Paolo, puoi dirci qualche dettaglio sul tuo viaggio, cioè quando sei partito e com'è stato l'impatto con l'Africa?
Sì, sono partito il 16 gennaio e tornato il 14 febbraio. Sono arrivato in Costa d'Avorio che faceva un gran caldo e subito sono stato bloccato perché mi mancava il vaccino contro la meningite. Me l'hanno fatto lì all'aeroporto. C'era un caos! E poi, ho dovuto aspettare un giorno alla Maison Régionale SMA di Abidjan, perché mi mancava una valigia. Lì però ho potuto incontrare molti dei nostri, come Rapetti e Gerardo e dopo un giorno siamo andati con Martino al seminario da p. Luigi Alberti.
Un inizio un po' scioccante...
Sì! Per fortuna dopo qualche giorno, grazie all'aiuto di Martino sono riuscito a capacitarmi di quello che stavo vivendo. Forse anche l'essere solo e non avere lo schermo di un gruppo ha reso ogni esperienza più profonda, più incisiva. Per tornare al racconto, la domenica siamo partiti presto per San Pedro.
Hai visto il Grand Lahou?
No, non ci siamo fermati, siamo andati diretti. Lì ad aspettarci c'erano due padri, Gérard e François. Mi sono fermato a San Pedro per due settimane e mezzo, visitando i villaggi con Lorenzo, in moto. Ho visto diverse opere compiute con i fondi inviati da qui, per esempio il materiale fornito a una scuola da una coppia di sposi che invece del regalo di nozze ha raccolto fondi per i progetti di p. Martino, o i machetes comprati per la piantagione SMA che offre lavoro a diversi giovani. Ho toccato con mano cos'è la mega baraccopoli di San Pedro, dove mi è capitato di aiutare Lorenzo nella visita agli infermi e di assisterlo alla Messa, come quella alla Librerie Parterre, fondata da Secondo Cantino. Ormai mi chiamavano Mon Père e facevo un po' di tutto, dal far giocare i bambini ai lavori in casa, dove ho fatto un po' d'ordine e ho imbiancato le pareti...
E poi giravo i villaggi, per esempio me n'è piaciuto molto uno dove c'era una piantagione di cacao. Nei villaggi sono tanto ospitali, ci davano perfino polli e capretti da portar via, se ne privavano loro per darli a noi! Meglio il villaggio, mi pare che la vita lì sia migliore rispetto a quella della baraccopoli di San Pedro, dove vivere mi farebbe paura.
Cos'altro ti ha colpito di San Pedro?
Mi ha colpito vedere che c'è molta gente, più di cento, alla Messa feriale del mattino, alle sei. Bellissime poi le messe domenicali, dappertutto! Un'ora e quaranta almeno di Messa partecipata, con canti e danze!
E poi?
La seconda settimana abbiamo fatto una gita alla missione di Tabou, dove c'è Padre Dario. Abbiamo provato la sua piroga che batteva rigorosamente bandiera italiana, navigando per due ore. Cercavamo di pescare. Quella volta Dario si è proprio arrabbiato, gli si è incagliato l'amo e non ha preso un accidente! Poi ho visitato l'ospedale di Tabou. I farmaci li fanno provenire dalla Burkina Faso, perché costano meno... sono farmaci degli Anni Cinquanta.
Mi ha toccato molto poi la visita al carcere. Oltre a noi c'era Dario, un pastore protestante e uno di una religione locale. Ad ogni detenuto veniva regalata una S. Bibbia interconfessionale, del sapone e un po' di cibo. Lì se non ti portano da mangiare muori. Ogni giorno muore qualcuno. Che miseria!
In carcere ci sono centocinquanta persone, di cui sei donne e tre minorenni. Le mura sono alte cinque o sei metri, terminanti con dei vetri appuntiti. E indovina? Le guardie sono solo due! Il resto del controllo lo fanno gli anziani, come i kapo.
Tornando con la mente a San Pedro, lì come vivono i nostri padri?
Lorenzo non è mai fermo, sempre attivo. Martino è sia parroco che economo diocesano. E pensa che è da tre anni che non fa malarie!
A San Pedro mi ha colpito il fatto che non c'è il cartello SMA, come invece pensavo. La SMA fa parte integrante del clero locale. Ed è molto bello perché c'è molta attività, molte persone passano a chiedere aiuto.
Paolo, hai visto soldati e posti di blocco?
Sì, dopo Yamoussoukro (la capitale) non si trova più polizia, solo soldati ribelli. Posti di blocco ce n'è ad ogni villaggio. I ribelli sono figli di nessuno. Non possono tornare al loro villaggio, non sarebbero accettati e non riescono ad entrare nell'esercito regolare, ne sono respinti. Così, per vivere, nonostante abbiano consegnato la maggior parte delle armi, montano posti di blocco. Basta un kalashnikov.
Tornando al racconto del viaggio...
Un mattino di mercoledì siamo partiti presto da San Pedro verso il Nord. Siamo passati per Issia dove c'è p. Boffa e lì ho potuto assaporare la nutria. Siamo saliti verso Yamoussoukro, dove abbiamo trovato p. Filippo e insieme a lui abbiamo visitato la stupenda cattedrale, fatta a imitazione di San Pietro. E poi da lì siamo arrivati a Korhogo, dove sono stato tre giorni. La SMA in città ha un suo centro (Rendez-Vous SMA) e si occupa della nuova parrocchia di San Luigi (lo stesso patrono di Tabou!). Ho potuto visitare fuori città alcuni villaggi come quello delle tele e dei tessuti (Waraniéné), dove si passano i fili da una parte all'altra per centinaia di metri. Molto suggestiva anche la fabbricazione delle collane, lì vicino. Ho visitato anche Ferké dove una laica friulana, Claudia e suor Annamaria gestiscono un asilo e un dispensario. Si occupano anche dei bambini ammalati di AIDS. Infine, insieme a P. Gino sono sceso verso Abidjan, dove erano radunati molti dei nostri padri per l'assemblea annuale.
L'Africa che hai incontrato è diversa da quella che ti aspettavi?
Mi aspettavo un'Africa un po' più tranquilla! La prima impressione, ad Abidjan, è stata il caos e la tanta povertà. Tutti trafficano in qualcosa, tutti vendono, tutti hanno la loro bancarella. Ci sono i taxisti con auto di diversi colori, perché così si sono divisi in zone la città, sicché ti tocca cambiare taxi più volte per andare da una parte all'altra di San Pedro. Ma mi ha sorpreso molto la grande dignità della gente. Specie nei villaggi, dove c'è un grande aiuto reciproco, dove l'orfano è adottato dall'intero villaggio, per fare un esempio. In città invece si fa la fame, c'è la disperazione. Guarda Abidjan! Sei milioni di abitanti. Ma quanti vivranno decentemente? Trecentomila? Non ho incontrato nessuno con i capelli bianchi, a parte una volta un ex catechista in un villaggio. Appunto, in città si soffre, nei villaggi invece si mangia. Un po' come da noi al tempo della guerra.
E comunque sono molto eleganti, specie le donne. Escono da case simili a tuguri con abiti splendidi e nulla fuori posto! Generosità e cordialità, questo mi ha colpito molto. E mi ha colpito molto la povertà, terribile.
Paolo ha scattato molte foto durante il suo viaggio: guardane alcune
