P. Matteo dal Marocco: i sogni di chi vuol emigrare

P. Matteo Revelli da Fès, Marocco: il sogno di Amina, diplomata in studi islamici, e quelli degli africani che raggiungono a nuoto Melilla

L’inverno è stato duro: da 60 anni non aveva piovuto tanto. Le pioggie e la neve hanno portato il dramma di una trentina di morti sotto le case crollate per le alluvioni e i raccolti di quest’estate soffriranno in modo irrimediabile l’enorme abbondanza d’acqua. Il tetto della chiesa riparato di recente ha resistito, anche se nei locali parrocchiali ci sono infiltrazioni dappertutto… ma i nove anni trascorsi in Marocco mi hanno insegnato che in ogni circostanza occorre essere capaci di affermare con convinzione «al hamdu lillah!» - sia resa lode a Dio. E’ una professione dell’accettazione religiosa della realtà, quella che noi, con superficialità, definiamo il « fatalismo dell’Islam ».

p1080413 350x262Si dice che Fès sia una città fuori dell’ordinario, a causa delle sue molteplici eredità culturali: araba, berbera e andalusa e della sua diversità confessionale, destinata a sviluppare una civiltà di pace e di tolleranza già fin dai tempi in cui il suo fondatore ha portato l’islam in questa città ! Giorni fa sono stato invitato ad un grande simposio internazionale il cui tema era nientemeno che: «La guida turistica quale messaggero di tolleranza»! Non vi ho partecipato a causa di un impedimento ed anche perché questi temi altisonanti non mi attirano troppo. Ad ogni modo, anche senza frequentare il mondo delle guide turistiche, qui il confronto e il dialogo sono realtà inevitabili.

Dialogo che diventa sovente scambio di fede vissuta nella quotidianità, regalo che si fa all’altro di una parte intima di se stessi. Noi cristiani siamo continuamente interpellati a render conto di quel che crediamo, perché per primi i nostri interlocutori dichiarano la loro fede con convinzione e a volte con aggressività ! Anche la fede popolare è sempre arricchita da lunghe citazioni del Corano, a volte per darci una lezione di vita, altre volte per spingerci a reagire. Sono infastiditi quando non hanno un vero « credente » davanti a sé, con il quale impegnarsi in una discussione a fondo.

Qualche settimana fa Amina è venuta a parlarmi.
Voleva andare in Italia, ma non perché sia interessata ad un marito italiano o al benessere. Col suo diploma di studi islamici, vorrebbe fondare in Italia un istituto di insegnamento superiore per i futuri Imam, affinché diventino missionari convincenti in mezzo ai cristiani : «Avete così bisogno di conoscere la verità!», mi diceva con convinzione. «Potrebbe aiutarmi ad avere un visto per l’Italia?» mi chiedeva con insistenza. Sicuramente scoraggiata davanti alla mia incapacità di darle una mano non l’ho più rivista. Chissà se è riuscita a realizzare il suo sogno?

Il sogno potevo leggerlo invece negli occhi dei due africani clandestini arrivati qui ieri sera; cosa strana, non mi hanno chiesto soldi, volevano solo domandare l’aiuto di Dio, ne avevano assolutamente bisogno. Partiti tre anni fa anni da casa loro e rigettati più volte nel deserto, ne son sempre usciti « per grazia di Dio ». Fra qualche notte tenteranno la grande avventura : dalla costa del nord marocchino a nuoto vorrebbero raggiungere la spagnola Melilla. Nello zaino che avevano sulle spalle non c’erano vestiti ma solo un paio di camere d’aria di camion, che serviranno da salvagente nella nuotata di 20 kilometri nelle acque gelide del mediterraneo.

«Ma non sapete quanti sono morti in acqua l’anno scorso?» chiedo per scoraggiarli. «Non ha importanza, siamo buon nuotatori». Dico loro che un mese fa un loro compaesano era già passato di qua, aveva fallito tre volte e voleva ricominciare e non so che fine abbia fatto. Dalle descrizione che ne faccio lo riconoscono e mi dicono : ci ha telefonato proprio stamattina dal campo profughi, oramai è a posto, adesso è il nostro turno e niente ci trattiene. Non posso fare altro che pregare per loro e dare qualche soldo per sfamarli…..

Ma la maggior parte dei clandestini che bussano alla mia porta per chiedere aiuto, la speranza l’ha già persa tutta. Si rendono conto che nei due o tre anni impiegati ad attraversare il deserto e poi a scendere dalla frontiera algerina fino a Fès han rischiato la vita decine di volte. Sbattuti nel deserto di qua e di là della frontiera, aggrediti da vari banditi che li attendono sui sentieri battuti dai clandestini, mi mostrano le ferite da coltello o le bastonate…

E si accorgono di non essere senz’altro giunti alla fine delle loro pene e che dovranno imbarcarsi in anni di clandestinità in Marocco, prima di tentare la fortuna nella traversata. Dopo averli rifocillati, do loro consigli e i soldi per arrivare fino a Rabat. La Caritas-Marocco ed altri Organismi competenti quali l’Alto Commissariato per i Rifugiati, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e la marocchina Fondazione Oriente-Occidente stanno facendo un lavoro immenso per risolvere i loro problemi più urgenti. E soprattutto li incoraggio ad aprire gli occhi sulle loro sofferenze ed a rivolgersi agli organismi che li fanno ritornare a casa loro: avranno tempo il resto della vita per raccontare le loro avventure !

E la mia presenza si colora così da «Buon samaritano» di questi tempi moderni, dove si continua a cadere sotto i colpi della miseria e dell’ingiustizia.

Buona Pasqua a tutti voi.

P. Matteo Revelli, Fès, Marocco, 2 marzo 2009

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