È il 1903 quando per la prima volta Francis Aupiais giunge in Dahomey, colonia francese dell’Africa occidentale. Il regno del Dahomey, situato al sud-est del Paese, pur
È a Porto Novo, la capitale della Colonia, che padre Aupiais, nato nel 1877 in Bretagna, passerà la maggior parte dei 23 anni della sua vita in Africa.
I tentativi di evangelizzare il Paese era stati diversi. Nel XVII secolo iniziano i cappuccini francesi e in seguito spagnoli. Poi i Portoghesi cominciano a mandare ogni tanto dei preti per occuparsi dei loro correligionari sparsi sulle Coste per il commercio. Dopo il 1830, con il ritorno dal Brasile di molti schiavi liberati, la Chiesa portoghese invia dei preti africani formati a São Tomé per occuparsi dei cattolici ‘brasiliani’.
Quando Aupiais arriva sono però ormai 40 anni che la Società delle Missioni Africane (SMA) si occupa sistematicamente dell’evangelizzazione del Paese.
Il clima che si respira maggioritariamente nella madrepatria e quindi nella colonia è quello dell’epoca: la convinzione che gli europei hanno una cultura superiore che disprezza e sovente non riconosce neppure quella degli altri popoli. Anche nella Chiesa domina una teologia basata sull’assioma ‘fuori della Chiesa non c’è salvezza’. P. Aupiais si trova subito a disagio in un modo simile di ragionare dove gli uni hanno tutto da dare e gli altri tutto da ricevere. E avrà tempo tutta la vita per rimescolare le carte in tavola diventando nello stesso tempo missionario francese in Africa e dell’Africa in Francia.
L’educatore
Fin da subito è incaricato delle scuole e questo gli dà la possibilità non solo di insegnare, ma di farlo alla sua maniera, non solo di formare dei ragazzi ma anche di formarne i formatori. E lo fa in maniera innovativa, dando spazio alle lingue locali e soprattutto facendo prendere coscienza della ricchezza che era depositata nelle culture ancestrali.
Così facendo, crea attorno a sé un gruppo di giovani che saranno l’élite intellettuale del Dahomey. Essi sono destinati a rappresentare l’interfaccia tra la cultura in cui sono nati e la nuova cultura che l’Europa sta esportando nelle colonie. Sono loro che, servendosi del bagaglio scientifico acquisito dalla nuova cultura, ricuperano, studiandole, le proprie tradizioni. Fanno un’etnologia dal di dentro.
Grande influenza in questo campo hanno esercitato su P. Aupiais due personalità con cui ha vissuto a Dakar negli anni 1915-18: Maurice Delafosse, amministratore coloniale, e Georges Hardy, ispettore generale dell’insegnamento in Africa occidentale.
L’uomo attento e rispettoso della cultura locale
Tutto questo lavoro con l’elite che si raduna attorno a lui lo porta a pubblicare una rivista, La Reconnaissance africaine, che si vuole organo di informazione e formazione
Nell’ottobre del 1926 ritorna in Francia per un po’ di riposo e ne approfitta per frequentare i corsi dell’appena nato Istituto di etnologia, dove entra in contatto con Marcel Mauss, Lucien Lévy-Bruhl e Paul Rivet. P. Aupiais aveva portato con sé una trentina di casse contenenti maschere, statuette, tessuti e altri oggetti, scelti accuratamente da lui con lo scopo di organizzare una Mostra d’arte africana che avrebbe fatto scoprire le bellezze dell’arte e della cultura africana all’Europa. Già prima aveva inviato materiale artistico e etnografico per l’Esposizione universale missionaria, allestita nella Città del Vaticano, nel 1925.
Ma il suo fiore all’occhiello è la realizzazione, tra il dicembre 1929 e giugno 1930, di due film: Le Dahomey chrétien e Le Dahomey religieux. Nel 1927 P. Aupiais conosce un ricco filantropo, Albert Kahn, che ha in mente progetto di preservazione, tramite la fotografia ed il cinema, della memoria delle piccole società in via di sparizione. Viste la sua conoscenza delle realtà culturali dahomeane, P. Aupiais e l’operatore Frédéric Gadmer partono in Dahomey e riescono a produrre qualcosa che è senz’altro all’avanguardia per quei tempi: l’utilizzo del cinema per mostrare il cristianesimo incarnato in un altra cultura e la ricchezza spirituale e culturale delle religioni tradizionali.
Impegno sociale e politico
Ma l’opera di P. Aupiais non si limita a far conoscere l’Africa e la sua cultura, ma anche a difendere l’Africa e i suoi interessi.
E questo viene fatto in duplice maniera. Prima di tutto si impegna in prima persona nel dibattito e nella lotta per l’abolizione del lavoro obbligatorio che era in vigore nelle Colonie e che considerava come una forma moderna di schiavitù. Come quest’ultima era stata abolita grazie a un lavoro d’intesa tra le nazioni così doveva essere fatto per il lavoro obbligatorio che gli africani dovevano fornire nelle e per le Colonie.
Nel 1945, ed è questo il secondo aspetto, le elite del Dahomey pregano P. Aupiais di presentarsi alle elezioni per l’Assemblea costituente francese. Con l’accordo del suo vescovo, si presenta ed è eletto deputato per la circoscrizione del Dahomey-Togo. Rientrato però dal Dahomey stanco e ammalato a causa della campagna elettorale muore a Parigi il 14 dicembre 1945, senza aver potuto sedere all’Assemblea Costituente dove avrebbe ancora una volta fatto sentire la sua voce in favore dell’Africa.
Prendeva così fine la vita di un uomo che si è speso per mostrare un altro volto dell’Africa, in un tempo in cui idee e iniziative in questo campo non erano sempre ben viste.
Foto: Autocromia che ritrae degli stregoni di Zomadounou, Benin, scattata da P. Aupiais nel 1930.
Per approfondire:
- M. Balard, Dahomey 1930. Mission Catholique et Culte Vodoun. L’oeuvre de Francis Aupiais (1877-1945) missionnaire et ethnographe, Presses Universitaires Perpignan 1998.
- J. Bonfils, La Mission catholique en République du Bénin, Karthala 1999.
- Pour une reconnaissance africaine, Dahomey 1930. Des images au service d’une idée. Albert Kahn (1860-1940) et le père Aupiais (1877-1945), Paris, Musée Albert-Kahn, 1996.
Afriche, n°1, 2009
