“Carissimi, Monia, una ragazza che è psicologa e frequenta la nostra casa, e collabora con noi nell'animazione missionaria, ha fatto una esperienza che vale la pena far conoscere. Ve la mando. Spero possa essere utile ai lettori del sito. Monia ha un grande cuore missionario e da questa testimonianza traspare tutto.
Vorrei iniziare questa breve condivisione con una domanda che molte volte mi è stata posta: “Perché vuoi partire per la Romania? Perché proprio là…cosa ti spinge?”. Una domanda che ho sempre trovato complessa e a cui spesso ho risposto dicendo che penso ognuno di noi sia chiamato in un “luogo”.
Segni di speranza che ho visto in Romania
Il mio primo ricordo della Romania risale al 1989 quando ancora bambina sentii parlare dell’arresto di un terribile dittatore…Ceaucescu. Negli anni successivi mi capitò di vedere servizi televisivi riguardanti la situazione di abbandono e degrado degli orfanotrofi, che molti bambini dell’ est Europa subivano. Spesso provai il desiderio di mettermi a servizio di queste realtà anche se non sapevo come e la cosa mi sembrava quasi irrealizzabile.
A un certo punto questo desiderio trovò forma e una possibile concretizzazione tra il 2003 e il 2004, in un momento in cui probabilmente non pensavo più di poter partire. Al ritorno da un campo di lavoro nella periferia di Firenze, una signora mi disse di aver conosciuto, in passato, dei ragazzi che facevano servizio in Romania negli orfanotrofi. Il mio desiderio aveva qualche possibilità di riprendere forma!
Tutto tacque per qualche mese, non riuscivo infatti a contattare nessuna associazione, congregazione o quant’altro che operasse in Romania…A marzo 2004 una sorpresa bellissima: una ragazza (che conoscevo poco, ma a cui questa signora aveva parlato di me) mi si avvicinò e mi diede un libro sulla situazione dell’infanzia e in particolare dei bambini che vivono nelle fogne di Bucarest. Solo qualche mese dopo condividendo con un’amica questo mio desiderio (che era anche suo) scoprii che lei conosceva una congregazione che lavorava lì.
A ottobre partimmo per una ventina di giorni, per Cîmpîna a 90 Km a nord di Bucarest. Fu un’esperienza ricca, anche se complessa ed emotivamente molto dura. 57 bambini orfani o abbandonati (dai 15 giorni ai 6 anni), piccoli dalle storie tragiche, segnati sia materialmente ma soprattutto emotivamente. Bambini spesso incapaci di sorridere: ricordo i volti di Livia e Rita sempre cupi; Vlad così “istituzionalizzato” da piangere disperato quando uscivamo; Petre incapace di parlare, senza denti e con altre cicatrici a causa delle percosse; Adriana e Rosalia –gemelline- denutrite. Tutti così bisognosi d’ affetto da divenire una ricerca tanto disperata quanto violenta. Piccole vite che però insegnavano, senza retorica, QUANTO SI PUO’ LOTTARE PER LA VITA STESSA.
Abbiamo conosciuto la situazione dei rom (sinti) esclusi e costretti a vivere ai margini, in quelle che potrebbero essere definite baraccopoli, emarginati da tutti. Inoltre abbiamo sentito i racconti delle difficoltà economiche, dell’assenza di lavoro, della piaga dell’alcool o là dove vi fosse un lavoro, uno stipendio che comunque non permette di vivere dignitosamente, la corruzione dilagante che purtroppo anche a livello sanitario penalizza il popolo, che spesso è costretto a “pagare con mazzette” ogni prestazione.
Il ritorno fu molto complesso, soprattutto di fronte a un mondo che ha “tutto” e nonostante ciò si lamenta ma in particolare per quello che questi bambini, VERI SEMI DI SPERANZA, avevano smosso e perché comunque poi io ritornavo a casa… nel “mio mondo”.
Certamente dura ma profondamente voluta e desiderata… tanto da serbare nel cuore il desiderio di tornare. Per alcuni anni e diverse ragioni, ciò non è stato possibile ma nel 2009 si è ripresentata la possibilità di partire con i Giuseppini del Murialdo. Non sapevo esattamente in quale realtà avrei vissuto, l’unica certezza era che non si trattava di un istituto. Ad agosto siamo partiti diretti a Popeşti a sud di Bucarest (50 Km dalla Bulgaria). Arrivati a Bucarest l’impatto è stato quello con una città diversa, molto occidentalizzata (con tutto quello che ne consegue).
Non vorrei cominciare il mio racconto dall’inizio ma bensì dalla fine di questi venti giorni, con quella che chiamo la mia “eredità”, un po’ il mio mandato di invio lasciatomi da un giovane romeno il giorno della partenza. Mi ha lasciato con queste parole che nascevano dal più profondo del suo cuore: “TU ORA TORNERAI, HAI VISTO, CI HAI CONOSCIUTO E HAI CONOSCIUTO I RAGAZZI DI QUA…TI PREGO RACCONTA DI NOI, DI CHE NON SIAMO QUELLI CHE RIEMPIONO LE CRONACHE ITALIANE…MA RACCONTA I SEGNI DI SPERANZA CHE HAI VISTO – IL POSITIVO”.
A Popeşti ho vissuto un’esperienza che definirei di chiesa e di comunione con la chiesa (persone) romena, un’esperienza di oratorio. La prima settimana siamo stati a visitare la cittadina dove eravamo e poi Bucarest, che come accade per molte grandi città è divenuta una grande capitale occidentalizzata, con le sue contraddizioni. Infatti appena si esce dalle strade principali si intravede uno scenario diverso e purtroppo anche qualche ragazzino che sniffa colla (anche se non escono dalle fogne durante il giorno e sono stati spostati nella periferia).
Siamo stati anche al nord nella regione della Moldova, prima a visitare un villaggio e poi in una piccola fondazione dove operano volontari che lavorano con i bambini rom. Il resto dei giorni è stato dedicato all’oratorio, abbiamo preparato il “Varapreuna” (estate ragazzi). La mattinata era dedicata alla formazione degli animatori e ai “lucrur manual” (lavori manuali), non è stato semplice l’impatto con la lingua, sentirsi “stranieri”, ma importante per riuscire a mettersi dall’altra parte. Nel pomeriggio arrivavano i bambini dalle 14.30 alle 19, circa 300 (cattolici, ortodossi, non credenti…) e così s’ iniziavano le attività: bans, canti, “lucrur manual”, scenette, catechesi, giochi….Al termine del pomeriggio c’era ancora una volta un po’ di revisione con gli animatori e poi fino alle 20.30 si rimaneva fuori dall’oratorio a giocare con loro (basket, pallavolo…).
Vorrei descrivere queste settimane attraverso alcune immagini:
• I VOLTI DEI BAMBINI: Robert che faceva di tutto per attirare l’attenzione, insomma ne combinava di tutti i colori, ma quando gli davi un po’ di attenzione, ti cercava, giocava, scherzava;la sua amicizia con Gabi iniziata un giorno in cui si parlava di “săminţă de prietenie”, semi di amicizia, (ogni giorno si cercava di far passare un valore- ai bambini). Gabi comprendeva, soprattutto durante i lavori manuali la mia difficoltà a spiegarmi e così ha iniziato ad aiutarmi con gli altri bambini, è diventato il mio comunicatore (parlava lentamente, mi spiegava le cose con termini più semplici e le rispiegava agli altri bimbi). Daniel (il mio piccolo cavaliere) che viveva in istituto e che come altri non sorrideva, era apatico, non si lasciava andare e che gli ultimi giorni si è lanciato a ballare.
• I VOLTI DEGLI ANIMATORI: tutti giovanissimi, dai 15 ai 21 anni circa, spesso arrivavano la mattina e tornavano la sera perché avevano parecchia strada da fare a piedi, capaci di mettersi in discussione tutti i giorni. In particolare DIANA, che uno dei primi giorni mi sorprese tantissimo perché abbracciandomi mi disse:<
• IL GIOCO: giocare non per vincere, esasperati dalla competizione ma per il gusto di stare insieme, all’aperto, scalzi…a basket, calcio, pallavolo, ragazzi/e, bambini/e tutti insieme, capaci di giocare o meno.
• AUTOSTIMA: una cosa che invece mi ha rattristato è stato vedere l’occidentalizzazione di Bucarest e come questo porti le persone a disprezzare la loro terra, quasi non avesse un suo valore. Hanno spesso poca autostima e poca autovalorizzazione. Il disprezzo che vivono quando magari migrano non li aiuta, li porta solo a fare un confronto e allora solo possedere cose, oggetti materiali (status symbol), fa pensare di essere adeguati. Questo accade in Romania ma credo anche in Italia soprattutto là dove non ci sia stato un processo di maturazione.
Queste le immagini per dare un’idea di ciò che ho potuto vivere in questi giorni. Concluderò con alcune riflessioni che mi sono nate durante e dopo questa esperienza e che toccano vari ambiti: la CONDIVISIONE, il SENTIRSI STRANIERI, la SPERANZA e la VOGLIA DI RACCONTARE. Sono stata accolta prima come persona e poi come italiana. Penso innanzitutto che, al di là di ogni giudizio spesso sterile, bisogna conoscere la storia di un popolo (nel caso specifico la storia di un popolo che ha vissuto una dittatura terribile…) e fare un po’ di strada con esso (anche se ammetto di averne fatto solo un piccolo pezzo con loro).
In secondo luogo sentirsi stranieri, credo mi abbia fatto molto bene per mettermi nelle “scarpe” degli altri (altri che sono a volte gli immigrati che vengono in Italia). Prendo spunto da Pedro Casaldaliga: “Solo camminando si apre il cammino” e solo così si può creare e cogliere una nuova primavera e nuovi segni di speranza: percorrendo un po’ della propria strada con altri fratelli.
Monia Scarparo - Monselice
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