Il riscatto delle donne ruandesi

Sono trascorsi 15 anni dalla terribile carneficina, avvenuta in Ruanda, tra Tutsi e Hutu. Nel 1994, il “Paese dalle mille colline” ha vissuto uno degli eventi più tragici della sua storia. Per cento giorni, dal 7 aprile sino all’inizio di luglio, si è svolto un vero e proprio genocidio, che ha causato quasi un milione di vittime.

ruanda La comunità internazionale, pur avendo molti dati a disposizione che lasciavano presagire la strage, non è intervenuta. Anche l’ONU, nonostante le ripetute richieste del canadese Romeo Dallaire – l’allora comandante della missione delle Nazioni Unite per l’assistenza al Ruanda (MINUAR) – si è dimostrata impotente di fronte alla situazione. Il ricordo fra i sopravvissuti è ancora vivo.

Molte, inoltre, le ferite rimaste aperte. Varie organizzazioni, sorte in questi anni, hanno offerto aiuto concreto e assistenza psicologica alla popolazione. Tra le più attive figurano Sevota, associazione fondata da Godelieve Mukasarasi, attivista dei diritti umani il cui lavoro ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti ed elogi in vari Stati, inclusa l’Italia, e Pro-femmes, voluta da Suzanne Ruboneka, che si occupa della promozione della giustizia sociale, dell’educazione, dei diritti delle donne e dei bambini.

Un sostegno contro le violenze e l’abbandono dei minori


È scampata ai massacri di quei cento giorni che hanno insanguinato il Ruanda. La tragedia, però, l’ha toccata in prima persona subito dopo l’ecatombe, quando miliziani, in un agguato, hanno assassinato suo marito, mentre si stava recando a testimoniare in un processo post-genocidio. Con lui c’era anche la figlia, anch’essa brutalmente uccisa. Godelieve Mukasarasi ha voluto reagire a questo trauma cercando giustizia non solo per sé.
Ha reagito organizzandosi con altre donne, vittime di ingiustizie, sopravvissute agli eccidi, e ha creato Sevota (Solidarietà per la crescita e lo sviluppo delle vedove e degli orfani). I progetti portati avanti in questi anni, hanno permesso di proteggere da attacchi o intimidazioni mogli, madri e figlie nel corso dei processi avviati per ottenere giustizia e per gettare le basi di una riconciliazione nazionale. Oltre a questo, Godelieve e le altre attiviste di Sevota hanno aiutato centinaia di donne, vittime di stupri etnici, ad accedere a cure mediche importanti, inclusi specifici trattamenti contro l’AIDS.

Si stima che oltre 200mila donne hanno subito stupri durante i tre mesi che sconvolsero il Ruanda.
“Durante i tre mesi del genocidio c’erano ovunque posti di blocco dove chi passava doveva mostrare la carta d’identità. Subito venivano messe da parte le persone che erano tutsi o che non erano in grado di dimostrare la loro identità. Le donne venivano raccolte in casupole e baracche e cominciavano gli stupri. Il problema è che da singoli stupri si passava allo schiavismo sessuale, perché le stesse donne erano violentate da gruppi di uomini”, ricorda Godelieve.

L’abuso sessuale, durante la follia del genocidio, è stata tristemente una pratica sistematica e intenzionale, usata per terrorizzare la popolazione, per distruggere la coesione familiare e comunitaria, o per alterare l’appartenenza etnica delle generazioni successive. Oltre a questa delicata questione, l’associazione Sevota ha dovuto affrontare il problema degli orfani. Come ha scritto il giornalista Raffaele Masto, la parola orfano “in Africa non ha senso. Un bimbo che perde i genitori viene allevato senza problemi dagli altri membri della famiglia allargata. Nel caso del Ruanda di allora era invece appropriato definirli così. Si trattava di bambini che avevano perso tutto il loro nucleo famigliare, ed erano traumatizzati al punto che molti di loro avevano perso la parola”.

L’UNICEF aveva stimato oltre un milione di orfani in Ruanda a seguito del genocidio e degli effetti che esso ha provocato. In particolare, la piaga dell’AIDS ha ucciso migliaia di madri. Per affrontare casi così delicati, l’associazione Sevota favorisce terapie psicologiche appropriate e luoghi di accoglienza per ospitare i bambini.

Per il suo impegno nel favorire il dialogo interetnico e nel migliorare le condizioni di donne e bambini, Godelieve Mukasarasi nel 2004 ha ricevuto il premio John Humphrey Freedom Award, dall’associazione canadese Rights & Democracy. Nella motivazione si sottolinea: “Attraverso il suo coraggio, il suo entusiasmo e il suo infaticabile impegno, è riuscita a ottenere la fiducia delle vittime di violenze e abusi sessuali, in particolare di quelle donne che hanno contratto l’HIV e l’AIDS. Ha saputo inoltre rompere il silenzio, aiutandole a ottenere giustizia”.

Solidarietà femminile

“Nella nostra cultura, ci sono ancora numerosi ostacoli per una donna nell’esprimersi liberamente in pubblico, soprattutto in presenza di uomini. Di conseguenza, non ci sono spazi per avere un ruolo attivo. Molte donne sono analfabete e il loro punto di vista non viene considerato”. Spiega così la condizione femminile in Ruanda, Suzanne Ruboneka, presidentessa di Pro-Femmes, organizzazione che raggruppa varie associazioni femminili, il cui intento è quello di creare un dialogo e un confronto tra vittime e carnefici.

“Per superare le ferite del genocidio − sottolinea Suzanne − è importante mettere insieme, fianco a fianco, donne vittime e carnefici, donne che hanno subito stupri e violenze e donne i cui mariti e parenti hanno ucciso e stuprato”. L’idea è quella di ricreare unità fra Hutu e Tutsi, e di ricostruire un clima di pacifica convivenza. “Per farlo − prosegue Suzanne Ruboneka − bisogna contrastare la povertà che affligge vedove, rifugiate, mogli di ex combattenti, oltre che offrire supporto psicologico per affrontare gravi traumi e favorire il dialogo e la partecipazione attiva delle donne”. Pro-Femmes porta avanti piani d’azioni mirati per realizzare condizioni economiche, politiche, morali e giuridiche favorevoli alla creazione di una pace reale e duratura.

Luoghi per mantenere viva la memoria

Il Ruanda, situato al centro di due formazioni montuose (per questo è chiamato il Paese dalle mille colline), nell’aprile 2009, ha ricordato il quindicesimo anniversario del genocidio. Camminando per le vie delle città e dei villaggi si respira ancora un clima di angoscia per quanto è accaduto fra l’aprile e il luglio 1994. Nonostante che le ferite non si siano ancora rimarginate, i ruandesi hanno deciso di conservare quei luoghi in cui si sono verificati terribili massacri. Lo scopo è quello di preservare la memoria del genocidio affinché le future generazioni, non solo ruandesi o africane, non cadano mai più in un simile baratro di orrore.

Sono stati trasformati in monumenti commemorativi ben duecento luoghi. Tra essi figura la chiesa di Nyamata in cui circa 2500 persone, perlopiù donne e bambini, furono stipate al suo interno e uccise con il lancio, da parte delle milizie del vecchio regime, di bombe a mano. Altri luoghi “simbolo” sono diventati la scuola di Murami, dove furono uccise 27mila persone; il centro di Bisesero, situato sulle colline di Kibuye, nella provincia occidentale del Ruanda, in cui morirono circa 30 mila civili, e Nyanza, dove duemila rifugiati Tutsi vennero barbaramente uccisi, dopo che i caschi blu furono ritirati su decisione dell’ONU. Proprio a Nyanza, si trova un cimitero in cui centinaia di croci di legno simboleggiano l’abbandono del Ruanda da parte della comunità internazionale.

Silvia Turrin

tratto da Afriche, 3/2009

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