Appunti di un pellegrino che non vuol dimenticare
Siamo partiti in diciassette, per dieci giorni, dall’otto al diciotto aprile. Io ero uno dei pellegrini che hanno avuto la grazia di partecipare alla celebrazione del 150° anniversario dell’arrivo dei primi padri SMA in Dahomey, oggi Benin: i padri Borghero e Fernandez.
Da subito abbiamo voluto che il nostro andare avesse e conservasse il sapore di un pellegrinaggio. Non una semplice visita turistica, dunque, ma un andare riconoscente sui luoghi che hanno marcato la missione della SMA e poi delle suore NSA.
Quante volte, affondando i piedi nella sabbia di Ouidah dove sbarcarono i primi missionari della SMA il 18 aprile 1861, mi sono chiesto: cosa penserà padre Borghero nel vedere la folla festante che, innumerevole, si è riversata davanti alla Porta della Salvezza, il 10 aprile 2011!
Quante volte ho pensato alla solitudine degli inizi, alle difficoltà incontrate, alle malattie sofferte, ai progetti che P. Borghero con inarrestabile fecondità concepiva, alle speranze che, dimentico di tutto, portava nel cuore!
Raccogliendo alcune conchiglie che le onde gettavano sulla spiaggia, il mio spirito vagava, a volte veloce a volte lento, tra passato e presente. Il Dahomey, tanto desiderato dal Fondatore della SMA Eravamo in Benin, nell’antico Dahomey, dove voleva andare Mons. de Marion Brésillac. L’aveva chiesto e richiesto tante volte, si era informato con cura, ne aveva parlato e aveva preparato quella partenza. Ma il suo desiderio non si avverò. I giornali dell’epoca parlavano molto del Dahomey a seguito dei sacrifici umani che vi si compivano e così la Santa Sede decise di affidargli il Vicariato di Sierra Leone, considerato più sicuro.
Ma la sicurezza, lo sappiamo, è una realtà a volte aleatoria. Quaranta giorni dopo il suo arrivo, Mons. Brésillac muore, a Freetown: non aveva neanche 46 anni. Ancora giovane per morire, già vecchio per la febbre gialla.
Il virus del Dahomey aveva comunque contagiato l’appena nata SMA e P. Planque lo farà presente alla Santa Sede: “Anche quando il Vicariato apostolico di Sierra Leone ci fu offerto e che Mons. de Brésillac l'accettò, non abbiamo mai perso di vista che è il Dahomey che ha fatto nascere la nostra Congregazione. […] Non sarà dunque sorpresa, Vostra Eminenza, che io persegua lo stesso scopo e che chieda il Dahomey. […] Mi sembra, Eminenza, che morire per morire, il martirio di sangue porta più vantaggi alla Religione e al missionario che quello delle febbri”.
Da quel momento e fino ad oggi la storia e la vita della SMA s’intrecciano con quella di questo Paese: storia ininterrotta di impegno e di sofferenza, di grandezza e di miserie, di fedeltà e di debolezze.
L’esperienza dell’internazionalità
Ma ora vorrei cercare di fissare sulla carta alcuni aspetti che ho sperimentato maggiormente - e credo non solo io - durante i dieci giorni della nostra permanenza in terra beninese.
A parte il caldo e l’umidità che ti avvolge appena scendi dall’aereo, realtà a cui sono per altro avvezzo da tanto tempo, una delle prime esperienze che abbiamo fatte in questo viaggio è quella dell’internazionalità: il mondo è un piccolo paese e la chiesa è veramente una famiglia senza confini! L’abbiamo sperimentata sulla spiaggia di Ouidah, dove alla presenza del Presidente della Repubblica Boni Yaji c’erano vescovi, preti e suore di diversi paesi africani.
L’abbiamo toccata con mano incontrando padri e suore dei nostri istituti: europei, americani, indiani e africani di diversi stati. L’abbiamo celebrata a Calavi, al Centro Brésillac, tra i giovani che si preparano a diventare SMA. L’abbiamo assaporata tra gli sforzi per farci capire dalla delegazione di amici spagnoli della SMA o nel cercare di capire il lavoro di questo laico americano associato alla SMA che da ventidue anni vive in un villaggio e lavora alla traduzione della Bibbia in una lingua locale. L’abbiamo percepita ad ogni istante e ovunque, e da essa ci siamo lasciati avvolgere e accompagnare.
E poi… anche la prima comunità missionaria era internazionale: Borghero italiano, Fernandez spagnolo e Edde, morto prima di giungere a destinazione, francese.
L’accoglienza e la riconoscenza, balsamo per tutti
Non sono nuovo all’Africa ed è per questo che stavo particolarmente attento alle reazioni dei miei compagni di viaggio.
Come non cogliere sui loro volti e nelle loro parole la sorpresa unita al piacere per la qualità dell’accoglienza di cui siamo stati fatti oggetto e la riconoscenza più volte dimostrataci?
Già il giorno dopo il nostro arrivo siamo stati invitati a cena dal signor Crépin, professore universitario che è stato accolto, tempo addietro, nella nostra comunità di Feriole. Quanti di noi si sono chiesti, in quel primo giorno: avremmo, noi, messo a disposizione di venti persone, per la maggior parte sconosciute, la nostra casa, con semplicità, con la gioia sui volti per averci potuto accogliere, invitando anche altri a gioire dell’incontro?
Non mi soffermo sull’accoglienza ricevuta nelle nostre comunità: le case regionali delle suore NSA e dei padri SMA, la parrocchia di Bakhita con il nostro confratello parroco Augustin, il Centro Brésillac a Calavi dove i seminaristi della SMA vivono un anno di formazione e discernimento spirituale, e così di seguito.
Ma non posso non ricordare la novizia delle Suore Oblate Catechiste che al nostro arrivo ci sorprende con un gesto, incompreso a molti, quello di versare acqua davanti al nostro passaggio, in segno di accoglienza. E poi le danze delle novizie, la loro freschezza, la loro serenità, la loro bellezza, in un senso che va molto al di là dell’aspetto fisico. E ancora danze, quelle delle ragazze della comunità di Bohicon, dove un giorno abbiamo preso il pasto.
Al calore dell’accoglienza dobbiamo subito aggiungere le tante parole di ringraziamento a noi, senza alcun merito, indirizzate. Il signore presso il quale ci fermiamo a comprare dell’acqua da bere: “Grazie padri che ci avete portato il Cristo redentore del mondo”. La novizia che con un sorriso che veniva da lontano: “Il vostro aiuto ci rende forti nel seguire Cristo”. Il sacerdote che durante la messa dice ai ragazzi: “Questi sono i padri che ci hanno annunciato il vangelo, 150 anni fa e che oggi vogliamo ringraziare”.
Quante volte, al mercato, in libreria, sulla spiaggia e altrove abbiamo sentito la gente che riconoscente ripeteva: “Siete i nostri padri!”.
Anche appena prima di partire, al mercato degli oggetti artigianali, come non rimanere colpiti dalla donna che nel suo piccolo negozio si è fatta un altarino con il crocifisso, la Madonna, la foto di una suora defunta e che con affetto ripete: “Io sono la figlia di Padre…, è lui che mi ha battezzata” oppure l’altra che si butta in ginocchio dicendo: “Padre, è la settimana santa, sono già stata a Messa, ma dammi anche la tua benedizione”!
Forse potremmo racchiudere l’accoglienza e la benevolenza che hanno avvolto il nostro viaggio tra due figure che lo hanno in qualche modo aperto e chiuso. All’inizio il vescovo Paul Vieira che con la semplicità e la passione che lo contraddistinguono ci ha introdotto nella realtà e nella chiesa del Benin. E alla fine, una presenza quasi fortuita, quella di Régina Mihami, docente universitaria che ha invitato le donne del gruppo, ma forse ciascuno di noi, a prenderci cura di noi stessi, regalando ciascuno a se stesso un po’ del proprio tempo così prezioso!
La fedeltà ad una missione ricevuta
Tante volte durante quei giorni mi sono poi chiesto se i nostri istituti erano stati fedeli alle linee maestre tracciate in quei primi anni: annunciare il vangelo e far nascere una chiesa locale, prendersi cura degli ultimi che erano, di volta in volta se non tutt’insieme, i bambini, le donne, gli ammalati…
Cerco allora con semplicità di farmi voce di quanto abbiamo visto, udito e toccato.
Il vangelo annunciato, la chiesa stabilita
Come non pensare e non essere riconoscenti per le migliaia di cristiani (20, 30 mila) che hanno partecipato alla Messa per i 150 anni di evangelizzazione del Benin. Le dieci diocesi del Paese erano presenti, con i loro vescovi, con centinaia e centinaia (più di 400) di preti locali, innumerevoli catechisti, donne e uomini impegnati a livelli diversi. Anche la presenza di vescovi dei Paesi vicini era significativa perché è dall’antico Dahomey che è partita l’evangelizzazione stabile e duratura anche del Ghana, del Togo, della Nigeria, del Niger…
Una delle nostre visite ci ha poi portato al Seminario Saint-Gall aperto nel 1914 da Mons. Steinmetz SMA, primo di tutta l’Africa occidentale e da dove sono usciti i primi preti dei differenti Paesi.
Oggi, oltre al migliaio di preti diocesani, il Benin ha diverse congregazioni religiose locali, soprattutto femminili, alcune nate dal seno stesso della SMA o delle suore NSA. Alcune sono diventate a loro volta missionarie, inviando in missione alcuni dei loro membri. Di più, alcuni laici sono diventati missionari all’interno del loro stesso Paese, lasciando il Sud per il Nord.
Abbiamo anche avuto modo di ascoltare dalle parole di don Raymond Goudjo tutto il lavoro che questa giovane Chiesa svolge per aiutare i politici, gli economisti, gli intellettuali del Paese a far penetrare i criteri e la mentalità del vangelo nel loro mondo.
La Domenica delle Palme siamo stati tutti accattivati dalle migliaia di bambini stipati nella chiesa del Sacro Cuore di Cotonou, inquadrati dai loro catechisti, stimolati e animati dalla predica semplice e interattiva del vice-parroco che sapeva tener sveglia la loro attenzione. L’orchestra dei giovani, le spiegazioni ben curate della messa, la processione offertoriale, hanno fatto venire le lacrime a più di qualcuno.
La cura degli ultimi
I nostri occhi sono ancora pieni delle tante persone e situazioni viste. Tra queste portiamo nel cuore il Centro nutrizionale di Ouidah tenuto dalle suore NSA dove i bambini ci correvano incontro e volevano essere presi in braccio, dove gli orfani vengono accuditi da signore che fanno da mamme per otto o nove di loro, dove Sr Odile si dà da fare per alleviare tanta sofferenza con pochi mezzi a disposizione.
Anche la visita al Centro per malati mentali a Avenkrou, accompagnati dal suo fondatore e animatore Grégoire, ha lasciato tracce profonde in noi. Abbiamo toccato con mano come lavora la grazia del Signore. È stata capace di trasformare un gommista come Grégoire, immigrato in Costa d’Avorio, in uno strumento straordinario del suo amore. L’avere incontrato sulla sua strada, in un momento difficile della sua vita, P. Alphonse Allirand SMA che lo ha aiutato, incoraggiato, orientato è stato determinante per il suo impegno. Un impegno volto a liberare, curare e amare centinaia di malati mentali sovente incatenati e abbandonati nei villaggi e nelle città, ora raccolti in undici centri, in tre stati dell’Africa.
Abbiamo anche visitato il dispensario (una specie di piccolo ospedale, vicino alla gente e ai suoi bisogni) delle Suore Oblate Catechiste Serve dei Poveri, congregazione fondata da P. Émile Barril agli inizi del ‘900, dove abbiamo visto come la carità di molti possa permettere una migliore efficacia nel servizio dei malati.
È bello poi ricordare l’opera di P. Claude Templé SMA che da anni si occupa dei ragazzi di strada e di quelli usciti di prigione. Con l’aiuto di volontari li inquadra, li circonda di affetto, insegna loro un mestiere, li aiuta a costruirsi un avvenire.
Quanto è stata toccante la testimonianza del giovane che, muto, ha ritrovato la parola grazie all’amore da cui è stato circondato! Omnia vincit amor (l’amore vince ogni cosa) dicevano gli antichi e toccarlo con mano fa bene al cuore e alla fede.
Da ultimo vorrei aggiungere un aspetto a cui forse non abbiamo prestato molta attenzione: accanto ad ogni missione c’è e c’è sempre stata una scuola, per ragazzi e ragazze. Noi non abbiamo avuto né tempo né modo per entrare in una di esse, ma abbiamo però potuto visitare in lungo e in largo una delle istituzioni più prestigiose del Benin, il Collegio Aupiais. Padre Francis Aupiais è uno degli SMA che ha più marcato il Paese. Da subito si è impegnato nelle scuole, per dare una cultura e una formazione che permettesse ai giovani di entrare a testa alta nel XX° secolo. Propugnatore instancabile del recupero della cultura e della lingua locali e nello stesso tempo impegnato a far conoscere l’Africa e le sue ricchezze all’Europa.
Un cammino nella memoria
Per tutti noi, infine, quello percorso è stato anche un cammino nella memoria.
Abbiamo visitato il Forte portoghese di Ouidah, prima casa dei Padri della SMA, con la cappella sulla quale due liste fissano i nomi degli SMA e delle NSA morti in città. Lì abbiamo cominciato a vedere e sentire la storia della schiavitù che ha fatto di questa città uno dei luoghi, drammaticamente strategici, della tratta degli schiavi.
Poi abbiamo ripercorso la strada che compivano gli schiavi prima di imbarcarsi. E sulla spiaggia abbiamo sostato davanti alla grande Porta del non-ritorno, voluta dall’Unesco per ricordare questo dramma.
Ma il mare non è stato solo via di morte, è stato anche portatore di vita, perché da lì è arrivato il Vangelo. Ecco perché la Chiesa del Benin ha voluto costruire, non distante dal primo, un secondo monumento che ha chiamato Porta della salvezza.
Abbiamo anche reso visita alla Basilica di Ouidah dedicata all’Immacolata. Sulla piazza antistante i cristiani hanno posto, in occasione di questo anniversario, un busto di P. Borghero, con questa scritta: Fondatore della Missione del Dahomey. Il suo avvincente diario ci ha accompagnato durante tutti i giorni del nostro pellegrinaggio. Ci ha aiutato a ripercorrere la storia del suo arrivo così come ci ha preparato al viaggio che abbiamo effettuato a Abomey, dove abbiamo visitato i palazzi reali, le antiche vestigia e dove abbiamo sentito narrare della ferocia di Glélé, quel re che pur stimava Borghero e che per due volte lo accoglierà come amico.
Questo cammino nella memoria non poteva terminare se non a Agoué, nel cimitero posto accanto alla chiesa. Allineate le une accanto alle altre si dispiegano le tombe, sovrastate da croci bianche, con i nomi e l’età delle giovani suore e dei giovani padri che hanno dato la vita per il Vangelo su questa costa insalubre dell’Africa occidentale. Accanto alla tomba, più elaborata, del P. Isidore Pélofy, morto nel 1953, per 36 anni parroco di quella cittadina. Un giovane prete, ordinato nel settembre scorso, ci ha parlato con gratitudine e stima di questo padre, del suo amore per la gente, di come si era integrato e di come era amato. E lo ha fatto come se P. Pélofy fosse morto ieri e come se lui l’avesse conosciuto di persona: “Resta per me, giovane prete che inizia il suo ministero, un modello per il mio sacerdozio”.
Un desiderio realizzato, una scoperta arricchente, un impegno intravisto
Quanto abbiamo vissuto, anche come gruppo, è stato molto bello. Per tanti, questo viaggio rappresentava un desiderio accarezzato per anni e finalmente realizzato. Per molti, ne sono certo, l’Africa ha presentato un volto che li ha sorpresi, a volte rattristati, spesso affascinati. Per tutti, ciò che abbiamo visto, udito, toccato nell’occasione unica di questo anniversario sarà uno stimolo a riflettere, a parlare e a impegnarsi in modo diverso.
È un bel regalo che abbiamo ricevuto! Credo che anche gli occhi dei primi, di Brésillac e di Borghero, sprigionino ancora gioia nel vedere quanto noi abbiamo visto!
p. Renzo Mandirola SMA
Roma, 7 maggio 2011
