Antiochia, il modello di comunità missionaria
P.Giuseppe nel suo intervento ci chiede di focalizzare la nostra attenzione verso il 46 d.c. in un contesto che delocalizza l’ortodossia dalla giudea Gerusalemme e guarda verso la gentilizia Antiochia. Il racconto dei fatti si stende tra l’11° e il 14° capitolo degli Atti degli Apostoli, appena dopo il martirio del diacono Stefano.
A Gerusalemme la persecuzione dei seguaci del Risorto ha costretto i discepoli a fuggire e disperdersi, ma il messaggio evangelico stenta a diffondersi fuori dal contesto ebraico. Ad Antiochia, invece, il fervore e l’entusiasmo sono tali che alcuni cittadini ciprioti e di Cirene (l’attuale Libia), parlano di Cristo anche agli abitanti di cultura greca e questi, in sempre maggior quantità, si aggiungono al numero dei fratelli della comunità.
La notizia arriva fino “agli orecchi della chiesa di Gerusalemme” che invia il fidato Barnaba a rendersi conto di persona di ciò che sta accadendo. Questi arriva, ascolta, prende atto, si rallegra e addirittura “esorta.” a proseguire su questa strada. Barnaba, come sottolinea p. Giuseppe, non fa confronti con la realtà solida della comunità da cui proviene e la fresca e innovativa chiesa di Antiochia, perché si rende conto saggiamente che “la mano del Signore era con loro”. Anzi va subito a cercare a Tarso il greco Saulo che vede più adatto al luogo e alle circostanze dei lontani altri Apostoli, e insieme si trattengono ad Antiochia per un intero anno.
Le pazze sfide della Chiesa nascente
Frattanto gli accadimenti si susseguono e questi diventano Storia: i seguaci di Gesù vengono per la prima volta soprannominati Cristiani, sorgono profeti che annunciano e vengono ascoltati, si consolidano ministeri (dottori, anziani, discepoli in gran numero), lo Spirito Santo si manifesta e parla dicendo “…riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati…”, si prega e si digiuna, si fa comunità.
Ecco che spostandosi dalla granitica tradizione di Gerusalemme, alla fresca e fervida Antiochia la Chiesa nascente legge nel cuore del suo Maestro il desiderio di una nuova sfida: Listra, Liconio poi Pisidia, raggiungendo la Panfilia e Perge, scendendo ad Attalia, per poi fare vela ancora ad Antiochia “la dove erano stati affidati alla grazia del Signore per un’impresa che avevano compiuto”.
Il primo viaggio di missione con un moto circolare era tornato là dove “imposero loro le mani e li accomiatarono”. Questa vocazione missionaria della Chiesa dei primordi deve essere, ancor’oggi e qui tra noi, motore instancabile di forza e forte testimonianza.
La riflessione, prima personale e poi nei gruppi, ci ha portato nel proseguo della mattinata a considerare, innanzi tutto, come da questa finestra aperta sull’inizio della missione dei primi cristiani nel mondo si possano intravedere realtà che, a distanza più o meno di 2000 anni, rileviamo come le stesse vibrazioni che oggi stesso percepiamo sottili ma pur fondamentali. La profezia, la solidarietà e la missionarietà è ciò che più invoca e attende il mondo!
Animatori missionari che diventano tessitori
La prerogativa dell’animatore missionario, abbiamo insieme appreso nel pomeriggio (non prima di concederci una pausa ristoratrice a pane, condivisione e serenità assieme anche al resto della comunità Sma e Nsa) non è partire verso l’Africa o un’altra qualsiasi terra di Missione, ma tessere fili che uniscano le varie piccole quotidiane vocazioni alla più grande vocazione “ad gentes” riservata a pochi inviati.
Abbiamo capito soprattutto che è la Chiesa stessa ad essere “…a vocazione missionaria…” e Antiochia nell’11° capitolo degli Atti ben lo dimostra. Il sacro fuoco dei cittadini di Cipro e Cirene, di Barnaba e Saulo, dei profeti e dei dottori, della comunità tutta è un irresistibile bisogno, quasi un dovere (…mi hai sedotto Signore, e mi sono lasciato sedurre da te!...). E’ il fuoco di una vocazione che non può che essere anche dentro di noi se vogliamo realmente testimoniare che Cristo è risorto, è vivo ed abita oggi qui in mezzo a noi.
Questi saranno i nostri obiettivi
Dalla ricerca della propria vocazione arriva la percezione e il bisogno di un approfondimento teologico, poi subito la necessità di una lettura socio-politica degli accadimenti attorno a noi, e tutto ciò infine non può che portarci ad un attivismo vigoroso e convinto. Il nostro obiettivo dovrebbe essere, dunque, quello di:
• Innanzi tutto fare un gruppo di animazione missionaria e non lavorare in un gruppo missionario per …fare
• e ciò per crescere e far crescere
• poi esigere una Chiesa che guardi fuori dalle sue porte (quelle di mattoni e quelle del cuore), una Chiesa che preghi e digiuni (magari privandoci oltre che del cibo che troppo ci appesantisce, anche di idee e convinzioni che ingombrano le nostre menti e ci impediscono di aver fame del “nuovo”)
Nuovo, vitale, frizzante come la nascente chiesa di Antiochia, porto di mare e di incontri sui cui pontili sbattevano sia le onde forti delle tempeste che le dolci risacche di bonaccia, e dove lo Spirito del Signore ha fatto si che si allargasse “lo spazio della Sua Tenda”.
Dal porto della vocazione missionaria di ogni discepolo della Chiesa, dobbiamo affacciarci al vasto oceano del Mondo e donare testimonianza perché… nulla trattenga il Vangelo di Cristo.
Mara Cesaro Menegazzo
Parrocchia Terradura – vicariato Maserà
