detto di essersi innamorato dell’Africa già la prima volta che c’è venuto e di aver deciso di rimanerci. E mi ha avvertito che anch’io, alla fine, non me ne sarei più andato.

A tutta velocità su di un motoscafo


nigeria mend3Siamo saliti su un motoscafo che percorreva le insenature del Delta a tutta velocità. L’Escravos, il fiume salmastro che attraversa il sud della Nigeria, ribolliva sullo sfondo sfocato delle mangrovie che punteggiano le acque del Delta. Dopo un viaggio di due ore e mezza a novanta chilometri all’ora siamo arrivati davanti all’accampamento del Mend. Ci avevano già avvertito di quello che sarebbe successo subito dopo. Prima avremmo sentito dei colpi di arma da fuoco. Poi i combattenti del Mend sarebbero comparsi a bordo dei loro motoscafi per dare prova delle loro capacità militari e della loro abilità nel fare manovra in acqua.

Ci avevano detto di non aver paura e di non filmarli. Abbiamo raggiunto un molo di legno traballante, siamo scesi e siamo stati accolti da una quindicina di combattenti. Alcuni oziavano all’ombra in mutande, pavoneggiandosi, bevendo birra e fumando spinelli. Soffocati dal caldo e dall’umidità, si sventolavano guardandoci da dietro gli occhiali scuri. Molti di loro erano coperti di cicatrici di ogni dimensione. All’inizio sembravano indifferenti alla nostra presenza.

Poi, quando le telecamere hanno cominciato a riprenderli, si sono preparati per andare in scena: hanno indossato cappucci esotici e maschere e hanno sfoggiato tutti i loro accessori, fra cui alcune cinture firmate. Sembravano una boy band di militanti che non vedevano l’ora di affrontare il mondo. Per entrare nell’accampamento abbiamo superato un muro di cinta molto alto, sorvegliato da uomini armati con lo sguardo torvo. Subito dopo siamo stati accompagnati in una casetta bassa proprio accanto all’edificio principale.
L’interno somigliava molto a quello di una casa borghese americana: c’erano un bar fornitissimo di liquori di marca, un frigorifero enorme pieno di birre, un tavolo da biliardo, un condizionatore d’aria formato industriale e in ciascun angolo della stanza un televisore a schermo piatto che trasmetteva di continuo uno speciale sul Mend realizzato poco tempo prima dalla Cnn. Eravamo un po’ a disagio mentre guardavamo le immagini mute del servizio girato dalla giornalista Lisa Ling, che insieme alla sua troupe aveva percorso le stesse tappe del nostro viaggio in motoscafo.

In piedi, vicino al bar, alcuni uomini bevevano birra in lattina. Sunny ci ha presentato e ci siamo subito scambiati tutti i tipi possibili di saluto, dalla normale stretta di mano, al “cinque”, ino al pugno contro pugno. Molti dei militanti del Mend erano ragazzi sui vent’anni: i più anziani dovevano aver passato da poco i quaranta. Ci hanno trattato amichevolmente facendoci sedere su sedie moderne e scomode e versandoci birra in continuazione.

Parla Boyloaf, il capo

nigeria mend2Poi hanno fatto girare dei vassoi con degli enormi stufati di pollo che sono stati sicuramente il miglior pasto che ho consumato in Nigeria. Mentre aspettavamo che arrivassero gli altri, due dei ragazzi che ci servivano da mangiare hanno inforcato occhiali scuri e si sono coperti la parte bassa del volto con delle bandane. Un tipo che era rimasto a fumare vicino al bar lanciandoci occhiate scettiche si è calato sulla testa un passamontagna mimetico, ha indossato un gilet con una decalcomania del Mend, ha imbracciato una 9 millimetri ed è venuto a presentarsi.

Era Boyloaf, uno dei principali leader del Mend, autoproclamatosi generale dell’organizzazione. Boyloaf è calvo e robusto, ma diffidente come i combattenti più giovani. Mentre preparavamo l’attrezzatura per le riprese ci ha chiesto a bassa voce se volevamo intervistarlo mentre giocava a biliardo. I cameramen si sono rifiutati e Boyloaf allora ha chiesto di farsi riprendere affiancato da due dei suoi assistenti con in mano i fucili tenuti come chitarre elettriche.

Davanti alle telecamere, Boyloaf si è lanciato in una lunga tirata polemica in cui ha ripetuto molte cose che già sapevamo: ha accusato i militari nigeriani di gran parte dei furti di petrolio che si verificano nel Delta e ha presentato il Mend come un gruppo di ambientalisti disciplinati che opera sotto la guida di Egbesu, il dio della guerra delle comunità ijaw.

Boyloaf era consapevole di essere di fronte a una telecamera e di avere la possibilità di esibirsi: ha cominciato a fare lo spaccone, si è esaltato, si è messo a gridare con voce stridula che gli piaceva uccidere i soldati della Joint task force nigeriana e ha detto che Egbesu rendeva invincibili in battaglia lui e i suoi compagni di lotta. Poi ha cambiato discorso. “Ammiro Nkunda. Quell’uomo ha fatto un ottimo lavoro”.

“È impossibile credere nello stato nigeriano”

Si riferiva a Laurent Nkunda, il generale congolese ribelle di etnia tutsi che durante la guerra del Kivu , nel 2004, aveva abbandonato le forze armate di Kinshasa per stabilirsi nella regione del Nord Kivu. Qui aveva creato il Congresso nazionale per la difesa del popolo. Con il suo esercito, Nkunda aveva combattuto in difesa della minoranza tutsi perseguitata dagli attacchi degli hutu ruandesi che dopo il genocidio si erano rifugiati nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo.

Poi nel gennaio del 2009 Nkunda è stato arrestato durante un attacco congiunto delle forze armate ruandesi e congolesi. Ho pensato che Boyloaf avesse fatto una gaffe. Aveva paragonato l’attività del generale Nkunda, che ha guidato truppe tristemente famose per gli stupri di massa, gli arruolamenti forzati di bambini-soldato e le stragi occasionali nei villaggi, con il Mend, che pur essendo un gruppo armato finora non ha mai compiuto atrocità nei confronti della popolazione civile.

Quando Sunny gli ha fatto una domanda sulle trattative con Abuja, Boyloaf ha espresso il suo disprezzo per lo stato nigeriano, e anzi per l’idea stessa di Nigeria. “È impossibile credere nello stato nigeriano. La Nigeria è un imbroglio. Lo sanno tutti che non è uno stato: è un’industria”. Poi ha definito il suo paese una macchina per fare quattrini lasciata dagli ex colonizzatori britannici in eredità alle due etnie storicamente dominanti, hausa e yoruba. Alla fine dell’intervista Boyloaf ci ha fatto vedere un dvd, un video amatoriale che documentava le varie forme di inquinamento nell’ecosistema del delta.

Un groviglio difficile da sbrogliare

nigeria mendIl conflitto nel Delta del Niger è un groviglio difficile da sbrogliare, fatto di violenza, miseria e corruzione. I militanti del Mend accusano il governo di accaparrarsi i proventi petroliferi senza dare niente in cambio, a parte gli abusi di potere e i danni ambientali causati dall’attività estrattiva. Per il governo federale della Nigeria, invece, i ribelli sono dei banditi opportunisti che si appropriano delle risorse locali e strumentalizzano la povertà del Delta per contrabbandare il petrolio rubato. Probabilmente entrambi hanno ragione.

In Nigeria la corruzione è parte integrante della vita pubblica, perciò è difficile dare una definizione precisa di criminalità. Dall’indipendenza, ottenuta nel 1960, fino al 1999, l’anno in cui è stato eletto il presidente Olesegun Obasanjo, la storia nigeriana è stata un susseguirsi di colpi di stato e di governi autoritari. Ma anche nel corso degli ultimi dieci anni, che rappresentano la più lunga fase di democrazia mai conosciuta dal paese, la politica nigeriana è stata caotica e contrassegnata da elezioni truccate e turbate dalle violenze.

Le richieste più frequenti del Mend sono “federalismo vero” e “federalismo fiscale”. Ma tutti sanno che la tragedia del Delta del Niger è da attribuire tanto alla corruzione del governo federale quanto a quella delle amministrazioni locali. In altre parole le società petrolifere che operano nella regione corrompono sia gli amministratori regionali sia quelli federali e il ricavato del petrolio finisce nelle tasche di entrambi. Ma come accada tutto questo rimane quasi un mistero: se si chiede a dieci nigeriani di dare una spiegazione del conflitto nella regione del Delta si ricavano dieci scenari diversi di corruzione.

Le domande che tutti si pongono rispetto ai ribelli del Mend – e cioè se siano autentici combattenti per la libertà o piccoli criminali – svaniscono quando si arriva sul posto. Il Delta del Niger è un luogo infernale e non c’è azione criminale del Mend che possa offuscare due dati di fatto innegabili: le responsabilità delle multinazionali e la negligenza e l’avidità degli amministratori locali. Il conflitto del Delta è un inferno in cifre. Nell’ecosistema della regione si sono riversati quasi 400 milioni di litri di petrolio.

Amnistia e tregua

Il 75 per cento delle risorse di gas naturale è stato bruciato in centinaia di esplosioni che hanno devastato tutta la zona provocando piogge acide e causando malattie mortali tra la popolazione. Nell’agosto del 2009 il governo nigeriano ha annunciato un’amnistia per i combattenti del Delta del Niger disposti a deporre le armi entro sessanta giorni. Molti militanti del Mend hanno accettato la proposta del presidente Umaru Yar’Adua e a ottobre hanno dichiarato il cessate il fuoco per cominciare ad avviare dei negoziati con le istituzioni.

Ma alla fine del gennaio di quest’anno un nuovo comunicato dell’organizzazione ha annunciato la fine della tregua, visto che le trattative avviate con la presidenza sono state interrotte il 23 novembre, dopo il ricovero di Yar’Adua in un ospedale saudita. Molti nigeriani, che dopo decenni di dittature hanno perso ogni fiducia nel governo, erano scettici in dall’inizio e sostenevano che l’amnistia sarebbe stata un banale scambio di armi e denaro solo per premiare i violenti, senza prestare la minima attenzione alla miseria delle comunità del Delta.

I movimenti militanti che si sono sviluppati in questa zona sono numerosi, ma grazie a Henry Okah, il Mend è quello che ha avuto vita più lunga e ha conquistato maggiore visibilità. Il mito di Henry Okah, il leader dell’organizzazione, è nato dai mille racconti delle sue incredibili imprese militari. La leggenda è stata alimentata anche grazie alla lontananza: Okah viveva in Sudafrica già prima del suo arresto, avvenuto nel 2007.

Quando è stato arrestato il capo del Mend il governo federale della Nigeria, invece, i ribelli sono dei banditi opportunisti che si appropriano delle risorse locali e strumentalizzano la povertà del Delta per contrabbandare il petrolio rubato. Probabilmente entrambi hanno ragione. In Nigeria la corruzione è parte integrante della vita pubblica, perciò è difficile dare una definizione precisa di criminalità. Dall’indipendenza, ottenuta nel 1960, fino al 1999, l’anno in cui è stato eletto il presidente Olesegun Obasanjo, la storia nigeriana è stata un susseguirsi di colpi di stato e di governi autoritari.

Le responsabilità delle multinazionali e la negligenza e l’avidità degli amministratori locali

Ma anche nel corso degli ultimi dieci anni, che rappresentano la più lunga fase di democrazia mai conosciuta dal paese, la politica nigeriana è stata caotica e contrassegnata da elezioni truccate e turbate dalle violenze. Le richieste più frequenti del Mend sono “federalismo vero” e “federalismo iscale”. Ma tutti sanno che la tragedia del Delta del Niger è da attribuire tanto alla corruzione del governo federale quanto a quella delle amministrazioni locali. In altre parole le società petrolifere che operano nella regione corrompono sia gli amministratori regionali sia quelli federali e il ricavato del petrolio finisce nelle tasche di entrambi.

Ma come accada tutto questo rimane quasi un mistero: se si chiede a dieci nigeriani di dare una spiegazione del conflitto nella regione del Delta si ricavano dieci scenari diversi di corruzione. Le domande che tutti si pongono rispetto ai ribelli del Mend – e cioè se siano autentici combattenti per la libertà o piccoli criminali – svaniscono quando si arriva sul posto. Il Delta del Niger è un luogo infernale e non c’è azione criminale del Mend che possa offuscare due dati di fatto innegabili: le responsabilità delle multinazionali e la negligenza e l’avidità degli amministratori locali. Il conflitto del Delta è un inferno in cifre.

Nell’ecosistema della regione si sono riversati quasi 400 milioni di litri di petrolio. Il 75 per cento delle risorse di gas naturale è stato bruciato in centinaia di esplosioni che hanno devastato tutta la zona provocando piogge acide e causando malattie mortali tra la popolazione. Nell’agosto del 2009 il governo nigeriano ha annunciato un’amnistia per i combattenti del Delta del Niger disposti a deporre le armi entro sessanta giorni.

Molti militanti del Mend hanno accettato la proposta del presidente Umaru Yar’Adua e a ottobre hanno dichiarato il cessate il fuoco per cominciare ad avviare dei negoziati con le istituzioni. Ma alla fine del gennaio di quest’anno un nuovo comunicato dell’organizzazione ha annunciato la fine della tregua, visto che le trattative avviate con la presidenza sono state interrotte il 23 novembre, dopo il ricovero di Yar’Adua in un ospedale saudita.

Molti nigeriani, che dopo decenni di dittature hanno perso ogni fiducia nel governo, erano scettici in dall’inizio e sostenevano che l’amnistia sarebbe stata un banale scambio di armi e denaro solo per premiare i violenti, senza prestare la minima attenzione alla miseria delle comunità del Delta. I movimenti militanti che si sono sviluppati in questa zona sono numerosi, ma grazie a Henry Okah, il Mend è quello che ha avuto vita più lunga e ha conquistato maggiore visibilità.

Il mito di Henry Okah


Il mito di Henry Okah, il leader dell’organizzazione, è nato dai mille racconti delle sue incredibili imprese militari. La leggenda è stata alimentata anche grazie alla lontananza: Okah viveva in Sudafrica già prima del suo arresto, avvenuto nel 2007. Quando è stato arrestato il capo del Mend si trovava in Angola ed è stato catturato e imprigionato per traffico d’armi. Poi è stato estradato in Nigeria e di nuovo incarcerato dal governo in una prigione segreta, con l’accusa di tradimento e contrabbando di armi.

La scarcerazione di Okah, che già da tempo soffriva di una grave malattia renale, è stata per due anni la principale richiesta del Mend. Nel luglio del 2009 Okah è stato liberato. Il portavoce del Mend, Jomo Gbomo, l’ha definito “un militante ambientalista attento ed estremamente generoso”. Per questo motivo, secondo Gbomo, i militanti gli sono rimasti fedeli negli anni.

Le perdite umane provocate dagli attacchi del Mend sono state sempre piuttosto contenute, perché i bersagli del gruppo non sono le persone ma le cose: oleodotti, stazioni di pompaggio a terra e collettori. Per far tremare i prezzi globali del petrolio, infatti, bastano le minacce di attaccare le multinazionali, e il Mend ne è perfettamente consapevole. Alcuni sostengono che i ribelli abbiano la capacità di bloccare almeno un terzo della produzione petrolifera della Nigeria.

E Boyloaf, dopo l’intervista, ha rivendicato con orgoglio il raid compiuto nel giugno del 2008 contro la piattaforma offshore di Bonga, che per più della metà è di proprietà della Shell: quell’attacco ha ridotto del 10 per cento la produzione di greggio anche se solo per breve tempo. La capacità di resistenza del movimento è attribuita alla sua struttura decentrata.

Non un’organizzazione ma un’ideologia condivisa da molti gruppi

Non diversamente da Al Qaeda, il Mend non è un’organizzazione costituita da un numero preciso di persone, ma un’ideologia condivisa da molti gruppi. Per questo, dopo un rapimento o un’azione di perforazione degli oleodotti, qualsiasi gruppo può rivendicare la sua appartenenza al Mend. Il successo del movimento deriva dalla combinazione di una forza militare agguerrita, unita a quella che può essere deinire una strategia di marketing combattiva.

“Il Mend desidera attirare la sua attenzione sulle violenze in atto in questa regione della Nigeria ricca di petrolio, che stanno provocando una crisi così grave che al confronto la situazione del Darfur rischia di sembrare un gioco da ragazzi”. Con queste parole l’organizzazione si è rivolta a George Clooney per chiedere sostegno per la sua causa.

Comunicati stampa diffusi via e-mail

Le mosse del Mend per dare risalto internazionale alla battaglia che porta avanti sono la risposta a un certo atteggiamento che l’occidente ha sviluppato nei confronti dell’Africa negli ultimi anni. Lo sciopero della fame di Mia Farrow in segno di protesta per le vittime dei massacri in Darfur è un esempio del fatto che la visibilità assunta da alcune situazione di crisi in Africa è arbitraria e spesso tardiva. Perciò anche il Mend ha tentato di improvvisare una campagna di pubbliche relazioni attraverso una serie di comunicati stampa scritti dal fantomatico portavoce Jomo Gbomo e diramati via email.

Le parole di Gbomo continuano a circolare su internet. Il suo personaggio impertinente e ironico è un incrocio tra un provocatore online e un artista della truffa. “Signor Presidente”, ha scritto Gbomo in una lettera indirizzata a George W. Bush, “dopo l’11 settembre lei ha preso posizione. Adesso noi stiamo soltanto imitando un leader che ammiriamo molto”. Gbomo ha anche il compito di filtrare le rivendicazioni degli attacchi e stabilire quali gruppi possano essere affiliati al Mend.

Nell’estate del 2008, quando sono stati rapiti due dipendenti tedeschi dell’industria petrolifera Julius Berger, Gbomo ha smentito subito il coinvolgimento del Mend. Poco dopo ha diffuso un altro comunicato in cui sosteneva che la sua organizzazione, con una coraggiosa operazione di salvataggio, aveva liberato gli ostaggi. Ho chiesto via email a Jomo Gbomo quale sia l’origine del suo nome.

“Jomo Gbomo è come dire Primula rossa”, mi ha risposto, richiamandosi al protagonista dei romanzi inglesi di primo novecento della baronessa Emma Orczy. Il Mend ama mettersi in scena e parlare all’occidente usando i simboli della cultura popolare. In questo modo è riuscito ad attirare l’attenzione mescolando atteggiamenti minacciosi e vittimistici, ferocia e martirio. La nostra visita nell’accampamento del Mend è stata l’occasione per riflettere sull’atteggiamento che l’occidente assume nei confronti dell’Africa.

Quella a cui abbiamo assistito è stata una parodia delle nostre fantasie e delle nostre rappresentazioni del continente diviso in pericolo e miseria. L’obiettivo era di inviare alla comunità internazionale un messaggio molto preciso: “Venite qui per combattere contro i militanti, restateci per combattere la miseria: quello che conta è che non vi dimentichiate di noi”. Dopo un po’ ci siamo staccati dalla riva per osservare dal largo i militanti del Mend che si esibivano nelle loro imprese.

Grande dimestichezza con i motoscafi

Due barche cariche di combattenti si sono avvicinate a noi per offrirci una bella messa in scena: cantavano, gridavano e facevano acrobazie con i loro motoscafi di plastica lanciati a tutta velocità per farci capire quanto potrebbe essere pericoloso subire un attacco del Mend. Quello che spaventa anche la Joint task force nigeriana è proprio la loro dimestichezza nel manovrare i motoscafi.

Mentre il resto della troupe era a prua e filmava, io sono rimasto a poppa dell’imbarcazione, scattando qualche foto ogni tanto. Seduto accanto a me c’era un giovane combattente del Mend, armato e a volto scoperto, che lanciava occhiate sospettose alla mia macchina fotografica. Dopo un po’ mi sono girato verso di lui e ha sorriso, imbarazzato, tappandomi l’obiettivo con un gesto superstizioso della mano.

Alla fine si è avvicinato e mi ha chiesto a bassa voce come mi chiamavo. Gli ho detto il mio nome e poi gliel’ho ripetuto. “Me lo scrivi?”. Il ragazzo ha tirato fuori dalla sua tasca una banconota da un naira tutta spiegazzata e me l’ha data. Poi gli ho ridato la banconota e lui ha letto il mio nome ad alta voce. “Io sono Blausson”, mi ha detto come se mi stesse facendo una preziosa rivelazione. Anche lui ha scritto il suo nome sul naira a lettere maiuscole. Poi mi ha chiesto il numero di telefono e quella richiesta mi ha preso in contropiede.

Da quando ero in giro per il Delta avevo scambiato il mio numero di telefono con molte persone. Mi era capitato perfino di incontrare delle ragazzine adolescenti che si divertivano ad andare in giro con i loro Nokia preistorici per ascoltare canzoni pop a tutto volume e raccogliere numeri telefonici degli sconosciuti. Ma non avevo mai dato il mio recapito a nessuno che fosse armato fino ai denti.

Alla fine ho dato il mio numero a Blausson. Dopo un minuto mi ha detto: “Guarda che ti chiamo. Ti telefono in America”.

Intanto nella barca di fronte a noi alcuni combattenti mascherati si mettevano in posa con espressione imbronciata e si dondolavano sull’acqua sotto il sole. Quando la nostra imbarcazione ha toccato terra su una spiaggia isolata ne sono sbucati altri dalla boscaglia. I comandanti davano ordine di formare le righe e poi di romperle. Altri militanti continuavano a cantare e a pavoneggiarsi mentre i cameramen si agitavano alla ricerca dell’angolazione giusta per le riprese.

Con la gente del villaggio di pescatori

Dopo un po’ anche Sunny si è messo in posa con i combattenti e si è fatto riprendere da Jandries. La nostra visita guidata nel quartier generale del Mend si è conclusa nel pomeriggio. L’ultima tappa, però, è stata la più dura, perché la messinscena dei ribelli ha lasciato il posto a qualcosa di più preoccupante. Siamo arrivati in un ex villaggio di pescatori ridotto a un agglomerato di capanne e tuguri, collegati da sentieri di terra battuta cosparsi di bottiglie di plastica e pesci anneriti dal petrolio.

Il capo villaggio è uscito ad accoglierci con aria agitata, come se avesse qualcosa di urgente da dirci. Non vedeva l’ora di farci fare il tour del posto per mostrarci la miseria creata dal petrolio. Ci ha portato subito davanti a un pozzo rudimentale scavato dagli abitanti. Aveva in mano una bottiglia di plastica, l’ha immersa nell’acqua torbida e poi l’ha tirata fuori: “Vedete? È colpa del petrolio. Sembra tè. Voi la berreste, un’acqua così?”, ha domandato sbattendo la bottiglia sotto il naso del nostro cameraman disgustato.

Poi ha cominciato a ingurgitare quel liquido facendo una pausa tra un sorso e l’altro per parlare verso l’obiettivo. Considerando il genere di problemi ambientali causati dall’estrazione del petrolio nella regione, la strategia del Mend di far saltare oleodotti e petroliere fino a provocare oltre un quarto delle perdite di petrolio nel Delta del Niger somiglia quasi a un atto di autolesionismo. È un suicidio collettivo. Un tempo nel Delta la popolazione accoglieva le multinazionali a braccia aperte e iniva perino per battezzare i neonati con nomi come Chevron e Agip, prima di rendersi conto che le aziende non contraccambiavano i loro sentimenti.

A un certo punto intorno al pozzo si è radunato un gruppo di abitanti. Persone senza armi, costrette a bere acqua inquinata dal petrolio estratta da pozzi contaminati, a mangiare la zuppa di peperoni senza pesce e a frequentare scuole fantasma, semidistrutte e senza libri di testo. Queste persone sono generalmente ignorate, mentre i militanti del Mend guadagnano fama internazionale grazie alle loro esibizioni. La folla ha cominciato a ripetere in coro le parole del capo, chiedendoci aiuto.

Ci hanno chiesto i nostri nomi e i nostri numeri di telefono, ma non con la stessa curiosità di chi vuole diventare amico di penna, come Blausson. Così è cominciato uno spettacolo diverso da quello dei ribelli: uomini grandi e grossi ci chiedevano aiuto per ottenere visti per gli Stati Uniti, madri che tentavano di offrirci in sposa le figlie in un estremo, disperato tentativo di salvarle. Di fronte avevamo degli adulti inospitali, che non sorridevano per niente e che ci invidiavano e ci rinfacciavano la facilità con cui entravamo e uscivano dal loro mondo disperato.

Pranav Behari, su Guernica Magazine (USA), tradotto da Internazionale n° 833

Guarda "Nigeria's Oil Delta", un video di IRIN, servizio di Notizie delle agenzie umanitarie dell'Onu

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