Siamo nuovamente a maggio, un mese particolarmente caro a tutti noi, con le rose che sbocciano ed il rosario pregato ai tanti piloni che costeggiano in Italia le strade di
Ad Issia è il mese della pioggia abbondante, dopo i lunghi mesi di siccità. L’anno scolastico sta per terminare ed i seminaristi hanno già scritto per ECHO DE LA PROPEDEUTIQUE la storia della loro vocazione.
Stralcio, e traduco per voi, dalle loro testimonianze.
Diventare un uomo d’affari
Partecipavo alle attività dei seminaristi durante le vacanze, ma sognavo di diventare un uomo d’affari, con moglie e bambini. E così, quando mi proposero di entrare in seminario, scappai a rifugiarmi in una chiesa protestante che faceva, in quel momento, molto chiasso nel quartiere. Ma ecco che, sbarcato ad Abidjan per proseguire gli studi, mi ritrovai in una famiglia cattolica. Tutti a messa, tranne mio fratello. Lui, però, usciva per lavoro ed io restavo solo in casa.
A scuola feci conoscenza con un compagno di classe che mi invitò alla catechesi. Accettai per farmi degli amici. Alla catechesi incontrai la JEC (Jeunesse Etudiante Catholique) e fui impressionato dalla sue manifestazioni culturali: le “settimane JEC”.
(...) Né il battesimo, che ne seguì dopo tre anni di formazione, né la cresima, eliminarono totalmente le sequele della mia condotta disordinata; ma l’impegno preso di “servire” nella JEC, nell’animazione del catecumenato e nel comitato giovani mi aiutò non poco a crescere nella fede. Il battesimo ricevuto non avrebbe dovuto essere come l’acqua versata sulle piume di un’anatra; volevo veramente meritare il nome di “cristiano”.
Il seguito della mia storia è tutto grazia, non priva di sofferenze. Partecipai ad una Giornata delle vocazioni, conobbi la Legione di Maria ed il Rinnovamento carismatico, ma ebbi egualmente problemi di salute e malintesi con il parroco. Iscritto al gruppo vocazioni, dovetti cambiare parrocchia per presentarmi al test di ammissione in seminario.
Oggi sono ad Issia, con messa ogni giorno, meditazone, adorazione, rosario, direzione spirituale, evangelizzazione. Non tutti i miei problemi hanno trovato soluzione, ma “Dio c’è” e ora gli “affari” sono nelle sue mani.
Jean-François Djédjé
Una mazzata in testa alle 5 del mattino
Non ero ancora battezzato, ma mi succedeva, la sera, di pregare il rosario con mia madre.
Un giorno, al santuario mariano di Abidjan ho anche assistito in diretta ad una seduta di liberazione: si trattava di una ragazza posseduta dal demonio, che faceva confessioni sconvolgenti. Ne rimasi scosso.
Quando mio padre morì (avevo allora 17 anni) abbandonai ogni pratica religiosa.
Eravamo cinque figli orfani, e mia madre non riusciva più a metterci a scuola ed a nutrirci. Io riuscii a strappare una stentata maturità e mi iscrissi all’università, ma menavo una vita “non si dice come”.
La mazzata in testa arrivò un 2 gennaio, indomani di capodanno. Dopo una virata notturna piuttosto agitata, rientravo a casa verso le 5 del mattino. Per non svegliare mia madre a quell’ora, presi una strada poco frequentata e tirai di tasca il rosario (era il solo segno di appartenenza alla Chiesa cattolica, e lo portavo sempre con me). Mentre scorrevano le “Ave Maria” intesi come una voce in fondo al cuore: “Se non smetti di bere, vedi come finirai”. E vidi in quel momento spuntare davanti a me un uomo sulla quarantina, che barcollava come un ubriaco e mi faceva grandi riverenze.
Era la risposta della Vergine? Non posso dirlo; ma mi sono messo a piangere. Ero in quel momento come “una terra deserta, arida, senz’acqua”; ed ho pregato. Arrivato a casa, continuai a pregare e chiesi a mia madre di pregare. Dopo due mesi di sofferenza, è venuta la pioggia: fresca, abbondante, nel corso di una riunione del Rinnovamento carismatico.
Valéry N’Zako
Allahu Akbar! Dall’Islam al seminario
Nato ed allevato in una famiglia musulmana, fui molto presto inviato alla scuola coranica; ma frequentavo egualmente il figlio del sottoprefetto, che era cristiano. Un giorno suo padre ci prese in macchina, e mi ritrovai con lui in una chiesa. Che emozione! Ciò che attirò la mia attenzione fu soprattutto la grande croce fissata al muro, e chiesi: “Cos’è?”
“Taci! Non si parla in chiesa”.
In seguito seppi che era una croce, e che Gesù vi era stato inchiodato a causa dei nostri peccati. Ma com’è possibile uccidere un uomo a causa dei peccati degli altri? E promisi di conoscere Gesù, perchè il sottoprefetto diceva che è sempre vivo e che ci ama.
Quando mio zio, che era anche mio tutore per il tempo della scuola, apprese che andavo in chiesa, mi sgridò severamente: “Io sono musulmano, e non ci sono due capitani in una nave!”.
Con lui ripresi il cammino della moschea, ma senza dimenticare la chiesa. Imparavo a memoria preghiere e versetti del “santo corano”; ma, quando mi mandarono a questuarmi il cibo come fanno i musulmani durante la loro quaresima, corsi a nascondermi dalle Suore, pensando che mi avrebbero nutrito e aiutato a diventare cristiano.
Esse iniziarono col chiedermi chi ero, mi portarono acqua per lavarmi (dovevo essere ben sporco!) e, dopo avermi dato da mangiare, mi accompagnarono in famiglia.
Di nuovo in casa dello zio! Addio la Chiesa! Divenni “piccolo imam” al liceo Sakanoko, poi “muezzin” al quartiere delle Montagne. Lo zio mi inviava alle riunioni di formazione e ai dibattiti religiosi in occasione dei pellegrinaggi della confraternita.
Ma due interventi, che io giudico soprannaturali, vennero in mio aiuto.
Una notte vidi in sogno un uomo vestito di bianco che mi diceva: “Mi sei stato rifiutato, ma più tardi sarai con me. Va’ domani mattina a vedere tuo padre”.
Molto presto, l’indomani, chiesi una bicicletta e andai al villaggio, dove trovai mio padre a letto, gravemente ammalato. Appena lo ebbi abbracciato, mi disse: “Figlio mio, noi siamo tutti musulmani, ma per te ho fatto un sogno. Tu sarai cristiano”. Furono le sue ultime parole prima di morire.
Rimaneva lo zio. “Nessuno sarà cristiano in questa casa!” continuava a ripetere. Ma l’anno dopo qualcosa si passò, straordinario ancora. Sua sorella cadde gravemente ammalata, e non poterono guarirla né l’ospedale, né gli incantesimi degli sciamani, né i decotti dei marabutti. Non restava che la Chiesa, ultima spiaggia. E la zia fu guarita. Grazie alle preghiere del prete? Grazie alle medicine delle suore? Io non ne so niente. Ma, a partire da quel momento, le porte della Chiesa furono spalancate per lei e per me.
L’essenziale è detto. Rimane da parlare della vocazione. Fu la guerra a farla scattare. Quando il missionario bianco fu obbligato a lasciare il posto, il consiglio parrocchiale mi chiese di andare a vivere in canonica come guardiano. Per nutrirmi divenni maestro supplente. Con i bambini creai una piccola cantoria e con cinque di loro iniziai il gruppo Fanciulli. Quando il vescovo arrivò in parrocchia, apprezzò il lavoro che avevo fatto e mi parlò della messe abbondante e dei pochi operai. Gli risposi: “D’accordo per la messe e per gli operai, ma io non sono ancora battezzato”. “Nessun problema! Tu lo sarai”.
La catechesi si faceva a 5 km dal villaggio. Mi ci sono iscritto ed ho frequentato regolarmente: 2 anni per il battesimo, 8 mesi per la cresima, ed ora in seminario per l’anno di Propedeutica. Qualche settimana di ritardo, nome ancora musulmano sulla carta d’identità, dossier incompleto a causa della guerra; ma accoglienza calorosa dei padri formatori e dei confratelli studenti. Veramente, Allahù Akbar! (Dio è grande!).
Mingo Koné
Me ne hanno detto di tutte
Nato in una famiglia povera e poligama, ho avuto grosse difficoltà per andare a scuola. Mio padre non si occupava di noi, e fu solo grazie ad uno zio che potei andarmi a sedere sui banchi. Ho avuto la prima volta il desiderio di diventare prete in quarta elementare grazie a padre Soglo, missionario SMA. Mi attirava il suo modo di fare con noi ragazzi, sempre sorridente.
Ma nella famiglia materna, dove vivevo, erano tutti protestanti ed io avevo paura di dir loro che volevo farmi prete, perchè mi avevano proibito di frequentare la Chiesa cattolica.
Fu solo quando arrivai in liceo, con l’età per difendermi, che ebbi la forza di parlarne in famiglia. Quel giorno me ne hanno detto di tutte: “Impotente! Anormale! Irresponsabile! Tu fuggi le difficoltà della vita! Chi si occuperà di tua madre, quando sarà vecchia?”
Il Signore mi ha dato la forza di non rispondere e di tenere. Oggi sono in seminario.
Victorien Pasco
Non ci si nutre d’amore e d’acqua fresca!
Alla JEC ci dicevano di vivere, ragazzi e ragazze, come fratelli e sorelle, di non restare mai soli in luoghi isolati, di presentarci sempre alla famiglia quando ci rendevamo visita a casa. E’ ciò che ho fatto fino ad oggi.
“Gnanzù, pensi a sposarti?” chiedevano i miei fratelli. “Non ne so niente” era la mia risposta.
Effettivamente non ne sapevo niente, tutto preso com’ero dai miei studi di contabilità e gestione. Dopo il diploma, e uno stage di tre mesi, fui assunto alla SIPA (Société d’Importation de Pièces Automobile). I colleghi non tardarono a sapere che non soltanto non ero sposato, ma non avevo neppure una compagna, e cominciarono a punzecchiarmi. Così finii anch’io per avere una piccola amica; ma la cosa non durò a lungo, perchè non camminavamo sullo stesso sentiero.
Nel frattempo incontrai il Rinnovamento carismatico e feci il percorso delle sette settimane. Senza aver ricevuto nessun carisma particolare (altri ne avevano avuti) ero diventato attivo in parrocchia. Partecipavo ai corsi, facevo visite al Santissimo, tenevo in ordine la cappella, laggevo ogni giorno una pagina di vangelo, pagavo la decima sul mio salario. Membro del gruppo di intercessione, ricevevo le intenzioni che mi si affidavano. Mi sorprendevo addirittura a pregare per persone sconosciute, incontrate per strada. Fu così che il desiderio di diventare prete cominciò a sorgere in me.
A causa della guerra, la società che mi impiegava andò in crisi e fu chiusa.
“Cosa fai ora?” mi chiese uno dei preti della parrocchia. “Il Signore provvederà”, fu la mia risposta. E lui di rimando: “Non ci si nutre d’amore e d’acqua fresca”.
Due mesi dopo, ottenni un posto di contabile alla COTOA (Compagnie Textile Ouest-Africaine). Ho lasciato quell’impiego solo per entrare in seminario.
Marcellin Aka
Una cosa ti manca
Ero in seminario minore, ma delle questioni mi tormentavno senza che avessi il coraggio di aprirmene al padre spirituale: continuare in seminario, o andare ad iscrivermi in un liceo pubblico? Diventare prete, o sposarmi e servire il paese come diplomatico?
Con la maturità fui orientato dallo Stato all’università di Cocody, in facoltà di Filosofia. La famiglia festeggiò il successo ed io ne fui orgoglioso. Ma le parole di Gesù al giovane ricco mi rivenivano senza posa: “Una cosa ti manca. Quello che hai vendilo, dallo ai poveri; poi, vieni e seguimi”. Cosa avevo io da vendere e donare per seguire il Cristo? “Si può seguire il Cristo in diversi modi”, mi suggeriva la simpatica ragazza incontrata in comunità di base.
Riassumo ora le tappe del mio cammino: un campeggio JEC organizzato dalla parrocchia, un ritiro col gruppo diocesano vocazioni, numerose visite agli ammalati dell’ospedale ed alle comunità rurali col mio parroco, la partenza per l’anno di Propedeutica al seminario di Issia.
Ad Issia continuo il discernimento, aiutato dal padre spirituale. Prego, studio, ho la mia piccola responsabilità a servizio della comunità, la domenica sono al villaggio per il catechismo.
Renaud Touré
Carissimi amici,
non posso chiudere senza accennare alla difficile realtà che continuiamo a vivere in Costa d’Avorio.
Le elezioni generali, che da anni avrebbero dovuto metter fine alla grave crisi politico-militare e portare la pace nel paese, sono purtroppo ancora un pio desiderio.
L’economia è al collasso, le infrastrutture si deteriorano a vista d’occhio e la gente soffre.
Soffre anche la Chiesa, per lo scoraggiamento di tanti suoi fedeli, disorientati dalla guerra e facile preda dei mercanti di illusioni che prosperano come la gramigna nei campi abbandonati.
Ma il Signore non ci abbandona, e c’è sempre qualche raggio di sole che attraversa le nubi. Ne cito solo due:
- la piccola comunità che sta crescendo ad Issia attorno alla chiesa San Kizito, giunta ormai alle rifiniture.
- le ordinazioni sacerdotali che si preparano in tutto il paese - diocesi e SMA - con i cristiani che già cantano danzando: “Un sacerdote in più, che percorre i villaggi e vive con la gente, quale benedizione per noi!”.
Grazie a Dio, e grazie a voi che pregate e ci sostenete con generosa amicizia.
”Il Signore vi benedica, faccia splendere su di voi la luce del suo volto e vi conceda la pace” (Num. 6,25-26).
1° maggio 2009
P. Mario BOFFA
Séminaire Sainte Thérèse
B.P. 47 ISSIA (Côte d’Ivoire)
