Israele, nuova “terra promessa” dei migranti

Con la speranza di un domani migliore, migliaia di persone provenienti dai Paesi dell’Africa subsahariana giungono in Israele, chiedendo asilo politico. Ma l’eldorado tanto agognato rimane un lontano miraggio
Di giorno, Neve Shanan assume l’aspetto di una “piccola Africa”. Situata all’estremo sud di Tel-Aviv, questo vecchio quartiere popolare è pieno di botteghe di ogni tipo, dove commercianti vendono un’incredibile varietà di oggetti e dove si possono vedere negozi di parrucchieri, la maggior parte gestiti da giovani africani. Adiacente alla vecchia stazione degli autobus della città, la via pedonale offre un variopinto mosaico di culture africane e, al contempo, rappresenta un luogo di passaggio per tutti i lavoratori stranieri, russi così come asiatici, sempre alla ricerca di un buon affare.
«Qui è diventato un gran mercato», esclama Aziz, nativo di Dakar. Questo venditore di telefoni cellulari, che trascorre la maggior parte del suo tempo a cacciare i mendicanti dal suo negozio, vive a Neve Shanan da oltre vent’anni. «Era molto meglio prima», racconta. «Oggi, tutti gli israeliani hanno abbandonato i locali. Ci sono molta più miseria e violenza».
Lontano dalle spiagge, dai centri commerciali e dai caffè alla moda tipici di Tel Aviv, in questo luogo il rovescio della medaglia è impressionante. Come in un ghetto, le diverse comunità d’immigrati si osservano, coesistono senza tuttavia mescolarsi. Negli edifici circostanti, spesso fatiscenti, ognuno stabilisce il proprio territorio, occupando una scalinata o l’ingresso di un’abitazione.
Gli africani si raggruppano a seconda dell’appartenenza etnica, piuttosto che in base alla nazionalità. Quando scende la notte, l'atmosfera cambia bruscamente. Prostitute e tossicodipendenti prendono possesso delle strade scarsamente illuminate del quartiere. Anche se le pattuglie della polizia si fanno più numerose, il parco Levinsky è invaso da una folla di clandestini africani che vagano senza meta fino all'alba.
Liberi, ma abbandonati a se stessi
Dopo parecchi anni, al termine di un lungo e pericoloso viaggio attraverso il deserto, migliaia di africani oltrepassano illegalmente la frontiera tra Egitto e Israele. Malgrado molti di loro fuggano da una guerra, il conflitto israelo-palestinese non sembra scoraggiarli. Per i richiedenti asilo, soprattutto eritrei e sudanesi, Israele appare come un’eterna “Terra Promessa”. Fino a quando si trovano ad affrontare una realtà molto meno biblica e pastorale.
Secondo stime del Ministero degli Interni, sarebbero circa 20mila le persone ad aver trovato rifugio a Tel Aviv e in altre due località nel sud del Paese: Arad e Eilat. Il 18 giugno, per sensibilizzare l’opinione pubblica israeliana sulla loro sorte, numerose ONG hanno organizzato sit-in nelle strade principali di Tel Aviv.
«Tutti questi rifugiati africani creano spesso dei timore, perché i nostri politici li demonizzano. Ma non sono criminali. Sono poveri e ognuno di loro vive un dramma» spiega Oded, attivista di Amnesty International.
Tajga, venticinquenne, è arrivato due anni fa dal Darfur. Con un perfetto inglese, racconta instancabilmente la sua storia agli israeliani che percorrono la via King George. Coi suoi cari, è fuggito dal proprio villaggio dopo un attacco delle milizie Janjaweed e dell’esercito sudanese. I suoi familiari hanno scelto di stabilirsi in un campo profughi, mentre Tajga ha deciso di iniziare da solo il suo viaggio. Con poche centinaia di dollari, un contrabbandiere lo ha aiutato a raggiungere l'Egitto passando da Khartoum. In camion poi a piedi, ha raggiunto Israele dopo due settimane. Più fortunato di alcuni suoi compagni di viaggio, Tajga è riuscito a fuggire dal fuoco dei soldati egiziani. «Qui è molto difficile trovare un lavoro, ma almeno – confida – mi sento al sicuro».
Il centro di detenzione, nel deserto del Negev
Oltre ai rifugiati provenienti dal Darfur e dall’Eritrea, quasi 7000 africani avrebbero fatto richiesta di asilo in Israele. Tra questi, molti ivoriani e congolesi, ma anche nigeriani, togolesi, e maliani. Provenienti da ambienti differenti, tutti seguono lo stesso percorso. Lasciati dai loro trafficanti beduini a solo un chilometro dalla meta, vengono intercettati dall'esercito quando, furtivamente, entrano in Israele.
Il loro tragitto finisce nel campo di Ketziot, in pieno deserto del Negev, dove sono trasferiti. Assegnata in passato ai detenuti palestinesi, questa prigione è stata trasformata in un centro di detenzione per immigrati clandestini. Fino a quando le autorità non decidono il loro destino, uomini e donne rimangono con pazienza in attesa, a volte per lunghi mesi, sotto tende o, per i più fortunati, all’interno dei caravan con aria condizionata, circondati da filo spinato e torri di guardia.
«È a questo livello che noi interveniamo», precisa Poria Gal, portavoce di Hotline For Migrant Workers, associazione che difende i diritti degli immigrati in Israele. «Due volte alla settimana, i nostri avvocati si recano a Ketziot per accelerare le pratiche e per garantire che le regole del diritto d'asilo siano rispettate. Viene aperto un dossier per ogni individuo, che ci permette di monitorare e adattare la nostra assistenza alle loro necessità , comprese quelle mediche».
Concessione del diritto di asilo: criteri non sempre univoci
A seconda della situazione nel Paese d'origine di ciascuno degli immigrati africani, lo Stato ebraico sceglie di accoglierli o di rinviarli in Egitto, considerando sia i criteri definiti dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), sia analisi legate alla sicurezza nazionale, con riferimento al fatto che alcuni Paesi africani sono “ostili” alla nazione israeliana.
A tutt’oggi, questa politica ha portato all’incarcerazione di rifugiati sudanesi, inclusi bambini che hanno seguito i loro genitori in questa odissea. Alla fine del 2006, al prezzo di una lunga battaglia davanti alla Corte Suprema, un’associazione israeliana ha tuttavia ottenuto che alcune famiglie fossero rilasciate e trasferite nei kibbutz.
Sopraffatte da questo flusso migratorio, le autorità israeliane hanno scaricato ogni mese nei centri di Tel-Aviv e di Beersheba interi autobus di cittadini africani. Liberi, ma abbandonati a se stessi, senza permesso di lavoro, né di residenza, i nuovi arrivati sono condannati a sopravvivere. «È tempo che il governo di Israele si assuma le proprie responsabilità. La vera sfida è far riconoscere i migranti come rifugiati. Noi lottiamo per questo», afferma Joanna Mantello, che dirige il Centro per lo sviluppo dei profughi africani (ARDC).
La paura del futuro
Benché sia firmatario della Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati, Israele non l’ha mai realmente implementata nella giurisdizione interna. Le cifre parlano chiaro: dal 1951, solo 170 richiedenti asilo lo hanno ottenuto; gli ultimi tre, nel 2008. Chiaramente, questo atteggiamento si spiega considerando motivi ideologici. Preoccupato di preservare la propria identità, lo Stato ebraico vuole evitare di creare le condizioni giuridiche per l'afflusso di immigrati non ebrei nel suo territorio e, soprattutto, nelle terre dei palestinesi.
«È triste, ma Israele non dispone di alcuna struttura adatta per i rifugiati», insorge Joanna Mantello. «Lo Stato si è limitato alla normale amministrazione umanitaria». Nei quartieri meridionali di Tel Aviv, l’ARDC gestisce due degli otto rifugi che la città ha accettato di mettere a disposizione degli immigrati clandestini, dove volontari internazionali, ogni settimana, giungono per distribuire cibo e vestiario. Come l’ARDC, diverse ONG israeliane stanno cercando di agevolare l’integrazione degli immigrati africani. Essi offrono corsi di ebraico, li aiutano nella ricerca di un lavoro e offrono programmi educativi, soprattutto per i bambini, che i volontari delle ONG assistono dalla mattina alla sera.
Nativo della Repubblica Democratica del Congo, Jean-Michel è un habitué di questi centri d’accoglienza. Questo anziano ex dirigente dell’Unione per la Democrazia e il progresso sociale, fervente oppositore del regime di Joseph Kabila, è stato costretto a lasciare il suo paese dopo aver denunciato il saccheggio, la caccia ai tutsi e l’impiego di bambini-soldato. In Israele, da dieci anni, vive grazie a un visto B1, un permesso di soggiorno unito a un permesso di lavoro, che rinnova regolarmente. Ogni giorno, per mantenere sua moglie e i suoi due figli, lavora per qualche ora come domestico nelle case della classe media israeliana.
“Un rifugiato aiuta un altro rifugiato”
«Non è facile arrivare a questo tipo di lavoro», ammette, «ma sono consapevole di essere un privilegiato; la mia vita è migliore rispetto a quella di molti dei miei connazionali, qui». Il suo tempo libero, Jean-Michel lo dedica agli altri, partendo dal principio “che un rifugiato aiuta un altro rifugiato”. Ma non dimentica la sua precarietà: «Vivo con un’angoscia permanente, con la paura del domani, la paura di essere espulso in qualsiasi momento».
Cosciente delle sue tradizioni, la società israeliana osserva con relativa indifferenza il destino dei "suoi" africani. «Ovviamente, abbiamo il dovere di aiutarli», afferma Rami Ovadia, direttore del Dipartimento dei rifugiati al Ministero dell'Interno. «Ma sono prima di tutto dei clandestini. Cosa possiamo fare di più, se non accoglierli? Dobbiamo anche rimanere vigili». Per ora, le autorità assicurano di controllare la situazione. Israele ha riposto tutte le sue forze tanto sulla politica dell’immigrazione, quanto sulla futura edificazione del muro alla frontiera con l'Egitto per prevenire gli ingressi. Per i rifugiati africani, vinti dalla disperazione, il futuro appare più che mai incerto.
Articolo adattato e tradotto dall’originale pubblicato su Jeune Afrique
6-09-2010
Foto:
1. La frontiera israelo-egiziana. Il Primo ministro israeliano Netanyahu ha approvato un progetto per creare una zona sorvegliata al confine tra Israele ed Egitto per contrastare l'arrivo degli immigrati
2. Migranti africani in un centro per rifugiati israeliano
3. Rifugiati sudanesi arrestati dai militari israeliani nei pressi della frontiera con l'Egitto
Per approfondire:
Di giorno, Neve Shanan assume l’aspetto di una “piccola Africa”. Situata all’estremo sud di Tel-Aviv, questo vecchio quartiere popolare è pieno di botteghe di ogni tipo, dove commercianti vendono un’incredibile varietà di oggetti e dove si possono vedere negozi di parrucchieri, la maggior parte gestiti da giovani africani. Adiacente alla vecchia stazione degli autobus della città, la via pedonale offre un variopinto mosaico di culture africane e, al contempo, rappresenta un luogo di passaggio per tutti i lavoratori stranieri, russi così come asiatici, sempre alla ricerca di un buon affare.
«Qui è diventato un gran mercato», esclama Aziz, nativo di Dakar. Questo venditore di telefoni cellulari, che trascorre la maggior parte del suo tempo a cacciare i mendicanti dal suo negozio, vive a Neve Shanan da oltre vent’anni. «Era molto meglio prima», racconta. «Oggi, tutti gli israeliani hanno abbandonato i locali. Ci sono molta più miseria e violenza».
Lontano dalle spiagge, dai centri commerciali e dai caffè alla moda tipici di Tel Aviv, in questo luogo il rovescio della medaglia è impressionante. Come in un ghetto, le diverse comunità d’immigrati si osservano, coesistono senza tuttavia mescolarsi. Negli edifici circostanti, spesso fatiscenti, ognuno stabilisce il proprio territorio, occupando una scalinata o l’ingresso di un’abitazione.
Gli africani si raggruppano a seconda dell’appartenenza etnica, piuttosto che in base alla nazionalità. Quando scende la notte, l'atmosfera cambia bruscamente. Prostitute e tossicodipendenti prendono possesso delle strade scarsamente illuminate del quartiere. Anche se le pattuglie della polizia si fanno più numerose, il parco Levinsky è invaso da una folla di clandestini africani che vagano senza meta fino all'alba.
Liberi, ma abbandonati a se stessi
Dopo parecchi anni, al termine di un lungo e pericoloso viaggio attraverso il deserto, migliaia di africani oltrepassano illegalmente la frontiera tra Egitto e Israele. Malgrado molti di loro fuggano da una guerra, il conflitto israelo-palestinese non sembra scoraggiarli. Per i richiedenti asilo, soprattutto eritrei e sudanesi, Israele appare come un’eterna “Terra Promessa”. Fino a quando si trovano ad affrontare una realtà molto meno biblica e pastorale.Secondo stime del Ministero degli Interni, sarebbero circa 20mila le persone ad aver trovato rifugio a Tel Aviv e in altre due località nel sud del Paese: Arad e Eilat. Il 18 giugno, per sensibilizzare l’opinione pubblica israeliana sulla loro sorte, numerose ONG hanno organizzato sit-in nelle strade principali di Tel Aviv.
«Tutti questi rifugiati africani creano spesso dei timore, perché i nostri politici li demonizzano. Ma non sono criminali. Sono poveri e ognuno di loro vive un dramma» spiega Oded, attivista di Amnesty International.
Tajga, venticinquenne, è arrivato due anni fa dal Darfur. Con un perfetto inglese, racconta instancabilmente la sua storia agli israeliani che percorrono la via King George. Coi suoi cari, è fuggito dal proprio villaggio dopo un attacco delle milizie Janjaweed e dell’esercito sudanese. I suoi familiari hanno scelto di stabilirsi in un campo profughi, mentre Tajga ha deciso di iniziare da solo il suo viaggio. Con poche centinaia di dollari, un contrabbandiere lo ha aiutato a raggiungere l'Egitto passando da Khartoum. In camion poi a piedi, ha raggiunto Israele dopo due settimane. Più fortunato di alcuni suoi compagni di viaggio, Tajga è riuscito a fuggire dal fuoco dei soldati egiziani. «Qui è molto difficile trovare un lavoro, ma almeno – confida – mi sento al sicuro».
Il centro di detenzione, nel deserto del Negev
Oltre ai rifugiati provenienti dal Darfur e dall’Eritrea, quasi 7000 africani avrebbero fatto richiesta di asilo in Israele. Tra questi, molti ivoriani e congolesi, ma anche nigeriani, togolesi, e maliani. Provenienti da ambienti differenti, tutti seguono lo stesso percorso. Lasciati dai loro trafficanti beduini a solo un chilometro dalla meta, vengono intercettati dall'esercito quando, furtivamente, entrano in Israele. Il loro tragitto finisce nel campo di Ketziot, in pieno deserto del Negev, dove sono trasferiti. Assegnata in passato ai detenuti palestinesi, questa prigione è stata trasformata in un centro di detenzione per immigrati clandestini. Fino a quando le autorità non decidono il loro destino, uomini e donne rimangono con pazienza in attesa, a volte per lunghi mesi, sotto tende o, per i più fortunati, all’interno dei caravan con aria condizionata, circondati da filo spinato e torri di guardia.
«È a questo livello che noi interveniamo», precisa Poria Gal, portavoce di Hotline For Migrant Workers, associazione che difende i diritti degli immigrati in Israele. «Due volte alla settimana, i nostri avvocati si recano a Ketziot per accelerare le pratiche e per garantire che le regole del diritto d'asilo siano rispettate. Viene aperto un dossier per ogni individuo, che ci permette di monitorare e adattare la nostra assistenza alle loro necessità , comprese quelle mediche».
Concessione del diritto di asilo: criteri non sempre univoci
A seconda della situazione nel Paese d'origine di ciascuno degli immigrati africani, lo Stato ebraico sceglie di accoglierli o di rinviarli in Egitto, considerando sia i criteri definiti dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), sia analisi legate alla sicurezza nazionale, con riferimento al fatto che alcuni Paesi africani sono “ostili” alla nazione israeliana.
A tutt’oggi, questa politica ha portato all’incarcerazione di rifugiati sudanesi, inclusi bambini che hanno seguito i loro genitori in questa odissea. Alla fine del 2006, al prezzo di una lunga battaglia davanti alla Corte Suprema, un’associazione israeliana ha tuttavia ottenuto che alcune famiglie fossero rilasciate e trasferite nei kibbutz.
Sopraffatte da questo flusso migratorio, le autorità israeliane hanno scaricato ogni mese nei centri di Tel-Aviv e di Beersheba interi autobus di cittadini africani. Liberi, ma abbandonati a se stessi, senza permesso di lavoro, né di residenza, i nuovi arrivati sono condannati a sopravvivere. «È tempo che il governo di Israele si assuma le proprie responsabilità. La vera sfida è far riconoscere i migranti come rifugiati. Noi lottiamo per questo», afferma Joanna Mantello, che dirige il Centro per lo sviluppo dei profughi africani (ARDC).
La paura del futuro
Benché sia firmatario della Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati, Israele non l’ha mai realmente implementata nella giurisdizione interna. Le cifre parlano chiaro: dal 1951, solo 170 richiedenti asilo lo hanno ottenuto; gli ultimi tre, nel 2008. Chiaramente, questo atteggiamento si spiega considerando motivi ideologici. Preoccupato di preservare la propria identità, lo Stato ebraico vuole evitare di creare le condizioni giuridiche per l'afflusso di immigrati non ebrei nel suo territorio e, soprattutto, nelle terre dei palestinesi.
«È triste, ma Israele non dispone di alcuna struttura adatta per i rifugiati», insorge Joanna Mantello. «Lo Stato si è limitato alla normale amministrazione umanitaria». Nei quartieri meridionali di Tel Aviv, l’ARDC gestisce due degli otto rifugi che la città ha accettato di mettere a disposizione degli immigrati clandestini, dove volontari internazionali, ogni settimana, giungono per distribuire cibo e vestiario. Come l’ARDC, diverse ONG israeliane stanno cercando di agevolare l’integrazione degli immigrati africani. Essi offrono corsi di ebraico, li aiutano nella ricerca di un lavoro e offrono programmi educativi, soprattutto per i bambini, che i volontari delle ONG assistono dalla mattina alla sera.
Nativo della Repubblica Democratica del Congo, Jean-Michel è un habitué di questi centri d’accoglienza. Questo anziano ex dirigente dell’Unione per la Democrazia e il progresso sociale, fervente oppositore del regime di Joseph Kabila, è stato costretto a lasciare il suo paese dopo aver denunciato il saccheggio, la caccia ai tutsi e l’impiego di bambini-soldato. In Israele, da dieci anni, vive grazie a un visto B1, un permesso di soggiorno unito a un permesso di lavoro, che rinnova regolarmente. Ogni giorno, per mantenere sua moglie e i suoi due figli, lavora per qualche ora come domestico nelle case della classe media israeliana.
“Un rifugiato aiuta un altro rifugiato”
«Non è facile arrivare a questo tipo di lavoro», ammette, «ma sono consapevole di essere un privilegiato; la mia vita è migliore rispetto a quella di molti dei miei connazionali, qui». Il suo tempo libero, Jean-Michel lo dedica agli altri, partendo dal principio “che un rifugiato aiuta un altro rifugiato”. Ma non dimentica la sua precarietà: «Vivo con un’angoscia permanente, con la paura del domani, la paura di essere espulso in qualsiasi momento».
Cosciente delle sue tradizioni, la società israeliana osserva con relativa indifferenza il destino dei "suoi" africani. «Ovviamente, abbiamo il dovere di aiutarli», afferma Rami Ovadia, direttore del Dipartimento dei rifugiati al Ministero dell'Interno. «Ma sono prima di tutto dei clandestini. Cosa possiamo fare di più, se non accoglierli? Dobbiamo anche rimanere vigili». Per ora, le autorità assicurano di controllare la situazione. Israele ha riposto tutte le sue forze tanto sulla politica dell’immigrazione, quanto sulla futura edificazione del muro alla frontiera con l'Egitto per prevenire gli ingressi. Per i rifugiati africani, vinti dalla disperazione, il futuro appare più che mai incerto.
Articolo adattato e tradotto dall’originale pubblicato su Jeune Afrique
6-09-2010
Foto:
1. La frontiera israelo-egiziana. Il Primo ministro israeliano Netanyahu ha approvato un progetto per creare una zona sorvegliata al confine tra Israele ed Egitto per contrastare l'arrivo degli immigrati
2. Migranti africani in un centro per rifugiati israeliano
3. Rifugiati sudanesi arrestati dai militari israeliani nei pressi della frontiera con l'Egitto
Per approfondire:
- Il sito dell’associazione israeliana Hotline For Migrant Workers (in inglese ed ebraico)
- Il testo della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo Status dei Rifugiati (è possibili scaricarlo da questo link)
- Il rapporto 2010 di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in Israele e nei Territori palestinesi occupati
- Il video “Andata e ritorno dall'inferno del Darfur” realizzato da Antonella Napoli









