di Marco Prada

Afriche n° 72, 2006/4
Sommario:
Introduzione: Una storia di gioielli, armi e ingiustizie
1. Diamanti di conflitto, diamanti di sangue:
cosa sono?
2. UNITA e diamanti, binomio cruento
3. Testimone di un commercio insanguinato
4. I tentacoli di al Qaeda sui diamanti africani
5. Il Processo Kimberley: uniti per escludere i diamanti di conflitto
6. Cercatori di diamanti e minatori artigianali: tanta fatica per un guadagno irrisorio
7. L’industria angolana del diamante
8. I nuovi “diamanti di sangue”
9. Lunda Norte, dove la vita non conta niente
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Durante gli anni ’90 alcuni paesi africani stagnavano in complesse e sanguinose guerre civili: Angola, Sierra Leone, Liberia, Congo-Kinshasa. Questi paesi sono accomunati da un altro fenomeno: il loro sottosuolo nasconde enormi quantità di diamanti. Sono diamanti che gli specialisti chiamano “alluvionali”: sono stati dispersi lungo i letti di numerosi fiumi e fiumiciattoli dall’erosione delle acque durata centinaia di migliaia di anni. Estrarre questi diamanti non sempre è un’operazione facile e vantaggiosa per imprese minerarie che acquistano dallo stato i diritti di sfruttamento del sottosuolo. Per questo, in molti casi, questi diamanti diventano il miraggio di gruppi di minatori artigianali, armati di strumenti di lavoro rudimentali.
Non è difficile che gruppi di ribelli, che lottano per strappare il potere ai governi legittimi dei loro paesi, si impadroniscano della risorsa dei diamanti alluvionali, per finanziare la guerra civile. Perfino organizzazioni terroristiche islamiche ne hanno approfittato, per finanziare le proprie attività eversive.
Questo dossier di Afriche si concentra sul caso dell’Angola, dilaniata da una guerra civile durata trent’anni. Il movimento ribelle dell’UNITA ha potuto opporsi alle forze governative e alle sanzioni internazionali grazie allo sfruttamento dei giacimenti diamantiferi alluvionali della provincia della Lunda Norte, che ha occupato quasi interamente dal 1985 al 2002, anno in cui il capo dei ribelli, Jonas Savimbi, è stato ucciso in un’imboscata. Il suo esercito ha potuto dotarsi di mezzi moderni e sofisticati grazie al commercio dei diamanti, che l’UNITA ha estratto in ingenti quantità.
Per il popolo angolano il diamante è stato sinonimo di sangue, il sangue versato da centinaia di migliaia di combattenti dei due fronti, il sangue versato da centinaia di migliaia di cittadini, nazionali e stranieri, implicati nel processo di estrazione dei diamanti da parte dei ribelli.
Oggi la guerra civile è terminata, e i ricchi giacimenti alluvionali dell’Angola sono sfruttati sempre più da imprese minerarie, che espellono i cercatori artigianali. Ma i diamanti dell’Angola non hanno smesso di essere sinonimo di sangue. La popolazione locale, infatti, non ha cessato di essere oggetto di soprusi e vessazioni. La legge statale sulle aree diamantifere penalizza gli abitanti locali, per privilegiare le imprese: i diritti dei cittadini di libera circolazione, di uso delle risorse agricole, di abitazione sono spesso sacrificati agli interessi delle singole imprese.
E anche nelle aree in cui è ancora tollerata la ricerca e l’estrazione artigianale dei diamanti, la popolazione locale è impedita di far valere i suoi diritti, e deve assistere impotente al saccheggio della sua ricchezza da parte di un gruppo di “uomini forti”, protetti dall’élite economico-politico-militare del paese.
Leggi tutto il dossier di Afriche sui diamanti di sangue dell’Angola
