Pubblicare un libro in Africa non è impresa facile. Gli editori mancano di coraggio, e nelle librerie gli scaffali sono pieni di opere fatte in Europa o in America.Le lotte per l’indipendenza in Africa non sono terminate con la fine del colonialismo, e i problemi che l’industria del libro locale affronta quotidianamente da oltre quarant’anni ne sono un esempio. In realtà, i problemi dell’editoria africana nascono già in pieno colonialismo, con alcune differenze tra i paesi anglofoni e quelli francofoni. Il Sudafrica, anche in questo caso, vive una sua realtà parallela. Un ulteriore elemento di interesse sono le Fiere del libro che si svolgono nei vari paesi africani, con curiosità e partecipazione internazionale.
Ci si chiede allora: l’editoria africana ha una sua strada o è il prolungamento delle multinazionali europee e americane? L’editoria in Africa è ancora in lotta per l’indipendenza? Gli europei importarono direttamente i libri in Africa, in una sorta di kit del colonizzatore. Gli editori stranieri non erano interessati a pubblicare i prodotti dei locali, e gli africani, affrontando enormi problemi, riuscirono nel tempo a fondare le prime case editrici gestite da loro stessi. Nell’Africa anglofona, durante il periodo coloniale, l’editoria era gestita da alcune case editrici europee. Fu con le prime indipendenze, a partire dagli anni ’60, che le stesse case editrici aprirono in Africa le loro sedi, iniziando a pubblicare sul posto.
L’industria del libro all’inizio e alla fine del colonialismo
È accaduto in Kenya con le editrici Oxford University Press, Nelson e Heinemann, ma il vero cambiamento avviene quando la casa editrice Macmillan – proprietà della famiglia dell’ex Primo ministro britannico Harold Mac Millan – inizia a collaborare con il governo della Tanzania. Nasce la Tanzania Publishing House (THP), prima casa editrice del paese. La stessa collaborazione con la casa editrice britannica avviene tra i governi del Ghana e della Nigeria settentrionale. In Uganda e in Zambia sorgono invece case editrici di proprietà governativa. Tutte le case editrici si indirizzarono da subito verso il mercato scolastico e i governi locali se ne assicurarono il monopolio completo.
Alla fine degli anni ’70, con il peggioramento della situazione economica africana, la Banca Mondiale impose l’adozione dei PAS, i famigerati piani di aggiustamento strutturale, che portarono al collasso e alla chiusura di quasi tutte le attività editoriali statali, alla fuga di alcune multinazionali e alla fine delle piccole case editrici private. Ma non di tutte. In Kenya, dove l’ingerenza dello Stato era limitata, l’editoria privata riuscì a sopravvivere. In Nigeria, fu il governo a imporre con un decreto che gli editori stranieri vendessero la maggior parte delle loro società a editori locali.
Differenze tra i paesi anglofoni e quelli francofoni
Henry Chakava – direttore generale della Heinemann-Kenya nel 1985, e in seguito cofondatore della East African Educational Publishers – parla a questo proposito di “indigenizzazione”: gli editori africani di area anglofona riuscirono a possedere e gestire le loro case editrice in autonomia, conformemente alle necessità storiche, culturali e scolastiche dei loro paesi. Non fu così per i paesi francofoni, dove gli editori francesi dominarono completamente il mercato, e soltanto nel 1972 la NEA, Nouvelles Editions Africaines, aprì a Dakar, in Senegal, grazie all’impegno dell’ex presidente-poeta Sedar Senghor.
Le prime opere di scrittrici africane in lingua francese erano state pubblicate negli anni Sessanta, con grande curiosità di pubblico e di critica, e nei tre decenni successivi si imporranno scegliendo il romanzo autobiografico. Nel complesso, sia in area francofona che anglofona, sono le multinazionali europee a controllare il mercato, e oggi compaiono alcuni nuovi gruppi editoriali americani. Al di fuori del settore della scolastica esiste un’editoria letteraria, ma manca un’industria organizzata.
L’impressione è che i nuovi editori manchino di coraggio, e che siano ben lontani da personaggi come Henry Chakava o Walter Bgoya, fondatore dell’Associazione degli Editori Africani (APNET) e dell’organizzazione no profit African Books Collective (ABC). È vero che gli stessi scrittori africani preferiscono i contratti con le grandi case editrici straniere, abbandonando spesso i piccoli editori che li hanno scoperti. Alcuni scrittori, in controtendenza, pubblicano nei loro paesi e nelle lingue locali, facendosi tradurre in inglese successivamente. È il caso di Ngugi wa Thiong’o in Kenya.
Nuove politiche editoriali in Sudafrica
Anche in Sudafrica l’editoria è stata inghiottita dagli stranieri; tuttavia qui si riscontra un aumento delle pubblicazioni in lingue locali, molto limitate durante l’apartheid. L’intervento di nuove politiche governative a favore dell’utilizzo delle lingue locali potrebbe stimolare la scrittura africana e creare così un mercato di enormi dimensioni. Si assiste da diversi anni anche in Africa ad eventi importanti per l’industria editoriale, come le Fiere del libro, occasioni di incontro tra editori, scrittori e lettori.
Già nel 1980 alla Fiera di Francoforte c’era una sezione dedicata all’editoria africana, un’occasione per scambi tra editori africani ed europei. Oggi le prospettive dell’editoria africana sembrano compromesse. L’editore tanzaniano Walter Bgoya vede tre scenari possibili per il suo futuro: che giochi un ruolo marginale in un mercato dominato da libri importanti da Europa e Stati Uniti, lunghi anni di sacrifici e di errori, oppure, quello auspicato, che l’editoria africana acquisti un ruolo di importanza strategica nello sviluppo del continente, attraverso la collaborazione mirata tra i governi e gli editori privati.
Le Fiere africane del libro
La prima Fiera africana si è svolta nel 1976 in Nigeria, ma le difficoltà politiche e l’instabilità del paese porteranno ad una chiusura delle edizioni successive, fino al 2002, in cui ebbe inizio la Nigeria International Book Fair ad Ikeja.
La Fiera più importante in Africa è stata per anni la Zimbabwe International Book Fair (ZIBF), tenuta ad Harare dal 1983, dopo la fine del regime razzista di Ian Smith. Questa fiera è stata una manifestazione unica, avendo per anni ricoperto il ruolo di sola Fiera africana di portata internazionale, guardando con un atteggiamento propositivo e panafricano alle difficoltà dei vari editori locali. Oggi la ZIBF ha parecchio ridotto le sue dimensioni. La sua parabola discendente corrisponde a quella del paese.
In Sudafrica nel 2006 si è svolta la prima edizione della Cape Town Book Fair, alla quale hanno partecipato 340 editori provenienti dal Sudafrica e dal resto del mondo. È stata definita una mini-Francoforte e ha ospitato più di 300 eventi. L’enorme successo di pubblico ha sorpreso tutti, e le critiche hanno riguardato soprattutto l’aspetto europeo della Fiera e la celebrazione del Sudafrica più che dell’Africa.
Maria Ludovica Piombino
L’autrice dell’articolo è molto riconoscente ad Erminia Leali per averle permesso di consultare la sua tesi di laurea “L’Editoria africana in lotta per l’indipendenza: una colonizzazione infinita” (Università degli Studi di Milano, 2005-2006) e alla sua Relatrice, Professoressa Itala Vivan.
Foto: Studentesse nella Biblioteca dell’Università Gaston Berger, nella città senegalese di St Louis. Quasi impossibile per un ricercatore africano trovare un editore nel proprio paese
