Intervista a Bernard Tondé, Prete diocesano ivoriano
D.: Da anni non si svolgono elezioni in Costa d’Avorio: cosa è successo?
R.: È dall’ottobre 2005 che è scaduto il mandato presidenziale. Da questa data, le elezioni sono state sempre rinviate. Ma come si è giunti a questo? Il paese ha goduto di pace e di stabilità politico-sociale dall’anno dell’Indipendenza (1960) fino alla morte del primo presidente, Félix Houphouët Boigny, nel dicembre 1993. Il dopo-Houphouët è stato un periodo molto delicato che è sfociato in una profonda rottura del tessuto sociale. Ciò fu dovuto soprattutto alla tenacia nello sviluppare l’ivoirité (l’identità nazionale ivoriana), che introduceva e radicava piano piano nel popolo il veleno dell’odio, della xenofobia e dei sentimenti di repulsione verso gli stranieri.

Non si può dimenticare la campagna denigratoria contro l’ex primo ministro di Houphouët, Alassane Ouattara, il quale era accusato di non essere Ivoriano di nascita, perché di madre burkinabé. L’8 dicembre 1994 venne adottato un nuovo codice elettorale che imponeva ai canditati alle elezioni di dare prova della loro ascendenza e nazionalità ivoriane. Nel 1995 Henri Konan Bédié (candidato del partito di Houphouët, il PDCI), è eletto Presidente con il 96,44 % dei voti. Gli altri partiti però avevano boicottato queste elezioni. Il clima pesante e diffuso di insoddisfazione popolare ha finito per esplodere, alla vigilia del Natale 1999, nel primo colpo di stato che la Costa d’Avorio ha conosciuto, che ha portato al potere i militari, e ha esiliato il Presidente della Repubblica, Bédié.
Il generale Guéi Robert, nuovo uomo forte, prometteva di rimanere al potere, solo il tempo di “pulire la casa” e di organizzare elezioni democratiche. Prendendo gusto al potere, purtroppo, organizza nel 2000 delle elezioni discriminanti, non aperte a tutti i candidati, che gettarono il Paese nella confusione. La folla scese per le vie per manifestare la propria disapprovazione, costringendolo alla fuga. Arriva così al potere l’attuale Presidente, Laurent Gbagbo. Un anno dopo, il 19 settembre 2002, un mancato colpo di stato non rovescia la presidenza di Gbagbo, ma ha conseguenze ancora più tragiche: dà inizio a una guerra civile che divide il Paese in due, i ribelli al Nord con il 60% del territorio, e il governo di Gbagbo al Sud.
I ribelli sono militari ivoriani che si erano rifugiati nel Burkina Faso. Da allora tutti i tentativi del Sud di riprendere il Nord con la forza sono falliti. Dopo vari tentativi inutili di riconciliazione, finalmente “il dialogo diretto” tra il governo e i ribelli, sancito nell’accordo di Ouagadougou, sembra promettente, e dà risultati evidenti: il Paese è oggi riunificato, si è avviato il disarmo delle milizie, il processo di identificazione dei cittadini per fissare le liste elettorali è a buon punto, e la fiducia tra tutti i figli del paese è rinata. Tutti i principali attori politici hanno approvato la data del 29 novembre prossimo per il primo turno delle elezioni presidenziali.
D.: Ci sono responsabilità dei paesi europei?
R.: Sarebbe difficile sostenere il contrario! Per rendersi conto delle enormi responsabilità di un Paese europeo, la Francia, basterebbe leggere il libretto di François-Xavier Verschave, De la Françafrique à la Mafiafrique, (Bruxelles, 2004). L’autore è uno dei veri amici dell’Africa; ha consacrato gli ultimi dieci anni della sua vita a dirigere l’Associazione “Survie”, fondata da 126 Premi Nobel, che studia tra l’altro le relazioni franco-africane e la gestione del bene pubblico mondiale. Nel suo sforzo di aiutare l’Africa ad uscire dalla miseria, dalla fame e dall’estrema povertà, “Survie” ha denunciato la presenza di un sistema neocoloniale, voluto e creato dall’Eliseo per mantenere sempre dipendente l’Africa.
I mezzi utilizzati: imposizione di governatori “francesi di pelle nera” come presidenti degli stati africani; manipolazione delle elezioni, coinvolgimento nei genocidi, reclutamento di mercenari, assassinii politici, finanziamento delle guerre civili, vendita di armi... Quali sono le preoccupazioni quotidiane della gente? Con il 40% di disoccupati nel paese, si capisce già la difficoltà. Un ivoriano su due è costretto a sopravvivere oggi con meno di un euro. Il numero di poveri si è moltiplicato per 10 nell’arco di una generazione. La Costa d’Avorio fa ormai parte del gruppo dei “Paesi poveri fortemente indebitati”: il suo debito estero è arrivato al 60% del Pib. Nel 2007 il paese era classificato al 166° posto su 177 paesi, nell’indice di sviluppo delle Nazioni Unite. Il 70% della popolazione prende un solo pasto al giorno. Trovare un lavoro che permetta di mantenere la propria famiglia, crescere i figli, avere i mezzi per le cure mediche, è la preoccupazione della maggioranza della popolazione.
D.: La crisi economica mondiale ha toccato anche la Costa d’Avorio?
R.: Sì, basta guardarsi attorno. Le condizioni di vita delle popolazioni sono preoccupanti; mentre la grande maggioranza degli ivoriani marcisce nella miseria, una minoranza vive nell’opulenza. La crisi mondiale è venuta ad aggravare un deterioramento delle condizioni socio-economiche già in atto. È calata sia l’età media (da 55 anni nel 1987 a 48 anni oggi), sia il tasso di scolarità nella scuola elementare (da 74% nel 2002 a 69% nel 2008 secondo l’Unesco). Malgrado la crisi, il paese è molto ricco di risorse, minerarie e agricole: petrolio, gas, oro, diamanti, ferro, caffè, cacao, olio di palma, cotone, banane, ananas, arachidi, canna da zucchero, caucciù, legna, pesca.
Ma tra le ragioni della nostra crisi bisogna anche includere la cattiva gestione da parte dei responsabili del Paese, e la forte corruzione. Il Comitato cattolico contro la fame e per lo sviluppo (CCFD) ha pubblicato una minuziosa inchiesta, nella quale emerge che soltanto il 4% dell’ammontare dei soldi derubati e nascosti nelle banche d’Europa da una trentina di capi di stato africani, è stato versato alle popolazioni defraudate. Il CCFD denuncia le responsabilità dei paesi del Nord, nel bloccare la procedura di restituzione (www. ccfd.asso.fr).
D.: Quali sono le caratteristiche della Chiesa ivoriana e che impatto ha sulla cultura?
R.: Dei circa 20 milioni di ivoriani, i cristiani nel totale sono il 32%. I cattolici sono più di 3 milioni. La Chiesa ivoriana è una Chiesa molto giovane (ha 114 anni di vita), dinamica e in crescita. La apprensione della Chiesa è oggi di riuscire a portare il paese alla pace e alla riconciliazione, e di guarire le menti, affinché si riscopra il rispetto della vita, l’apertura al diverso e la fiducia reciproca. Per questo, una sensibilizzazione è in atto affinché la Commissione Giustizia e Pace, che è diventata già una realtà in tutte le diocesi, si potenzi e coinvolga davvero parrocchie e famiglie.
In fondo, si tratta di arrivare a un perdono vero, capace di consentire a tutti di re-imparare a vivere insieme come prima, nella tolleranza. Portare tutti ad avere un’attenzione al povero e al malato, a sviluppare la solidarietà, lo spirito di responsabilità e di sacrificio verso tutti: ecco la sfida odierna della Chiesa ivoriana.
Pubblicato su Afriche, n° 3/2009
