Dedico questa storia a tutte le donne.
Inizia così una delle novelle della scrittrice ivoriana, Flora Hazoumé. Ed è proprio questo semplice incipit a portare con sé almeno tre riflessioni importanti.

La prima riguarda la posizione della donna scrittrice in Africa, quindi la questione della letteratura nazionale (in questo caso la Costa d’Avorio) rispetto al più consueto approccio globale (letteratura africana di espressione francese). E infine una riflessione sulla lingua (langue/parole) usata dall’autrice: il francese come scelta d’identità, almeno nel suo ruolo di scrittrice.
Tre elementi non da poco in un contesto di globalizzazione fitto-per altro-di particolarismi culturali.
Le prime opere di scrittrici africane in lingua francese vengono pubblicate negli anni ‘60, con grande curiosità di pubblico e di critica e nei tre decenni successivi si impongono considerevolmente. Il genere più diffuso rimane il romanzo, dapprima autobiografico e quindi di finzione.
Une si longue lettre (1979) e Un chant écarlate (1981) di Mariama Ba e La gréve des Battu (1981) di Aminata Saw Fall sono ormai considerati dei classici della letteratura e tradotti in più lingue. Da subito gli argomenti scelti riguardano i rapporti conflittuali: donna/uomo, giovani/anziani, libere scelte/imposizioni, tradizione/acculturazione.
E’ la pratica della poligamia che viene attaccata da Mariama Ba in Une si longue lettre. Questo libro racconta in termini appassionati i destini incrociati di due donne, amiche d’infanzia, che dovranno trovarsi di fronte al problema della poligamia. Dopo essere state abbandonate entrambe per una donna più giovane, ognuna di loro reagirà a suo modo di fronte alla situazione. Se le protagoniste del romanzo di Mariama Ba accettano e onorano alcuni aspetti della tradizione, essa tuttavia milita a favore di un "meticciato culturale", e le pagine nelle quali evoca i ricordi della scuola mostrano che per lei l’emancipazione della donna africana in ambiente mussulmano, passa necessariamente per la scuola occidentale.
Tema forse più scottante oggi di venti anni fa.
Mariama Ba è stata preceduta da un’altra scrittrice senegalese,Nafissatou Diello, autrice del romanzo autobiografico De Tiléne au Plateau (1976) e di un romanzo storico Le Fort maudit (1980) che presenta l’originalità di servirsi del registro epico al femminile, poiché la protagonista ha tutti i tratti-bellezza, forza, coraggio, volontà e acuto senso della propria dignità- che caratterizzano comunemente i protagonisti maschili dei racconti eroici. La senegalese Aminata Saw Fall, autrice di tre romanzi , Le Revenant (1976), La Gréve des Battu (1979) e L’appel des arénes (1982) e docente di lettere, analizza e smonta alcuni meccanismi della società contemporanea. Dopo avere denunciato la mentalità "feudale" dell’uomo, si rivolge poi contro la borghesia cittadina che, per l’uso smodato del denaro e il cinico arrivismo, giunge ad emarginare e a spingere alla delinquenza uomini e donne ai quali viene negato il diritto naturale di vivere dignitosamente.
Altre scrittrici che hanno aperto la strada alle nuova generazioni sono Fatou Bolli e Simone Kaye ambedue della Costa d’Avorio, Aoua Kéita che in Femme d’Afrique (1975) racconta la sua esperienza di militante nel Mali degli anni sessanta, Werewere Liking, pittrice, poetessa e scrittrice di teatro. Interessante sono anche le raccolte poetiche-sebbene poco conosciute- scritte da donne come Fatou Ndiaye Fall, Marie Léontine Tsibinda e molte molte altre.

Sembra che la donna africana non "si lasci più cantare", ma prenda a sua volta la parola e denunci le ingiustizie sociali.
L’unico dubbio che rimane è se anche la massa ne sia coinvolta o resti un isolato fenomeno d’élite.
Negli anni novanta la letteratura al femminile appare pronta a liberarsi da costrizioni e canoni ormai stretti. Le giovani scrittrici affrontano magari gli stessi temi di chi le ha precedute, ma con uno stile nuovo, semplice, immediato, in assoluta libertà e con forte autorevolezza. Tra queste scrittrici un posto particolare lo merita, sicuramente, Calixte Beyala del Camerum.

Un primo eesempio di questa nuova generazione di scrittrici, ormai libera da vecchi stili e schemi, è rappresentato dal Forum tenutosi in Costa d’Avorio nel marzo del 1995, al quale partecipano tre scrittrici. Flore Hazoumé è tra queste, insieme a Mariama N’daye e Marie Giséle Aka. Il Forum è presentato da Tanella Boni, scrittrice e presidente dell’Associazione delle scrittrici della Costa d’Avorio.
La scrittura femminile (sempre ammesso che sia definibile al di là del genere di appartenenza) si va timidamente intrecciando con l’altra importante questione: la scrittura nazionale.
Al Forum Flore Hazoumé, presenta la sua ultima raccolta di novelle Cauchemars del 1994 allontanandosi notevolmente dallo stile del suo precedente lavoro del 1984, realistico e autobiografico. In Cauchemars intraprende un viaggio nella fantasia dando prova di grande immaginazione e di uno stile fluido, semplice ed efficace.
Mariama N’doye presenta una storia d’amore Sur des chemins pavoisés, e Marie Gisele Akà affronta il problema dell’incesto, fra descrizione e incanto mitico. Se scopo principale del Forum è quello di evidenziare il lavoro di giovane scrittrici (complice anche la comune Casa Editrice EDILIS fondata anche con questo scopo nel 1992), la questione delle letterature nazionali- al di là- della comune lingua e comune passato coloniale- si va imponendo.
Il concetto di letteratura nazionale è ancora vago.
Sembra tuttavia che il fenomeno delle letterature africane emergenti necessiti di un approccio che combini l’osservazione dei fatti, l’analisi del progetto politico nazionale, o federale, e la considerazione dell’apparato istituzionale senza il quale non potrebbe esistere.
Secondo molti osservatori si può infatti ritenere che una letteratura esista a partire dal momento in cui essa mette a disposizione del lettore un certo numero di opere specifiche per la loro tematica, scrittura, radicamento in una cultura e modelli a cui si ispirano.
A questo punto dovrebbe intervenire uno studio minuzioso delle preoccupazioni proprie ad ogni scrittore, del suo stile, delle influenze letterarie e culturali che riflette, dell’immaginario nel quale si immergono le sue creazioni, del "genio" della nazione o del gruppo etnico del quale si fa portavoce e specchio.
Tuttavia, per svolgere pienamente il suo ruolo, questo corpus di opere nazionali deve essere preso in carico all’interno di un campo ideologico, ed è all’apparato statale che spetta il compito di fondare e promuovere il discorso che permetterà alla letteratura così prodotta di essere veramente percepita come nazionale.
Per esistere, una letteratura ha bisogno di essere riconosciuta da coloro di cui essa parla e ai quali si rivolge, e per fare questo reclama non soltanto un certo consenso, ma anche delle istituzioni quali case editrici, biblioteche pubbliche, riviste, accademie, premi letterari, reti di distribuzione e di diffusione del libro e del pensiero (Universit à, scuole, mezzi d’informazione), associazioni di scrittori.
Dietro molti movimenti nazionalisti africani vi sono stati intellettuali, scrittori e "opere nazionali" che hanno contribuito a creare una coscienza nazionale.
Ma la lingua?
Scelta difficile, difficilissima e spesso contraddittoria.
Evidentemente l’Africa è messa di fronte alla molteplicità dei problemi linguistici posti dall’imposizione coloniale di lingue straniere (francese, inglese, portoghese) e se per ragioni storiche ed economiche evidenti molti scrittori scrivono in francese, inglese e portoghese il futuro di queste lingue resta sempre più problematico.
Lingua come espressione di sé? della propria appartenenza mentale e culturale? Esiste allora una letteratura africana se la lingua è sempre e comunque importata?
Si è scritto e scritto su questo problema senza mai arrivare ad una vera soluzione. Alcuni scrittori scelgono la propria lingua di origine come impronta del proprio io (il kenyota Ngugi Wa Thiong’o è uno di questi), ma solo pochi se lo possono permettere. Il pubblico mondiale non li conoscerebbe mai.
Di certo non si può ignorare un argomento cosi fondamentale; si può’ tuttavia leggere i romanzi africani (che peraltro noi occidentali conosciamo proprio perché scritti in lingue a noi più accessibili) come letteratura-antropologia, come una sorta di testo scritto avvicinabile ad un fieldwork (un osservazione partecipante privilegiata) e quindi interpretabili.
La vita quotidiana raccontata dalla maggior parte dei romanzi ci permette- come attraverso una fotografia o un filmato- di entrare in un mondo accompagnati da una voce narrante. Un mondo del quale vediamo persone e situazioni, conosciamo idee, tradizioni, novità e paure.
Così i racconti sono qualcosa di più di un campo stilistico, rimangono un occhio aperto su una società in continua trasformazione, sono piccole storie etnografiche, espressione di una cultura che ha un prezioso e preciso carattere proprio.
Nazione per Nazione.
Maria Ludovica Piombino
