Ci vogliono preti locali
“Un prete indigeno con molta meno perfezione di un prete europeo farà molto più bene nel suo paese dello straniero” (Pensiero n. 61)
Nella sua riflessione, Mons. de Brésillac, con il pensiero n° 61, si esprime su un tema importante e decisivo per l’avvenire della missione. Egli afferma: “Un prete indigeno con molta meno perfezione di un prete europeo farà molto più bene nel suo paese dello straniero”. Si tratta della questione del clero locale che ha accompagnato in ogni secolo la missione della Chiesa. Varie volte l’autorità pontificia è intervenuta per rilevarne l’importanza e l’urgenza. I missionari vanno e vengono, devono lasciare una missione per motivi personali, spesso per la salute, ma anche per motivi politici a volte imprevedibili. I preti locali invece rimangono e anche se non hanno ricevuto tutta la formazione sacerdotale che si ritiene necessaria e magari sono condizionati da molte circostanze e tradizioni, sono comunque una garanzia per l’avvenire di una comunità cristiana chiamata a diventare Chiesa. Inoltre, non è sufficiente che in un territorio ci siano sacerdoti del luogo, occorre anche che essi formino un clero locale, capace di gestirsi da ogni punto di vista e in ogni emergenza. Essi possono inculturare la fede cristiana e cercare di conciliare le esigenze del vangelo con le tradizioni locali facendo in modo che Gesù Cristo abbia veri discepoli presso ogni popolo. Il Fondatore della SMA era rimasto colpito dalla testimonianza degli apostoli di Gesù che, molto semplicemente, mettevano a capo delle comunità da essi fondate dei responsabili locali con i quali mantenevano i contatti durante i viaggi. In pratica, le cose non andavano sempre nel modo migliore: in teoria molti erano d’accordo con l’esistenza del clero locale ma, di fatto, molti altri pretendevano che i preti del posto fossero formati e vivessero come i missionari cosa che, a volte, era molto difficile e anche ingiusta. Fatte le dovute distinzioni, il discorso del clero locale riguarda ogni sacerdote incaricato della pastorale nelle nostre antiche Chiese. Per svolgere il suo impegno nelle migliori condizioni, egli deve conoscere la popolazione, le sue tradizioni, il cammino cristiano percorso, la situazione sociale esistente nel territorio. In Italia c’è una notevole differenza tra il nord e il sud, tra la campagna e la città, tra le varie categorie di persone, tra quanti hanno frequentato le scuole superiori e le università e quanti sono rimasti ai primi anni di scuola, tra chi naviga in internet e chi naviga solo tra le proprie idee...
Le ˮmissioni” in una condizione migliore
“Se in ciò che riguarda la dottrina e la condotta personale […] si fosse sempre seguito l’orientamento di Roma, senza tergiversare, le missioni non sarebbero nello stato in cui sono oggi”. (Pensiero n. 54)
Nel pensiero N. 54, Mons. de Brésillac affronta un tema importante per la missione quando afferma:
“Se in ciò che riguarda la dottrina e la condotta personale […] si fosse sempre seguito l’orientamento di Roma, senza tergiversare, le missioni non sarebbero nello stato in cui sono oggi”.
Egli considera l’obbedienza alla Santa Sede una garanzia per l’unità dei missionari e per l’efficacia della loro azione.
Nel 1622, la Santa Sede istituisce la Congregazione di ˮPropaganda Fideˮ, (oggi “per l’Evangelizzazione dei popoliˮ), e dispone così di un dicastero che si occupa delle missioni, ne orienta i principi costitutivi e formula i criteri pratici che i missionari sono invitati a seguire. Nel tempo, i suoi interventi hanno affrontato vari problemi e previsto delle linee guida e, a volte, come in India, delle norme ben precise da seguire. Particolare attenzione fu data allo sviluppo del clero locale, impegno che stava molto a cuore al nostro Fondatore.
Le direttive romane non erano sempre osservate, ognuno ne dava l’interpretazione che voleva, i tempi per realizzare determinati obiettivi non erano uguali per tutti e questo diventava un ostacolo all’unità dell’azione missionaria e quindi alla sua efficacia.
De Brésillac ritiene che per procedere bene in missione occorra essere uniti e l’unità deve crearsi attorno alle indicazioni della Chiesa di Roma. Egli pensa che ˮPropaganda Fideˮ abbia l’autorità e l’autorevolezza per adempiere la sua funzione. Alle sue indicazioni bisogna saper obbedire. Invece l’individualismo, così sviluppato anche ai nostri giorni, crea confusione, disperde le forze, favorisce i conflitti, fa perdere del tempo, moltiplica la concorrenza e diminuisce così l’efficacia dell’azione missionaria.
Forse è bene ricordare che “l’obbedienza non sta nel dire sempre sì senza aver fatto nulla, ma è un offrire la propria libertà, la propria intuizione, la propria personalità al superiore; senza cambiare dentro, se la coscienza è tranquilla perché dentro c’è Dio”. (Giovanni Barra). Questo vale per tutti, da Roma al missionario nelle isole più lontane.
Il missionario si sente solo?
“In fin dei conti, tu hai diecimila cristiani nel tuo distretto e ti senti solo?” (Pensiero n. 53)
Al numero 53 dei suoi “Pensieri”, Mons. de Brésillac affronta un argomento presente nel dizionario dell’esperienza missionaria: quello della solitudine. Solitudine fisica, psicologica, affettiva, pastorale. Egli riporta il lamento di missionari esposti a questa tentazione, riconosciuta come “terribile” e diffusa.
Il nostro Fondatore però, non riesce a capirla e afferma: “In fin dei conti, tu hai diecimila cristiani nel tuo distretto e ti senti solo?”
La cifra è certamente esagerata per quel tempo in India, ma la risposta vuol far capire che tale solitudine non ha fondamento: esistono comunità di cristiani e il missionario, buon pastore di tutti, è chiamato a incontrarli, a servirli nelle loro necessità spirituali e anche materiali, a soffrire con loro, a offrire loro la grazia della Parola di Dio e dei Sacramenti, specialmente dell’Eucaristia e della Penitenza. Se egli agisce in questo senso non può sentirsi solo, anche se alcuni cristiani non fossero praticanti. E poi ci sono i non cristiani che sono tanti.
A questa risposta il missionario, nel testo dei “Pensieri”, afferma: “È vero che ci sono tanti cristiani, ma sono altri uomini”. E de Brésillac risponde: “Non saranno altri se tu ti fai come loro”.
Si tratta allora di seguire l’insegnamento di san Paolo:
“Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero […]. Mi sono fatto debole con i deboli per guadagnare i deboli. Mi sono fatto tutto a tutti per salvare a ogni costo qualcuno” (1 Co 9, 19.22).
Nel missionario, come nel sacerdote, il problema della solitudine affiora meno se egli non vive da solo ma fa parte di una comunità di due o più confratelli e tutti conducono, per quanto possibile, una vita comune, con momenti di preghiera e di condivisione fraterna.
Inoltre, se il missionario ha un cuore conquistato dall’amore verso il Signore Gesù, che continua a chiamarlo e a inviarlo e cerca di lasciarsi attrarre da Lui, non soffrirà certamente la solitudine. Neanche cercherà compensazioni che lo distraggono dalla propria missione per gli altri, tutti gli altri.
È stato scritto: “Avere un posto nel cuore di qualcuno significa non essere mai soli” (Pérez): se poi questo cuore è quello di Dio, Padre ricco di ogni misericordia, allora ogni tentazione sarà vinta facilmente.
“Mi sono fatto tutto a tutti”
“Troviamoci in mezzo a un popolo che non pensa mai come noi, che non parla come noi, che non procede come noi, che non mangia come noi, che non inganna come noi, che non mentisce come noi, che non fa niente, né bene né male, né cose indifferenti come noi, ce ne sono pochi allora che possono dire:‘Mi sono fatto tutto a tutti per salvare a ogni costo qualcuno’. Anche i missionari più pii dimenticano talvolta che costoro sono nostri fratelli”. (Pensiero n. 51)
Nel pensiero numero 52, Mons. de Brésillac commenta le parole di san Paolo: “Mi sono fatto tutto a tutti” (1 Co 9, 22).
Egli sostiene che, in concreto, la dedizione completa è difficile, specialmente per un missionario che si trova a vivere e ad agire in un ambiente tanto diverso da quello da cui proviene. La difficoltà non è tanto grande quando i limiti che incontra negli altri sono simili a quelli che conosce da sempre.
Per realizzare l’esperienza di san Paolo ci vuole tempo, pazienza, umiltà, capacità di ascolto e di comprensione, insieme allo studio della cultura locale condotto con benevolenza e amore.
“Senza di me, non potete far niente” ci dice Gesù (Gv 15, 5): questo vale anche per il missionario che intende donarsi totalmente a tutti.
Anche su questo punto fondamentale l’esempio che dobbiamo seguire ci viene sempre da Lui, dal Maestro, dal Figlio di Dio che si è fatto uno di noi, incarnandosi in una cultura particolare, donandosi interamente a ognuno come se fosse l’unico al mondo.
L’incontro di ciascuno con gli altri nell’esercizio della propria vocazione e professione pone ovunque lo stesso problema che affronta il missionario in terre lontane.
In ogni luogo è richiesta la dedizione, specie dove i cambiamenti sociali sono più rapidi e incisivi. Ci si chiede, per esempio, come incontrare e capire i ragazzi e i giovani dell’era digitale: anche loro non pensano come noi, non parlano come noi, non agiscono come noi, vedono il bene e il male diversamente da noi.
Ma “per salvarne ad ogni costo qualcuno” anche noi dobbiamo “farci” a loro, cercando di conoscerli, di capirli, di coglierne senza fatiche gli elementi positivi, condividendo in modo nuovo quanto il Signore ci ha chiesto di annunciare.
Vangelo, opera di Dio e non dell'uomo
“Il vangelo non è l’opera di un uomo. Non c’è bisogno di altra prova che questa: esso conviene a tutti i tempi, a tutti i luoghi e a tutte le civiltà”. (Pensiero n. 51)
Possiamo aggiungere: non è opera umana, perché è opera di un Dio che vuole far arrivare la sua parola ovunque e a tutti perché di tutti intende fare una sola famiglia, quella dei suoi figli.
Vangelo vuol dire “buona notizia”, l’annuncio di cui il mondo di ogni tempo ha bisogno. Non si tratta però di una proposta ideologica o di un benessere solo terreno : è invece l’annuncio di una persona, quella del Verbo di Dio che si fa uno di noi, patisce, muore e risorge per noi, diventa Lui stesso vangelo del Padre, si fa per noi l’esegeta di Dio.
Come ci ricorda un importante documento della Chiesa di qualche mese fa sulla Parola di Dio, “in un mondo che spesso sente Dio come superfluo o estraneo, noi confessiamo come Pietro che solo Lui ha parole di vita eterna. Non esiste priorità più grande di questa: riaprire all’uomo d’oggi l’accesso a Dio, al Dio che parla e ci comunica il suo amore perché abbiamo la vita in abbondanza (cf. Gv 10,10) (Verbum Domini, 2)”.
Il nostro Fondatore insegna che tutte le civiltà sono in grado di accogliere il vangelo, anche se non tutte nello stesso modo: “La più imperfetta l’accetterà senza paura perché il vangelo non umilia le sue imperfezioni; piuttosto le modificherà e, senza accettarle, le si adatterà. Le civiltà più perfette lo saluteranno con ammirazione perché è più perfetto di loro”.
Questo incontro del vangelo con i popoli e le culture non si realizza senza difficoltà, irrigidimenti, timori e chiusure da parte di chi lo ascolta e di chi lo propone, cioè dei missionari di questa Parola. Ci vuole tanta pazienza.
A questo proposito Mons. de Brésillac scrive : “Pazienza. Pazienza! Lo spirito del vangelo è soprattutto uno spirito di condiscendenza e di dolcezza”. Anche quando si muove verso qualcuno o verso qualche popolo, il vangelo è sempre opera di Dio e Dio solo conosce quando giunge il tempo del sì. Noi missionari siamo solo al suo servizio.
Il missionario deve anche saper amministrare
“Vedo molti missionari uomini di talento; un numero abbastanza grande sono anche eruditi in alcuni campi; molti sono forti nella dialettica, riescono facilmente in una controversia e sanno sostenere, a volte con eloquenza e quasi sempre solidamente, la fede cattolica. Quasi non ne vedo che sappiano cos’è l’amministrazione di una parrocchia, ancora meno di una diocesi, e fa pena vedere quante cose importanti sono trascurate, falsate, rese invalide da questa ignoranza!” (Pensiero n. 39)
La missione di Gesù Redentore si svolge in un mondo diventato in questi ultimi tempi sempre più complesso, molteplice, frammentato, in rapido cambiamento. Se vogliamo che essa riesca abbiamo bisogno non solo dell’aiuto di Dio, ma anche dell’uso intelligente e creativo delle qualità umane che possediamo e dei mezzi che il mondo ci offre. Gesù ha detto: “Senza di me non potete far niente” (Gv 15,5) ma è anche vero che: “Aiutati che Dio ti aiuta”.
Occorre una dimensione organizzativa da mettere al servizio dell’attività missionaria affinché sia svolta in un modo armonico, efficace, essenziale e concreto. Bisogna evitare concorrenze, sprechi di tempo e di energie, improvvisazioni, personalismi quasi sempre di breve durata. Ci vuole un metodo che impedisca di trascurare le cose importanti e di dare troppo peso a quelle che non lo sono.
Occorrono duttilità e apertura agli imprevisti da affrontare seguendo la luce della verità da annunciare, della fede da proporre e della carità da far trionfare. In qualsiasi circostanza, infatti, il missionario è sempre un discepolo di Gesù e del suo vangelo e un inviato della Chiesa, in comunione non solo di spirito con la sua comunità.
Nella gestione di una società ogni tanto si compie una revisione della situazione, dei conti e dei programmi. Così si deve procedere anche nella gestione di una missione. Come i giorni di ritiro e di esercizi spirituali che ci aiutano a livello personale. In genere, chi è capace di gestire se stesso, amministra bene una qualsiasi istituzione ecclesiale.
Il nostro Fondatore, Mons. de Brésillac, era molto attento alla gestione delle missioni ed era esigente con i suoi missionari. Essi dovevano spesso rendergli conto di quello che facevano e di come gestivano sul piano spirituale e su quello materiale l’istituzione di cui erano incaricati. La considerava una questione di coscienza professionale, di giustizia e di carità ben ordinata: il bene va compiuto bene.
Tra carità e prudenza: saper discernere
“Io non so quale missionario temerei di più: quello che ha una grande carità non accompagnata dalla prudenza o quello che ha una prudenza non accompagnata dalla carità” (Pensiero n. 37)
Leggendo le vite dei santi e di quanti hanno fatto un gran bene alla Chiesa e al mondo, ci accorgiamo che parecchi tra loro furono considerati imprudenti, originali, idealisti, anche folli, fuori dalle norme consolidate nel tempo. Per questo soffrirono, furono perseguitati, emarginati, considerati matti, come nel caso di Don Bosco che due canonici di Torino volevano condurre al manicomio.
Anche grandi movimenti e nuove epoche della storia della Chiesa furono determinati dalla vita e dal pensiero di cristiani che erano non troppo vicini all’ordinaria prudenza. Magari essi furono riconosciuti quando erano già in cielo, dove regna in pienezza lo Spirito di Dio. Uno Spirito che è amore, fuoco, soffio vitale, imprevedibile, impetuoso, sconvolgente, comprensibile solo da quanti godono sulla terra dei suoi doni, delle sue ispirazioni e di quelle mozioni che sai da dove vengono ma non dove ti possono condurre.
Esiste un prezioso strumento per giudicare quanto viene dallo Spirito di Dio e quanto è frutto solo del nostro spirito e come, in un caso specifico, possiamo conciliare la carità e la prudenza. E’ il discernimento spirituale. L’hanno elaborato i grandi maestri dello spirito partendo dalla Parola di Dio, dalla Tradizione, dall’insegnamento dei santi.
Mons. de Brésillac se ne serviva molto. Le circostanze della sua vita missionaria l’obbligarono spesso a discernere ciò che era giusto e buono per lui e per la missione. Prima di decidere, egli “consultava il Signore”, com’era solito dire. Vi metteva parecchio tempo. Ma quando aveva preso una decisione, andava coraggiosamente avanti senza curarsi dei rischi che correva. Gli interessava essere in pace con la sua coscienza. Poi vi metteva la fede, la speranza e la carità e avvolgeva tutto con lo zelo attinto dai primi testimoni della fede, gli apostoli. Sapeva di non essere per natura troppo portato alla prudenza, ma s’impegnava a chiederla allo Spirito e a praticarla senza venir meno alla voce del Signore.
Non tutti sono in grado di compiere un buon discernimento spirituale: solo chi nella vita è docile allo Spirito può capire cosa il Signore gli chiede e come deve agire acceso dalla carità e illuminato dalla prudenza.
Il rischio di “troppa perfezione”
“Stiamo bene attenti a non esigere troppa perfezione. Su questo punto, la carità può essere molto imprudente e produrre più male di un’eccessiva condiscendenza”.
Questo pensiero di Mons. de Brésillac (il 35°), riguarda l’equilibrio tra elementi importanti e delicati nella vita e nell’azione del missionario. Il modo di gestirlo comporta numerose implicazioni: persone, comunità, strutture, progetti, apparato normativo, ne sono condizionati.
Usiamo dire: “L’ottimo è spesso nemico del bene” o “Chi troppo vuole, nulla stringe”. E’ il buon senso popolare che tiene conto della fragilità e instabilità umana, del dolore per tanti fallimenti, delle molte vittime di obiettivi fallaci e considerati più che santi, delle delusioni provocate da illusioni esagerate.
Nel suo pensiero, il nostro Fondatore ha davanti agli occhi e nel cuore la situazione della missione in India. Si trattava di una realtà resa complessa dal confronto, a volte aspro, tra chi voleva subito dei cristiani perfetti e chi tollerava situazioni propense all’ambiguità; tra chi si atteneva alla fedeltà rigorosa a un vangelo che, spesso, era il suo vangelo, e chi voleva garantire il rispetto della cultura locale, quando non era chiaramente contraria alle esigenze della fede. Mons. de Brésillac richiamava spesso il modo di agire dei primi apostoli : semplice, essenziale, aperto alle esigenze degli eventi che mutano secondo il procedere della storia. Le loro scelte, presentate dagli Atti degli apostoli, lo confermano.
La condiscendenza è quell’atteggiamento che ci porta ad accogliere i desideri e le aspirazioni degli altri, a intuire le loro difficoltà e condizionamenti, a capire la loro situazione di vita. E’ ovvio, però, che tale condiscendenza sia inaccettabile quando diventa chiaramente un male e danneggia ciò che per il cristiano è fondamentale: la fede, la speranza, la carità, la giustizia, la verità.
La carità è imprudente, e quindi negativa, quando il bene che facciamo a qualcuno danneggia gli altri, quando confondiamo la volontà nostra con quella di Dio, quando dimentichiamo quello che hanno realizzato e realizzano gli altri e non ci passa per la testa il pensiero di ascoltarli e, magari, di lavorare con loro.
Gesù ci ha detto : ”Siate perfetti come è perfetto il Padre mio celeste (Mt 5,48)”: con questo invito, egli ci propone il modello supremo da seguire, quello del Padre che è amore, misericordia, benevolenza, provvidenza e pazienza infinita per tutti. Ma è anche sapienza senza limiti e insuperabile maestro di pedagogia verso ogni creatura e popolo da salvare.
Saper valutare bene le cose
È l’insegnamento che troviamo in un pensiero (il 34°) di Mons. de Brésillac. Egli afferma:
“Facciamoci un’idea esatta delle cose”.
Ogni realtà e avvenimento, ogni notizia e novità che ci vengono incontro o che scopriamo hanno bisogno di una valutazione precisa, attenta, libera.
Questo è molto importante nella vita e nell’azione di un missionario. Egli, infatti, si trova spesso al centro di diverse, e a volte contrapposte, situazioni, aspirazioni, emergenze. Al centro di sfide tra la sua cultura e quella della popolazione in cui si trova, tra la propria esperienza ecclesiale e quella della comunità cristiana presso la quale è inviato.
Ai missionari del XIX secolo non era facile farsi un’idea esatta delle cose. Dovevano esprimersi e scegliere in un contesto dominato dalla lentezza delle comunicazioni, dalle difficoltà dei viaggi, dalla mancanza di ricerche e di analisi delle realtà locali incontrate.
Anche oggi è difficile, a volte per ragioni opposte. La comunicazione avviene sempre di più in tempo reale o quasi; alcune importanti agenzia di stampa monopolizzano l’informazione; la manipolazione delle notizie avviene nel giro di qualche minuto; la massa delle informazioni è enorme; le sintesi sono sempre più difficili e limitate.
Il nostro fondatore aggiunge:
“Le amplificazioni, le esagerazioni, l’entusiasmo fino alle nobili passioni del cuore sono veri scogli nell’opera delle missioni”.
Allontanano dalla realtà e, spesso, dalla verità. Rischiano di far cadere nel soggettivismo e nel personalismo. Si riduce tutto e tutti a se stessi. Per giungere a una valutazione oggettiva delle cose occorre servirsi anche della ragione e delle sue risorse.
L’entusiasmo, ricordandone l’etimologia, significa “con Dio dentro di sé”, “invasamento divino”, “delirio sacro”. È una commozione intensa dell'animo che si esprime in vive manifestazioni di gioia, di eccitazione, di ammirazione; un sentimento di appassionato interesse nei confronti di un ideale o di una causa.
Una certa dose di entusiasmo non può mancare nel missionario. Deve solo saperlo governare. È stato scritto, infatti: “Il mondo appartiene agli entusiasti capaci di non perdere la calma” (William McFee).
L’opera della missione cristiana ha le sue esigenze particolari e diverse da quelle di qualsiasi altra missione. Si tratta della natura umano-divina che ha accompagnato la vicenda terrena del Salvatore e che deve illuminare e orientare quanti continuano oggi la sua missione.
Una saggia regola missionaria e pastorale
“Fa’ in modo di non introdurre nulla che sia sgradito alla gente, ma conduci la gente a desiderare ciò che vuoi introdurre. Che essa sia persuasa di ricevere una grazia e del bene quando introduci una novità”.
Mons. de Brésillac esprime in questo pensiero (il 31°) il suo orientamento sull’incontro del missionario con quanti vivono secondo una cultura diversa dalla sua. In precedenza, egli aveva esposto alcuni criteri sulla varietà delle usanze e sulle attitudini da usare verso di esse. Alcune usanze, infatti, sono necessarie, altre sono né buone né cattive, altre sono degli abusi. Con ognuna bisogna comportarsi in un modo adeguato. Alcune usanze vanno conservate con cura, altre rispettate, altre corrette.
Immerso nell’incontro tra le culture, il missionario ha bisogno di molta prudenza, rispetto dell’altro e intelligenza creativa. Deve saper aspettare. Una decisione frettolosa può rovinare tutto e trasformare una proposta in un’imposizione.
Con queste premesse, Mons. de Brésillac giunge al pensiero che chiamiamo una “saggia regola missionaria e pastorale” da osservare ovunque: condurre la gente a desiderare ciò che vogliamo proporre, convinta che la novità è un dono che le fa del bene. All’inizio, forse, ci sarà qualche difficoltà, qualche sicurezza di meno, ma poi i frutti saranno buoni.
Noi siamo discepoli di Gesù, Colui che fa’ nuove tutte le cose (Ap 21,5). Il suo vangelo è la suprema novità per ogni epoca.
Nel nostro tempo, però, la globalizzazione pone “una seria sfida al significato di luogo e a quello di «cultura». Pur accettando il fatto che la globalizzazione è disuguale, irregolare e incoerente, non si può negare che negli ultimi anni essa abbia avuto un ritmo più accelerato e un impatto più profondo. Contatti, gerarchie di comando, collegamenti personali, rapporti di potere e dominio sociale si estendono sempre più sulla superficie del pianeta” (Doreen Massey -Pat Jess, Luoghi, culture e globalizzazione, Torino, 2001).
Questa è una grande sfida per il missionario: ma l’annuncio del vangelo è per ogni epoca. Occorrono oggi ancor più discernimento, competenza, duttilità e apertura allo Spirito Santo che parla sempre alla Chiesa, offrendole luce e forza per le scelte più pertinenti.
“La stessa pianta, sotto climi diversi….”
Quando riflette sulle vie della missione e sui modi per far accogliere il vangelo, Mons. de Brésillac, considera importante che ogni missionario conosca bene la cultura e le usanze del paese in cui si trova e le accolga. Così egli è in grado di proporre un vangelo che sarà accolto bene dalla popolazione. In questo modo può nascere una comunità cristiana veramente locale. E lo Spirito Santo trova le condizioni favorevoli per sviluppare la sua opera.
In uno dei suoi pensieri, il 25°, il nostro Fondatore, con la bella immagine della vigna, presenta in poche parole questo processo, che oggi chiameremmo d’inculturazione:
“La stessa pianta, sotto climi diversi, assume forme e movimenti diversi. La coltura deve essere adattata alla temperatura dell’aria, alla natura del suolo e non bisogna aspettarsi lo stesso sapore dai frutti che essa produce nei diversi luoghi del globo.
Chiesa del mio Dio, tu sei questa vigna meravigliosa i cui ceppi misteriosi devono radicarsi in tutti i luoghi del mondo. Questi ceppi, piantati sopra il ceppo che il sangue di Dio feconda sul Calvario, avranno ovunque la stessa natura e le stesse proprietà essenziali. Ma sta attento, missionario imprudente, a prendere con un ardore poco misurato il falcetto del vignaiolo francese o portoghese. Guardati dal disprezzare i frutti di tale vigna perché non ti sembreranno soavi come quelli che si raccolgono nella dolce Italia! Tu la renderesti ben presto sterile e rischieresti di distruggere l’opera dello Spirito Santo”.
Il nostro Fondatore invita il missionario ad accogliere pienamente il paese in cui si trova. Quindi il suo ambiente, le abitudini della gente, il suo patrimonio storico-culturale, le caratteristiche del suo sentimento religioso, la situazione in cui vive, le sue aspirazioni e speranze.
In questo processo di accoglienza occorre, però, che il missionario agisca con discernimento e soprattutto con l’amore che scaturisce da Dio. Deve distinguere ciò che è secondario dall’essenziale della fede cristiana, ovunque la vigna del Signore si trovi.
Il missionario e la volontà di Dio
Uno dei pensieri di Mons. de Brésillac ci offre una brevissima lezione di discernimento spirituale. Tale discernimento consiste nella ricerca della volontà di Dio. Abbiamo bisogno di conoscerla prima di poterla realizzare. Come la conosciamo? Ascoltando, in un clima di silenzio e di preghiera, la voce che ci giunge attraverso la Parola di Dio, la Chiesa, le circostanze di cui il Signore si serve per indicarci il cammino.
Il nostro Fondatore, dialogando con Teofilo, un personaggio immaginario, scrive:
“I desideri di sacrifici più grandi, di maggiore sofferenza, di maggiori pericoli, sono buoni e lodevoli. Se si realizzassero, sarebbero il segno di un’anima piena di amore di Dio e che brucia di consumarsi per la sua gloria. A volte sono l’impulso dello spirito di Dio che ci spinge così verso il fine che si propone. Spesso indicano ai superiori quale posto conviene a chi è divorato dal santo amore della croce. Sta attento, tuttavia, o Teofilo. Se, a causa di tali desideri tu perdi la pace dell’anima, se ti senti prendere dallo scoraggiamento, se trascuri l’opera perfetta di cui sei attualmente incaricato per quest’altra più perfetta alla quale sei spinto dai tuoi desideri, per buoni che essi siano, riposano più sulla natura che sulla grazia. Possono divenire un’arma contro di te nelle mani del demonio”. (Mons. De Brésillac, I miei pensieri sulle missioni)
L’autore apprezza i buoni desideri del suo interlocutore. Sono un buon segno. Ma egli deve chiedersi: da dove vengono? Dallo Spirito di Dio o dal suo spirito? Per saperlo esiste un criterio fondamentale: quello che viene da Dio produce nell’animo umano pace, gioia, fiducia nel Signore. Non così quanto viene dallo spirito nostro, anche se si tratta di cose buone. Quando, infatti, siamo condotti dal nostro spirito siamo esposti all’inquietudine, allo scoraggiamento, all’illusione e alla relativa delusione; personalizziamo tutto; e la vanagloria può farsi sentire.
Un buon discernimento ci fa guadagnare tempo ed efficacia, ci rende più liberi e veri, più fiduciosi nel Signore che può tutto, anche se i suoi modi e tempi di azione sono diversi dai nostri. Come missionari, siamo al suo servizio, non al nostro.
Poter andare e saper partire
“Disgraziato il paese dove la voce del missionario non si fa mai sentire. Più disgraziato ancora il paese dove non si vedono che missionari”. (Mons. De Brésillac, I miei pensieri sulle missioni)
In queste poche parole del suo quinto pensiero, Mons. de Brésillac presenta il missionario in rapporto al popolo presso il quale è inviato. Da una parte, esiste l’esigenza che egli non trascuri nessun popolo per annunciargli il vangelo di Cristo. Ciò richiede di poter svolgere la propria missione in tutta libertà. Dall’altra, egli non deve approfittare del successo, usurpando un posto che non è più il suo.
Parecchi temi sono sottesi a questo pensiero del Fondatore della SMA. Ne ricordo due.
Il primo, riguarda la libertà religiosa come condizione necessaria affinché il missionario compia la propria missione, pur nel rispetto dell’autorità civile, religiosa e culturale del popolo al quale si rivolge. Attualmente, esistono popoli, paesi, territori, dove il missionario praticamente non può andare. Spesso in questi paesi sul piano formale si assicura la libertà di culto, ma poi nei fatti essa è violata. Gruppi fondamentalisti, a volte chiaramente appoggiati dalle autorità, si aggiungono per impedire la presenza dei missionari cristiani.
Il secondo, riguarda l’impegno fondamentale di ogni missionario, che Mons. de Brésillac, nello stesso pensiero, qualifica come “necessario e accessorio”.
Noi non conosciamo tutte le vie con le quali il Signore, che vuole salvi tutti, fa giungere a ogni persona umana la possibilità della salvezza. Ma, normalmente, egli si serve dei discepoli per comunicare a tutti il dono prezioso del suo amore. Essi devono predicare, battezzare, fare discepoli tutti i popoli. Ciò avviene soprattutto per mezzo di comunità cristiane che si sviluppano fino a diventare chiese locali con i loro vescovi, sacerdoti e religiosi. Quando si è giunti a questo punto, il missionario deve saper partire altrove, dove altre genti, forse senza neanche saperlo, attendono, Gesù come salvatore.
Ecco perché sarebbe disgraziato un paese dove i missionari sono tanti e non si trovano preti locali. In tale situazione, la fede cristiana non avrebbe avvenire.
Le missioni da sempre e per sempre
“Le missioni sono sempre esistite in un modo o nell’altro.
Esse esisteranno sino alla fine del mondo”. (Mons. De Brésillac, I miei pensieri sulle missioni)
Ecco un pensiero di Mons. de Brésillac all’inizio della sua sintetica riflessione sulle missioni. In pochissime parole, egli si pronuncia su secoli di storia della missione.
All’inizio, gli apostoli e i discepoli, insieme ai primi cristiani, escono dalla Palestina per ragioni apostoliche, di lavoro, di commercio o politiche; ovunque vanno, annunciano il nome di Gesù. Per la maggior parte sono laici. In poco tempo, giungono nelle città del Medio Oriente, navigano nel Mediterraneo e arrivano a Roma, dove penetrano presto in ogni ambiente.
In seguito, i monaci continuano la missione del Signore offrendo un contributo molto particolare. Essi stimolano le diocesi a estendersi altrove verso i pagani. Poi nascono gli ordini religiosi, come i francescani, i domenicani, i gesuiti che si dirigono nei vari continenti annunciando il Vangelo. Nel secolo XIX, hanno origine gli istituti missionari che si aggiungono nella stessa missione con uno speciale impegno per la creazione del clero locale in ogni paese.
Negli ultimi secoli, i missionari sono in maggioranza sacerdoti e religiosi e i laici li aiutano con la preghiera e il sostegno materiale. Si perde, purtroppo, lo slancio iniziale di tutto il popolo di Dio per l’annuncio del Vangelo. E le conseguenze si vedono.
“La missione del Cristo Redentore, affidata alla Chiesa, è ben lontana dal suo compimento”, afferma Giovanni Paolo II nell’enciclica “Redemptoris missio” (n. 1), del 1990. Oggi la missione può svilupparsi bene, se diventa l’impegno di tutta la Chiesa e specialmente dei laici: essi hanno tanti modi per annunciare il nome di Gesù nelle varie espressioni della vita sociale, culturale e civile di ogni paese.
“Io sarò con voi fino alla fine del mondo” (Mt 28,20) disse Gesù dopo aver dato agli apostoli il mandato di andare presso tutti i popoli. La missione cristiana non può finire. Miliardi di persone nel mondo non conoscono Gesù come il Redentore dell’umanità.
O, Chiesa, mia madre!
“O Chiesa, mia madre! Santa Chiesa cattolica, apostolica, romana, sola vera Chiesa di Gesù Cristo!
Dai più teneri anni della mia vita tu fosti l’oggetto più caro dei miei pensieri; le brucianti passioni della mia adolescenza cedettero all’unica passione di amarti e di consacrarmi al tuo onore, alla tua gloria.
Che l’età matura non ceda alla primavera della mia vita! Sii sino alla fine l’unico movente della mia ambizione sulla terra che vorrei vedere tutta intera a te sottomessa. Per la maggior parte, essa non conosce ancora com’è dolce obbedirti!”.
(Mons. De Brésillac, I miei pensieri sulle missioni)
Ecco il primo dei pensieri sulle missioni scritti dal nostro Fondatore, Mons. de Brésillac. Non sappiamo dove e quando, ma c’interessa di più il loro contenuto.
Queste prime parole stanno come sfondo anche agli altri novantotto pensieri. Tutti sono l’espressione di un grande amore alla Chiesa e alla missione.
Da giovane, da sacerdote, da missionario, da vescovo e fondatore, Mons. de Brésillac ha sempre amato la Chiesa; l’ha ubbidita, anche quando, umanamente parlando, non era poi così dolce…
Come missionario, egli brama che in ogni continente tutti ne facciano parte e la seguano. Attraverso il suo ministero Gesù Cristo continua la propria missione di Salvatore del mondo.
“Gesù ha amato la Chiesa fino a sacrificare la sua vita per lei” (Ef 5,25). Il vero discepolo ama la Chiesa e s’impegna affinché tutti ne facciano parte, pur sapendo che essa è come “una casa dai cento portoni e non ci sono due persone che entrano esattamente dallo stesso angolo”(Chersterton).
P. Bruno Semplicio
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