
Appunti, imperfetti, di un passante
Sì, in effetti, non ero che di passaggio al Cairo, ma un passaggio che è coinciso in pieno con il grande movimento di rivolta. Arrivato il 24 gennaio sono partito il 12 febbraio.
Non sono un giornalista, né uno specialista di politica medio-orientale, ma voglio comunque mettere su carta, in ordine sparso e imperfetto, quanto ho vissuto in quei giorni. È un modo, anche per me, di fissare i ricordi di quei giorni.
Due quartieri del Cairo: Maadi e Shoubra
Sono quelli dove ho trascorso il mio tempo. Il primo impegno era quello di predicare un corso di Esercizi spirituali alle suore egiziane di Nostra Signora degli Apostoli (NSA), il ramo femminile del mio Istituto. Dovevano aver luogo nel quartiere di Maadi. Davanti al loro cancello si trova il seminario patriarcale copto-cattolico dove seguono i corsi anche le postulanti delle Suore.
L’altro quartiere, ben diverso dal primo, è Shoubra che, nonostante il significato del suo nome di piccolo villaggio, ha circa 4 milioni di abitanti. Lì, oltre alla casa provinciale delle suore NSA, c’è la parrocchia cattolica latina di Saint Marc retta dai padri della SMA che sono presenti in Egitto dal 1877. Lì abitano anche quattro seminaristi che imparano l’arabo e la cultura islamica.
La paura dei primi giorni
Gli esercizi Spirituali sono iniziati in un clima di tensione e di preoccupazione. Non tutte le Suore avevano potuto raggiungere Maadi sia perché le vie di comunicazione non erano sicure sia perché, vista la situazione, la Provinciale aveva chiesto a due suore di ogni comunità di rimanere sul posto, per prevenire eventuali saccheggi.
Soprattutto di notte i colpi di mitraglia riecheggiavano frequentemente e il rumore degli elicotteri non rendeva facile il sonno. Nel quartiere circolavano i malfattori che erano stati liberati scientemente. Anche per questo il rettore del vicino seminario aveva telefonato alle Suore per dir loro di chiamarlo in caso di pericolo e sarebbe sceso con i seminaristi per proteggerle.
Le comunicazioni vengono interrotte. Impossibile comunicare via cellulare, skype, twitter o altro. Gli sms non giungono a destinazione.
Le suore seguono con trepidazione e preghiera le notizie, portando nel cuore le loro comunità, le loro famiglie, il paese intero.
Polizia ed esercito
Non è certo la polizia che manca in Egitto eppure ad un certo momento è sparita. I quartieri non erano più protetti, molti malfattori liberati. I negozi e le banche hanno cominciato ad essere saccheggiati; anche il museo egizio, con la complicità di alcuni poliziotti, ne ha fatto le spese.
La gente diceva che era tutto deliberato: provocare il caos per seminare paura e poi rivendicare il diritto di rimettere dell’ordine.
Le cariche della polizia che hanno ucciso alcuni e malmenato altri, l’arresto del ministro dell’interno accusato tra l’altro di aver orchestrato l’attentato alla chiesa copta di santa Caterina ad Alessandria, tutto ciò ha fatto perdere molta credibilità a questo corpo dello stato.
L’esercito, invece, che può contare su un milione di soldati, si è distinto per essersi schierato fin dall’inizio non contro il popolo: “non spareremo sui dimostranti”, hanno subito detto. Certo faceva impressione attraversare il Cairo domenica 5 febbraio e vedere in certe arterie della città un carro armato ogni dieci metri.
I giovani e la loro capacità trainante
Quando i giovani sono scesi in piazza nessuno avrebbe creduto che la loro manifestazione, sarebbe sfociata in rivolta per poi provocare una rivoluzione nel Paese. E invece, la loro determinazione, la loro capacità di organizzarsi, la loro preoccupazione di mantenere il carattere non-violento alla rivolta e dall’altra la rivendicata aconfessionalità di questa hanno fatto sì che le varie categorie di popolazione, dai medici agli avvocati, dagli studenti ai professionisti piano piano venissero ad ingrossare le loro fila. E quanto aveva iniziato al Cairo si è esteso a tutto il Paese.
I partiti d’opposizione, compresi i Fratelli musulmani, hanno impiegato un po’ di tempo a rendersi conto che quanto stava succedendo era una cosa seria e a quel punto sono scesi in strada anch’essi, cercando a tratti di far loro la rivolta. Ma i giovani hanno fatto capire da subito che non intendevano farsi recuperare né rappresentare da nessuno. Loro rappresentano il nuovo. I partiti, il vecchio, anch’essi legati in qualche modo, al regime.
A Shoubra, come nel resto del Cairo, è stato bello vedere i giovani che al calare della notte prendevano in mano la situazione per proteggere i loro quartieri. E così anche davanti alla nostra parrocchia si accendevano i fuochi presso i quali si riscaldavano e montavano la guardia fino alla mattina.
Concessioni da parte del regime e caduta del regime
Il regime si è mosso su diversi piani: la repressione, la fomentazione del disordine che avrebbe dovuto provocare una domanda di ristabilimento dell’ordine, il riconoscimento delle giuste aspirazioni dei giovani, la cancellazione di tutta la nomenclatura del partito di governo, l’epurazione e la messa agli arresti domiciliari di alcuni ministri per abusi e corruzione, le concessioni con la nomina di un vice-presidente, di un nuovo premier e di una dozzina di nuovi ministri, la promessa di elezioni libere a settembre e la non ricandidatura né di Mubarak né di suo figlio, l’aumento dei salari del 15% e tante altre cose.
Ma tutto questo non corrispondeva con quanto chiedevano i giovani, fin dall’inizio. Essi volevano la caduta del regime e questo comportava non solo le dimissioni del Presidente, ma anche del vice-Presidente appena nominato, membro influente dell’establishment e capo dei Servizi segreti.
Il regime aveva capito perfettamente quanto volevano i giovani e quando Mubarak, spinto senz’altro dall’esercito oltre che dalle cancellerie di mezzo mondo, ha deciso di andarsene non ha passato i poteri al vice-Presidente, ma al Consiglio supremo militare. Ed è stato il vice-Presidente ad annunciarlo. È quanto si aspettavano i giovani della piazza Tahrir. Non c’era ormai più posto né per il Presidente né per il suo vice.
La dignità di un Presidente
Fino all’ultimo, Mubarak ha cercato di rimanere e di assicurare lui la transizione. Molte persone, soprattutto le più anziane, gli riconoscono molti meriti, tra gli altri il suo ruolo nella guerra del kippur del 1973, la modernizzazione del Paese, la difesa dei cristiani, l’aver rappresentato bene il suo paese sulla scena mondiale, etc.
Durante questi giorni difficile ha continuato a ha rivendicare tutto quanto ha fatto per il Paese e non ha smesso di affermare che non sarebbe fuggito dall’Egitto perché, come egiziano, voleva morire dove era nato, nel suo paese, senza sottostare a diktat stranieri.
Probabilmente, però, durante il lungo tempo del suo regno, non ha saputo resistere alle tentazioni di ogni tempo e luogo: potere e ricchezza. E chi lo circondava ne ha approfittato in modo vergognoso a scapito di milioni di gente che vive con due dollari al giorno.
Paure e speranze per l’avvenire
E ora che succederà? Il potere è passato in mano ai militari che hanno promesso referendum costituzionale, elezioni libere, lotta alla corruzione, blocco degli averi dei notabili dell’antico regime.
I giovani potrebbero essere contenti. Molta gente però ha paura, in primo luogo di una presa del potere da parte dei Fratelli musulmani, il gruppo politico più strutturato. Hanno paura i cristiani, ma anche tanti musulmani che non hanno nessuna voglia di passare da un regime a un altro.
Tutti coloro che erano sulla piazza Tahrir hanno sempre detto che ciò che li univa non era la fede religiosa o politica, ma la volontà di creare uno stato con una costituzione laica in grado di assicurare ad ogni uomo e donna la stessa dignità e gli stessi diritti-doveri e ad ognuno la possibilità di professare liberamente la propria fede.
Se tutto questo va in porto, questa rivolta pacifica, iniziata dai giovani, potrà mettere al mondo una realtà nuova, dove la parola democrazia, potere del popolo, riacquisterà tutta la sua forza e il suo sapore, quelli della verità.
In questo contesto anche i cristiani dovrebbero avere la possibilità di sedersi al tavolo dove verrà riformulata la costituzione e dovrebbero poter dire la loro, non per chiedere privilegi, ma per rivendicare come tutti gli altri la possibilità di avere un lavoro, anche se cristiani, e di sentirsi finalmente a casa in un paese dove il cristianesimo è sempre stato di casa, fin dai suoi inizi.
Conclusione
Abbiamo vissuto giornate cariche di tensione, dove i messaggi dicevano di stare all’erta perché tutto poteva succedere, da un momento all’altro.
Ma personalmente ringrazio anche di aver potuto essere accanto ai miei confratelli e consorelle e ai tanti cristiani e non che si sono fatti vicini a noi.
Ho avuto modo di vedere la fierezza di un popolo che pian piano ha preso coscienza di essere in grado di scrivere una nuova pagina della propria storia e una pagina da cui prenderanno le mosse e si confronteranno anche altri popoli.
“Il Signore Gesù che ha soggiornato in Egitto, non può non pensare a noi”, continuavano a dire i cristiani. E quando il venerdì 11, Madonna di Lourdes, terminata la messa, i cellulari hanno cominciato a squillare per annunciare quanto tutti si aspettavano, la caduta del regime, abbiamo sentito che il Signore aveva ascoltato la preghiera del suo popolo.
Che le promesse possano realizzarsi, per tutti, senza distinzione di sesso, nazionalità o religione!
P. Renzo Mandirola, SMA
Roma, 15 febbraio 2011
