P. Silvano Galli: un po' di cronaca...

21 Settembre

Ero già stato operato nell’ospedale di Datcha nel giugno del 2005. Un’ernia all’inguine destro. Adesso c’è qualche problema con il sinistro. All’ospedale di Sokodé il chirurgo mi dice che è un’ernia: da togliere. Scendo di nuovo a Datcha dove sono conosciuto. Mi accompagna Bassarou, il meccanico, chiamato De Gaulle per la sua statura.

Alle 5,30 sono a Sokodé, dove De Gaulle mi aspetta. Dopo qualche km ci ferma la polizia, ma solo per salutare De Gaulle. È lui che si occupa dei loro veicoli.

A Yoloumbé non si prende più la deviazione per Pagala Gare, si continua sulla nazionale. La strada è brutta, piene di buche. Poco prima di Lagabou passiamo sul ponte pericolante. Grossi massi messi uno accanto all’altro, con mucchi di sabbia e ghiaia. In un container... dei militari che sorvegliano. Alcuni operai lavorano a rafforzare il ponte. Si passa senza difficoltà. Fino ad Anié la strada è molto brutta, a tratti l’asfalto manca, poi buche profonde. Acqua e mezzi pesanti hanno dissestato la strada.

Siamo a Datcha poco dopo le 8. Vado all’accettazione, e un’infermiera prende i dati: temperatura, peso, pressione, età. Le presento il vecchio carnet dell’osepdale. Mi dice: ma lei l’ho già vista, la sua faccia mi è nota, l’ho già incontrata. Era venuta a Kolowaré per i funerali di Etienne nel 2008, l’anestesista che si era occupato di me nel 2005, deceduto in un incidente stradale.

Il chirurgo arriva verso le 11. Sono il numero 4. Mi visita e mi chiede se sono pronto per l’operazione o se ho impegni urgenti. Sono pronto. Mi opera domani. Ordina una serie di analisi. Mi presento al laboratorio per i prelievi, poi passo a vedere l’anestesista. Nel pomeriggio vado a ricuperare le analisi. Già inviate all’anestesista. Sono operabile.
viaggio datcha

22 settembre

Alle 5 l’infemiere viene a chiamarmi per la toilette. Alle 7,30 un altro infermiere mi fa firmare un documento in cui assumo le mie responsabilità e accetto di essere operato.

Vengono a prendermi verso le 8,30. Nella sala operatoria c’è già il ferrista Victor. Sono steso coperto di un drappo verde, braccia aperte. In uno c’è l’apparecchio per controllare la pressione, nell’altro, nella mano, l’ago per la trasfusione. Sabin, l’anestesista fatica trovare il punto per l’iniezione “rachidiana”.

Al quarto tentativo riesce. In poco tempo la parte inferiore del corpo diventa insensibile. Va a chiamare il chirurgo. L’intervento è più lungo del previsto. Ci sono due ernie da sistemare, il grasso del ventre rende laborioso il lavoro, e poi si deve applicare una placca, un reticolo che tenga ferme le due ernie. Seguo l’intervento dietro un panno verde. Ogni tanto domando a che punto è il lavoro e se tutto va bene. Durante l’intervento parlano di sport. Il chirurgo è molto disteso e scherza con il ferrista e l’anestesista mentre lavora sulla mia pancia aperta. L’anestesista è al mio fianco, e mi chiede spesso come va. L’intervento vero e proprio dura 75 minuti. Davanti a noi c’è una grande sveglia.

Verso le 11 sono in camera. Telefono alla missione per avvertire che sono operato. Non posso assorbire nulla fino al pomeriggio. Suor Anna Maria mi porta un termos di thè. Alle 16 un infermiere mi aiuta a berne alcune tazze. Un altro viene e mi fa un antalgico.

Alle 20 terminano le trasfusioni e provo ad alzarmi. Ce la faccio, mi sento bene, senza dolori e in forze. Come cena prendo ancora un po’ di thé. Passeggo un momento in corridoio e saluto gli ammalati. Butto giù poi queste note. Alle 21,30 arriva il chirurgo. Mi sorprende a scrivere e gli traduco quanto ho buttato giù. Chiedo se il giorno dopo posso salire a pregare con le suore. Sorride con un grande sì.

23 Settembre

Alle 5 arriva di nuovo l’infermiere per la terapia. Lo avverto che alle 6 sarò dalle suore per pregare con loro. Posso camminare senza problemi. Nessun dolore alla ferita, solo qualche stiramento. Lodi con la comunità e messa concelebrata con il parroco. Andrò dalle suore ogni giorno, mattino e sera. Sarò anche loro ospite a pranzo e a cena. Una comunità di una decina di suore, di cui tre italiane. Coordina Madre Elisa.

Alle 8 visita medica con il chirurgo, l’anestesista, un infermiere e suor Anna Maria. Verso metà mattinata passo a salutare tutti gli ammalati, una ventina disseminati nelle varie camere a tre letti. Tiro fuori qualche saluto e preghiera in kotokoli. Tanti comprendono. Scherziamo insieme. Faccio poi un giro nel blocco operatorio.

Un tecnico mi accompagna, mi fa entrare nella sala operatoria dove è avvenuto l’intervento, mi mostra i due bisturi utlizzati, il manuale e l’elettrico, poi andiamo in una sala attigua dove ci sono le autoclavi per la sterilizzazione. Su un tavolo una serie di strumenti a forbice.

25 settembre

Alle 8 arrivano i dottori per la visita. È suor Stella che dirige. C’è anche il chirurgo che mi ha operato, Alassani Pierre. Mi danno il foglio di dimissioni, partirò domani. Rifaranno la medicazione prima della partenza. Suor Stella, uno dei chirurghi dell’ospedale, conosce bene i nostri padri e le nostre suore. Ha studiato con suor Petrina, poi si è specializzata in Italia.

Passo in ufficio a chiedere il conto e vado a pagare: 107.700 frs. Più 5700 frs di analisi e 1500 frs di visita. Sui 180 euro. Telefono a Bassarou. Domani sarà qui in prima mattinata.

26 Settembre

Alle le 7,30 l’infermiere Bill mi rifa la medicazione. Devo aspettare suor Stella, il medico chirurgo, in sala operatoria per un taglio cesareo. È lei che firma la mia dimissione. Passo ancora a salutare gli ammalati, mi fermo a chiacchierare, sotto la veranda, con un ragazzo che andavo regolarmente a visitare. Musulmano, fa la terza media e vuole fare l’infermiere.

Un operaio delle suore si avvicina e mi offre un pane. Verso le 9 telefono a Bassarou per vedere se viene o se ha dimenticato. È a Aniè. La strada è bloccata, traffico interrotto, arriverà fra una mezzoretta. Metto in macchina un sacco di mais per il vecchio Georges di Kolowaré, datomi dal figlio Jacques, infermiere all’ospedale.

Un po’ prima delle 10 arriva l’autista. Racconta: partito da Sokodé alle 3, ha trovato subito un mezzo, voleva farmi una sorpresa, arrivare presto, per essere a casa verso le 9. Ma sul ponte non si passa più, ha dovuto prendere la deviazione di Pagala, e sulla strada c’è una lunga fila di camions. La troveremo anche al ritorno.

I Tir, o i “Titani” come si chiamano qui, sono fermi sul bordo della strada, un biscione di alcuni kms da Kofiti a Langabou, ma si passa. A Langabou un poliziotto fa deviare i mezzi leggeri verso Pagala. Stanno rafforzando il ponte pericoloso e il traffico, sulla nazionale, è interrotto.

Ritrovo la bretella già percorsa l’11 settembre. Questa volta si passa senza problemi, anche se ci sono ancora punti difficili, solchi profondi lasciati dai camions e dall’acqua. Rivedo i nostri luoghi, il tratto in cui eravamo bloccati, il cespuglio sotto il quale abbiamo cercato riparo e sostato a pregare, il tornante con i segni ben visibili del camion ribaltato con il suo container.

A Yoloumbé, all’uscita della bretella, sentiamo un botto: un copertone si è squassato e non si può riparare. Siamo fortunati. La ruota di scorta è gonfia. Alle 14 siamo alla missione.

p. Silvano Galli




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