Quella di ascoltare le testimonianze dei missionari di ritorno dall’Africa è sempre un’esperienza forte, sicuramente ricca di suggestione, ma al tempo stesso capace di suscitare una sana inquietudine.
È successo anche in occasione dell’incontro del pomeriggio della prima domenica di settembre nel contesto della festa SMA di Feriole.
È stato affascinante sentire i racconti e le riflessioni di chi in Africa è stato per un’esperienza missionaria temporanea, come i tre giovani Anna, Andrea e Nicola, reduci dal viaggio in Togo, e di chi in quel continente svolge invece un’ opera di evangelizzazione permanente, come Suor Annamaria della Congregazione di NSA e Claudia, missionaria laica, entrambe attive a Ferkè in Costa d’Avorio, e come Padre Carlos, missionario in Niger.
Informazioni sorprendenti per chi conosce la realtà africana solo da lontano, come il caso di quanto riferito dai tre giovani circa la contemporanea adesione degli abitanti di alcuni villaggi del Togo alla fede cattolica e ai riti pagani del vudù, si sono alternate a momenti commoventi, come quello del racconto della maturazione della propria vocazione missionaria da parte di Suor Annamaria.
La stessa Suora e Claudia hanno dato inoltre testimonianza di come la promozione umana, attuata da Suor Annamaria attraverso la formazione e la cura dei bambini, a prescindere dalla religione professata dalle famiglie, e da Claudia attraverso la presa in carico degli innumerevoli bisogni di assistenza sociale e sanitaria della comunità, possa essere complemento e veicolo del messaggio cristiano.
In altre parole, Vangelo vissuto e Vangelo annunciato, coerentemente con i due mandati: “ Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me..”, e “Andando, fate discepoli..”
Padre Carlos ha svolto una serie di riflessioni sul come si debba proporre la evangelizzazione oggi, insistendo sulla necessità di rifuggire da tentazioni paternalistiche e da atteggiamenti di stampo colonialista, e soprattutto di cercare di calare messaggio e culto cristiani nel solco della cultura, della mentalità e delle tradizioni dei popoli.
È ciò che un Vescovo africano auspica quando dice che: “Bisogna africanizzare il Cristianesimo”. L’impressione ricavata da tutti gli interventi è stata quella di missionari che concepiscono la loro opera in modo autenticamente evangelico, come annuncio di Cristo e della salvezza, non come proposta di adesione ad una Chiesa o ad un sistema di valori.
Accennavo all’inizio di aver avvertito anche una sensazione sana inquietudine. Essa nasce dal fatto che queste testimonianze obbligano chi le sente a guardarsi dentro e ad interrogarsi sul modo in cui si confronta, da uomo e da credente, con la missione: è espressione di Cristianesimo autentico limitarsi ad essere solidali con i missionari, magari contribuendo con delle offerte perché mossi da momentanee spinte emozionali?
Che cosa rappresenta davvero il povero dell’Africa che è nel bisogno? Quanto sentito mi porta a credere che il primo passo da compiere consista nell’assumere l’ altro come prossimo, come fratello perché persona accomunata a noi dallo stesso destino umano, e, per noi credenti, perché figlio dello stesso Padre.
Solo a questa condizione può nascere una autentica com-passione, l’assunzione cioè nel nostro profondo del suo volto di povero, di sofferente, di affamato, di assetato… Un fratello cui ci si sente legati e con cui essere solidali perché di lui ci si sente responsabili.
Carlo Vigato (Feriole)
