Africa, il continente dimenticato? Non credo proprio: se non altro perché tutti stiamo attingendo alle sue infinite ricchezze materiali e umane. Africa alla deriva rispetto ai giochi internazionali? Questo sì, almeno in parte, perché non si vuole dare voce alla classe dirigente africana e alla gente, che per altro si sente dalla prima poco rappresentata. Allora come farsi sentire? Come raccontarsi per quello che si è veramente, libera dai pregiudizi altrui? Occorre che l’Africa si convinca unanimemente di avere il diritto e il dovere di parlare al mondo, esprimendo l’orgoglio e i valori africani. E, per aiutarsi in questo, che intuisca la potenzialità di mezzi di comunicazione quali internet, in grado di superare le barriere strutturali e culturali che fino ad oggi hanno contribuito a tenerla imbavagliata. Africa nella rete, quindi, ma in che senso? Vittima dei suoi sfruttatori? Vittima di se stessa? Oppure soggetto attivo in un sistema di rapporti tra i continenti? Soggetto attivo soprattutto nella Rete delle Reti, ovvero internet?
A queste domande è possibile rispondere solo dopo aver ascoltato loro, gli africani, cercando di mettersi nei loro panni per meglio comprendere la loro prospettiva. In particolar modo occorre analizzare con attenzione il fenomeno internet in Africa, che negli ultimi 15 anni ha qui conosciuto uno sviluppo imprevedibile. A tale proposito occorre tener presente una questione di fondo: considerata la specificità della cultura africana, internet può servire a valorizzarla? Aiuta a crescere?
Oppure rappresenta un grosso rischio, forse un’illusione soprattutto per i giovani, soggetti doppiamente predisposti a sognare, data l’età e dato l’ambiente circostante spesso così povero di occasioni da offrire? I ragazzi africani non sembrano particolarmente scossi dalla penetrazione irruente nella loro vita quotidiana, di contenuti e modalità operative assolutamente estranee al loro modo di concepire il tempo, lo spazio, le relazioni interpersonali, le relazioni con le cose, con gli eventi che accadono.
Ho posto la domanda ad alcuni giovani del Benin: “Pensi che internet sia troppo occidentale?” I ragazzi rispondono di non averci mai pensato o, addirittura, affermano che internet non è assolutamente troppo occidentale, al contrario è il mezzo di comunicazione più democratico e aperto a tutte le idee e culture. Inoltre è un dato di fatto, banale forse ma sintomatico, che per le strade soprattutto delle grandi metropoli africane si vedono ragazzi vestiti con il tradizionale bubu multicolore che si accompagnano ad aspiranti rappers con jeans larghi, T-shirt e cappellino con visiera, e il tutto è vissuto con gran naturalezza.
L’africano si appropria di internet
La mia inchiesta svoltasi in Benin e, parzialmente, in Zambia e in Repubblica Democratica del Congo, mette in luce alcuni aspetti singolari in merito all’appropriazione africana di internet. Ingenuità o piena consapevolezza di sé, fanno affermare tranquillamente a molti degli intervistati che le nuove tecnologie di comunicazione non sono solo da considerare come un’estensione indebita del mondo occidentale sul continente nero, un braccio di controllo e sfruttamento del bianco sull’uomo africano.
Al contrario possono rappresentare una grande opportunità per l’Africa che può aprirsi a nuovi confronti con il mondo esterno, riuscendo, tra l’altro, a veicolare un’immagine di se stessi più aderente alla realtà. Afferma Gilbert Rist nel libro Lo Sviluppo. Storia di una credenza occidentale: “Certo la tecnica non è mai culturalmente neutra, ma il fatto di avere accesso alla stessa tecnica non porta inevitabilmente alla omogeneizzazione culturale”.
Ciò si può scongiurare se tali mezzi di comunicazione vengono utilizzati come semplici strumenti che veicolino contenuti autentici e, per questo, rispettosi della particolarità di ciascuno. Esiste però un problema grave che molti africani percepiscono solo per metà: il divario digitale, ossia una disuguaglianza rispetto all’accesso alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, internet in primis. Si tratta di un doppio divario.
Occorre infatti distinguere tra livello strutturale (l’hardware) e livello socio-culturale (il software) perché si tratta di un problema articolato: non basta considerare la differenza tra chi ha materialmente accesso a internet e chi no. Occorre considerare anche il tipo di utilizzo della Rete quando si ha la connessione, e ciò dipende dagli interessi e dalle competenze personali. Spesso questo secondo tipo di divario ha effetti maggiormente nefasti all’interno di un contesto sociale in quanto meno manifesto, dunque più difficilmente risolvibile perché profondamente radicato nella mentalità.
Così aumentano le differenze tra fasce sociali all’interno di uno stesso paese, tra chi si serve di internet e chi, pur disponendone, gli riserva poco interesse. Gli effetti dell’emarginazione di determinati gruppi di popolazione si rivelano molto più gravi in questo caso.
Scrive l’ingegnere informatico camerunese Jacques Bonjawo in Internet, une chance pour l’Afrique: “E’ ora che noi [africani] cessiamo di imperniare il dibattito sulla rivoluzione di Internet attorno alla questione: ‘Internet aumenterà il fossato tra il Nord e il Sud?’ e che cominciamo a sfruttare le potenzialità che offre la rivoluzione digitale nel continente africano. La tecnologia non è una cosa buona o cattiva in sé. Solo il suo utilizzo può determinare il suo divenire. Se Internet viene utilizzato consapevolmente, può contribuire a migliorare la vita in Africa, particolarmente riducendo la povertà.”
È una questione principalmente mentale
Dunque il divario digitale si rivela essere una questione principalmente mentale, ancor prima che strutturale, e si dimostra essere uno strumento prezioso per il rilancio del continente africano nel rispetto della sua storia e specificità. Certo non bisogna illudersi che possa risolvere tutti i problemi e le ingiustizie sociali; tanto meno si possono giustificare azioni politiche propagandistiche volte al miglioramento delle strutture della comunicazione digitale le quali abbiano il solo fine di nascondere problemi strutturali ben più profondi.
Precisa ancora Bonjawo: “La lotta contro la povertà passerà attraverso un cambio di prospettiva della società africana. Lottare contro il divario digitale non può servire come misura dilatoria a delle riforme radicali quali la democratizzazione e la realizzazione dello stato di diritto. Perché connettere gli individui non è sufficiente a fare di loro dei cittadini formati, creativi e produttivi. Così come bisogna guardarsi dal considerare il digitale come la panacea; in realtà non è che un acceleratore di una trasformazione sociale, culturale e politica decisa prima di tutto”.
Uno studio realizzato dal Network Wizards mostra che l’informazione disponibile su internet è dominata dal materiale prodotto negli Stati Uniti, in Europa e in Asia; l’Africa non produce che lo 0,4% del contenuto globale. A mia grande sorpresa, però, nessuno degli intervistati considera la Rete come un qualcosa di elitario e raramente viene percepita come troppo occidentale. “Internet è occidentale per chi non lo conosce e pensa che venga dai bianchi. In realtà è molto democratico”, afferma Moutiou S., 17 anni.
Solo uno studente dell’università d’Abomey-Calavi (Benin) nel corso dell’intervista ha sollevato spontaneamente il problema: “Internet è un’opportunità per tutti, ma in effetti è troppo occidentale. Sia quando si ricercano documenti per lo studio sia quando si naviga per divertimento, nel 99% dei casi si va su siti occidentali. E poi è l’emancipazione la spiegazione di tante cose oscene su internet? Come vedete voi l’Africa nei media? L’Africa non è solo miseria, guerre e malattie! È questo che non mi piace di Internet e dei media!” (Emile A. – 22 anni).
È chiaro però che, nonostante servano riforme strutturali profonde in campo produttivo, nelle infrastrutture, nella politica economica, nel sistema giudiziario, nel sistema scolastico, ebbene internet può comunque apportare un valido contributo al cambiamento di mentalità, foriero di tale rivoluzione strutturale. Negli ultimi anni sono nati anche molti blog da parte di privati, siti turistici per promuovere le bellezze del proprio paese, siti in lingua locale, siti commerciali, siti di informazione alternativa da parte di giornalisti africani che scrivono di Africa.
Strumento di democratizzazione
Internet dunque come strumento di democratizzazione e di soluzione agli squilibri del mondo, in quanto struttura acefala e decentralizzatrice? Oppure la Rete come braccio operativo del potere, più o meno occulto, dei principali centri economici mondiali? Considerando il solo livello strutturale di internet, saremmo portati ad appoggiare la prima tesi, ma gettando una semplice occhiata sui contenuti da esso veicolati, verremmo spinti a sostenere la seconda ipotesi.
La società dei consumi ha letteralmente invaso il web che, di conseguenza, pare deprivato di ogni forza e spessore. Internet sembra così l’espressione tecnologica della globalizzazione, fenomeno che conosce un doppio movimento apparentemente contraddittorio: da un lato verso l’unificazione planetaria e, dall’altro, verso l’estrema localizzazione. Ma in fondo internet può anche diventare strumento di resistenza alla cultura mercantile e consumistica, dando voce al cosiddetto glocale. La formazione, l’informazione, la produzione locale sono aspetti fondamentali per la promozione di una comunità e con internet questo può realizzarsi più rapidamente e a costi meno elevati.
Personalmente credo che nonostante sia giusto ascoltare tutte le previsioni, e le più nefaste con maggior attenzione rispetto alle altre, occorra comunque considerare il fatto che rimane sempre uno spazio d’azione, di speranza, spazio che l’uomo deve saper ben giocare.
Ablode, Libertà!
Chi pensa che wikipedia sia una grande invenzione perché offre gratuitamente un sapere enciclopedico universale, continuamente ampliato dalla comunità virtuale stessa che ne usufruisce, ebbene, troverà piena soddisfazione digitando: www.bj.refer.org/hebergements/ablode. Si tratta del primo esperimento di sito in lingua fon (la lingua più parlata in Benin) che raccoglie, con lo stesso principio di wikipedia, informazioni, racconti e tradizioni nella lingua beninese per diffondere e preservare la cultura popolare sul web e per sconfiggere la diffidenza che soprattutto molti adulti hanno ancora nei confronti di internet. L’ideatore del sito ablode, che in fon significa libertà, è Frank Kouyami, ricercatore e responsabile della formazione presso il Campus Numérique (Campus Digitale) dell’Università di Abomey-Calavi in Benin.
Uno degli obiettivi del Campus Numérique – ci spiega Franck – è la sensibilizzazione e la formazione di studenti e professori alle nuove tecnologie di comunicazione e informazione. Su 30.000 studenti iscritti all’università, 1.500 sono iscritti al Campus Numérique ma di questi solo 300 lo frequentano regolarmente. La stessa cosa vale per i professori: sono ancora molto pochi coloro che utilizzano la Rete come strumento didattico: la non conoscenza genera ancora molta diffidenza. Ablode nasce proprio come strumento per abbattere tale diffidenza divertendosi. Inoltre al Campus è affidata la gestione del FOAD (Formation Ouverte à Distance) che propone circa 50 corsi di formazione a distanza, in collaborazione con le più prestigiose università francesi e canadesi; anche per questo è fondamentale formare docenti e studenti in grado di apprezzare ed usufruire di un tale prezioso strumento formativo.
La lingua è sempre una delle barriere più difficili da superare nell’approccio con una persona di altra cultura o con un nuovo strumento tecnologico. Ablode cerca di fare il passo in senso inverso: rendere familiare uno strumento che ancora non lo è attraverso l’utilizzo della lingua del fruitore. Peccato non essere fon: deve essere una bella soddisfazione aprire queste pagine web!
Francesca Moratti
