Un cortile pieno di oggetti messi alla rinfusa
In un angolo di quello che era un porticato, alcuni scaffali ricavati nel muro sono stracolmi di giornali ingialliti e vecchi libri. Acquerelli di piccolo formato sono adagiati in mezzo alle foglie, alla base del gigantesco albero che troneggia in mezzo al cortile. In un altro angolo, pezzi di legno, vestiti appesi, una bicicletta, una sorta di pupazzo, un teschio d’animale. E ogni cosa alla rinfusa, come in una specie di surreale ripostiglio, in cui la sabbia rossa, che si stende su ogni cosa, sembra dare un senso cromatico unitario all’accozzaglia di robe trovate. Al centro del cortile, una fragile struttura di bastoni regge un intrico di corde, fili e reti a cui sono appesi stracci, pezzi di legno, lampade a petrolio, bambole di stoffa senegalesi... E ancora: tavoli ingombri di barattoli, libri, ritagli di giornale, rami, sculture di legno, un piccolo campo con croci bianche piantate... In questo habitat onirico di cui si è circondato, Issa Samb (in arte, Joe Ouakam) si muove vestito come un eccentrico vecchio poeta beat, con la solita aria indaffarata, intento qui a spostare una cosa, là a frugare in uno scatolone.
Wasis Diop, musicista, ha messo ordine nell’arte di Joe Ouakam
Il cortile interno della casa di Ouakam, in Rue Jules Ferry a Dakar, è da sempre una grande, affascinante “installazione” permanente. In occasione della Dak’Art 2010, la Biennale d’arte africana contemporanea, dal 7 maggio al 7 giugno, Wasis Diop, musicista affermato, da 40 anni attivo a Parigi, fratello minore del compianto regista Djibril Diop Mambéty, è riuscito a mettervi in po’ di ordine e ne ha fatto il pezzo forte della “Sezione Off” della manifestazione.
In alcuni spazi creati sotto i portici, ha allestito l’esposizione di una ricca selezione dei quadri di Ouakam. Nel corso dell’inaugurazione, ha proiettato anche un documentario sul grande artista. Ha detto di lui: “Lo considero un museo vivente e un patrimonio universale”. Abbiamo continuato la conversazione, che qui riporto per i lettori.
D.: Com’era l’ambiente artistico di Dakar negli anni ‘60, quando Joe Ouakam emerse come una figura di riferimento?
Wasis Diop: Era molto interessante, perché i giovani cominciavano a proiettarsi nella nozione di arte. Ovvio che l’arte esisteva anche prima: per alcuni era addirittura un mestiere. Ma non si sapeva che fosse arte: era semplicemente una manifestazione ordinaria della vita. Gli artisti rappresentavano tradizioni e facevano parte di caste: gioiellieri, scultori, griot... L’arte non era considerata come qualcosa di nobile: era un piano importante dell’organizzazione della società. I griot erano i guardiani dei costumi e della memoria.
Poi, cominciò un dolce periodo di follia. Il momento cruciale fu proprio il Festival Mondial des Arts Nègres del 1966, voluto dal presidente Léopold Sédar Senghor, che ebbe il merito di elevare le coscienze al punto da promuovere un’iniziativa di respiro mondiale, con grandi musicisti come Duke Ellington, e con tanti artisti, alcuni dei quali sono poi rimasti a Dakar. In un clima di allegria, il Festival segnò la nascita di un movimento artistico. Tutti cominciarono a fare teatro, a dipingere, a voler frequentare le scuole d’arte, a pensare che gli artisti erano persone fuori del comune e l’arte un ambiente eccitante. Io andavo ancora a scuola, ma già sentivo sorgere in me il desiderio di diventare un artista, anche se non sapevo in quale campo.
D.: Tuo fratello Djibril, invece, aveva già imboccato il suo cammino artistico.
W. D.: Era giovane anche lui, ma molto precoce. Andava più veloce degli altri. Aveva un talento naturale. Leggeva, scriveva molto, disegnava e amava il teatro. Era un intellettuale. Così, nel ‘66 riuscì a ritagliarsi uno spazio nel festival.
D.: E Joe Ouakam?
W. D.: Ouakam era già allora una icona, un oggetto di curiosità. Lui stesso era un’opera d’arte, per il suo modo di fare, il suo atteggiamento, il suo aspetto. Era una specie di aristocratico, e anche un dandy, ma non voleva mettersi in primo piano come pittore. Era il testimone numero uno di una storia che si stava svolgendo, in cui metteva anche del suo, influenzando tutti. Per tutti noi era un’ispirazione positiva e determinante.
D.: Importante anche per tuo fratello?
W. D.: Erano due grandi amici che s’incrociavano. Ma non erano assieme, anche se avevano ambedue la coscienza di muoversi su un territorio comune e condividevano la stessa follia, lo stesso sogno. Due persone davvero complementari nella storia di Dakar. Avrebbero potuto essere fratelli. Al di là dell’amicizia, nutrivano l’uno per l’altro un rispetto quasi spirituale, come due monaci che officiano in due templi diversi, ma che appartengono allo stesso rito. Erano i guardiani non di una cultura del passato, ma dell’avvenire.
D.: L’idea di questa esposizione delle opere di Ouakam ti è venuta parlando con lui?
W. D.: È stata un’idea mia. Joe non è interessato a cose di questo genere. Ma non ha manifestato opposizione. Gli ho parlato della necessità di farlo. L’ho fatto con discrezione. Perché lui è una persona con cui bisogna saper parlare. Le cose vanno solo insinuate. Non le devi dire: le sussur
ri solo. Poi ne ho parlato con responsabili della Biennale e con suoi amici. Non chiedevo un sostegno materiale: volevo avere l’appoggio di una rete di persone, non fosse altro che sul piano della fedeltà nei confronti di Joe. Ho realizzato anche un documentario su di lui, come parte importante nell’esposizione. Anche chi non conosce Joe Ouakam, vedendo il film, viene colpito dal suo charme, dalla sua eleganza, dalla sua follia. Il risultato del progetto è questo cortile. Molto di ciò che vedi qui era nascosto nel retrobottega, nei meandri della sua casa.
D.: E qui che vive normalmente Joe Ouakam?
W. D.: Sì. Nelle piccole camere buie, nelle gallerie segrete in cui non tutti entrano, ma solo i pochi che hanno il privilegio di essere ammessi. Quello che vedi è solo la punta dell’iceberg. Abbiamo fatto una scelta in funzione dei vari periodi dall’arte di Joe.
D.: A tutti gli effetti, questa è la sua prima “personale”.
W. D.: In verità, ha partecipato a molte mostre collettive. Quando gli si chiede di dare qualche quadro per un’esposizione, lo fa sempre. Ma una “personale” non faceva parte della sua logica. Del resto, nessuno gli aveva mai proposto di farne una. Forse anche perché s’immaginava in anticipo la sua risposta. La gente ha timore di Joe. Teme sempre di dire una parola sbagliata, fuori luogo. Anche se è estremamente cortese, lui è vigilante e uomo di carattere. Quando interviene in seminari o conferenze, dice cose molto forti. Joe non ha venduto i suoi quadri. Ne ha dati via molti. Lui, però, dice che li ha “prestati”. Non gli piace allungare la mano per prendere del denaro in cambio di un quadro.
Marcello Lorrai su Nigrizia n° 7-8/2010
Dak’Art, da vent’anni il maggior laboratorio creativo dell’Africa
La prossima edizione della Biennale d’arte africana contemporanea, nel 2012, sarà quella del ventennale. La Dak’Art è l’unica manifestazione di questo genere nel continente a poter vantare una vita non effimera. Anche se non ha mai potuto disporre di grandi risorse. Risorse che sono state particolarmente limitate in questa nona edizione.
Per l’esposizione internazionale, la Dak’Art non può permettersi una selezione “attiva”, nel senso di andare a cercare degli artisti. Deve limitarsi a operare una selezione “passiva”: sceglie, cioè, fra ciò che le viene sottoposto. Di conseguenza, l’opzione di escludere per questa edizione gli artisti che avevano partecipato alle edizioni precedenti si è tradotta in un livello della mostra non entusiasmante.
Ci sono stati però una “Retrospettiva” sui vincitori delle biennali precedenti e un “Focus” su Haiti. Va comunque riconosciuto che i 28 “nuovi” artisti rimostra, di 16 differenti nazionalità del continente, hanno garantito una spinta all’innovazione.
“Retrospettive-prospettive” è stato il tema di questa edizione, curata da Ousseynou Wade. Come a dire: un occhio al passato e l’altro al domani. Quasi 200 gli itinerari proposti, distribuiti per la capitale, con la partecipazione, fuori concorso, di artisti provenienti anche da altri continenti. Tra i nomi più in vista, i sudafricani Hasan e Husain Essop, il burundese Serge Alain Nitegeka, l‘ivoriano Armand Boua e il camerunese Patrick Gael Wokemeni.
Due dei campioni senegalesi della Dak’Art, lo scultore Ndary Lò (presente anche nella “Retrospettiva”) e il pittore-scultore Soly Cissé, non hanno avuto difficoltà a trovare spazi per brillare nella parte “Off”, a cui la Dak’Art fa da traino, ma che è affidata alla libera iniziativa. Ndary Lò è stato presente con un allestimento nella sede della società Eiffage; Soly Cissé, invece, con una mostra alla galleria Le Manège, divisa con il camerunese Barthélemy Toguo, e una seconda, negli uffici della società statale per lo sviluppo, Apix. Gli uffici e la tipografia di Le Soleil hanno accolto un’ampia esposizione, voluta dal quotidiano, su quarant’anni di arte senegalese.
La parte “Off”, sempre in crescita e ormai diffusa anche fuori dalla regione di Dakar, da Rufisque a Saint-Louis, è stata valorizzata quest’anno in maniera ancora più precisa. Frugando con cura, si fanno sempre scoperte. Un esempio su tutti: i lavori del giovane Fally Sène Sow, che utilizza la tecnica “sotto vetro” (una tradizione del Senegal), arricchendola con altre tecniche e rinnovandola nei soggetti (quartieri popolari, scenari urbani, comportamenti giovanili).
Intelligente l’idea di alcune iniziative della “Dak’Art Off” di immergersi in una Dakar in prorompente crescita urbanistica ed edilizia. Due interessanti esempi: la mostra di Arnold Soberg e Bamba Sourang, allestita all’interno del cantiere di un nuovo hotel sul mare, il Sea Plaza, e la collettiva di giovani artisti, patrocinata dall’Apix e supervisionata da Soly Cissé, ospitata in un tendone al centro di un gigantesco rondò, vicino a un cavalcavia in costruzione, fra Dakar e Pikine, in mezzo alla sabbia, al cemento armato e ai bulldozer.
Per approfondire:
- "Omaggio a Joe Ouakam", dal sito Au Senegal
- Il cortile di Joe Ouakam, presentato nel sito Ville de Dakar
Guarda le foto del "Cortile di Ouakam"


