Tre anni fa, dopo 20 anni dal mio primo arrivo in Costa d’Avorio, un distinto signore si presenta alla mia porta della casa regionale di Abidjan, dove mi trovavo.Era un momento particolarmente impegnativo: visite da preparare ai confratelli dell’interno del paese e in situazioni particolarmente dolorose, soldi da ritirare in banca per poterli rifornire dei mezzi necessari per vivere, gente povera da accogliere, da ascoltare, da aiutare anche finanziariamente perché la guerra civile non ha assolutamente arrangiato la situazione dei poveri, ma l’ha resa peggiore.
Non avevo nessuna voglia di ricevere un “distinto signore” che poteva farmi perdere del tempo prezioso per gente più bisognosa. Insistette dicendo che ci eravamo conosciuti all’inizio della mia prima venuta in Costa d’Avorio nel 1973.
Incuriosito lo accolsi offrendo l’acqua da bere, come è tradizione, e chiedendo il motivo della sua visita. Dopo avermi detto il suo nome, Emanuele, mi ricordai subito del giovane che mi aveva accolto come un fratello maggiore nel villaggio di Sankadiokro, in regione Agni.
Una grande emozione sentirlo parlare e scambiarci anzitutto i ricordi di tanti anni prima – erano passati quasi 30 anni – e le vicende delle nostre vite dopo la separazione. Aveva fatto carriera dopo che l’avevo aiutato a studiare: ora era un dirigente della produzione e della vendita della corrente elettrica. Veniva per ringraziarmi!
Lo interruppi subito: ero io che ero debitore a lui per avermi insegnato la lingua e a avermi introdotto alla conoscenza delle ricche tradizioni africane.
Ciò che avevo imparato mi aveva dato la netta sensazione di aver realizzato la mia vita, di aver riempito la mia umanità, di aver ricevuto un grande regalo: qualcosa che mancava alla mia persona umana, un nuovo modo di vivere senza essere ossessionato dall’avvenire, dai tempi, dalle scadenze, un modo di relazionarmi agli altri senza animosità e tanti altri insegnamenti.
Difficile da spiegare in parole; se posso usare un paragone, mi pare di aver fatto la stessa esperienza che si ripete nelle lunghe gite nelle mie montagne trentine: più cammino verso l’alto, più l’orizzonte si apre e scopro la bellezza della creazione: e respiro meglio, mi sembra di allungare la vita, di avere più spazio davanti e dentro…
Più mi aprivo nella conoscenza delle culture, delle tradizioni delle varie etnie dei popoli africani, più scoprivo la ricchezza della diversità e la complementarietà degli uomini.
Certo, questo significa fatica per imparare lingua, diventando bambini, capacità di ascolto, tempo da dedicare alla gente, volontà di accettare il cambiamento di mentalità, di penetrare nello spirito di questi fratelli e sorelle diversi nel loro modo di vivere, di interpretare la vita e gli avvenimenti.
Ma soprattutto è d’obbligo vivere con empatia accanto a loro, pur accettando che non sarei mai diventato come loro e capito tutto della loro vita, come dice uno dei loro numerosissimi proverbi: “Anche se il bastone gettato nel fiume vi rimane per lunghissimi anni, non diventerà mai un caimano”.
Firmino e Cristoforo sono i due catechisti che mai dimenticherò.
Attraverso loro ho capito quanto Gesù sia l’Uomo Nuovo: il vero Liberatore dalle nostre paure, dai nostri limiti, dalle nostre debolezze che non bisogna temere e nascondere, ma offrire agli altri con le nostre ricchezze umane.
Firmino era un vecchio lavorato, trasformato dalla fede cristiana, un vero convertito, tutto dedito a Gesù, suo Signore, e alla sua opera di evangelizzazione, che pregava con una fede cristallina senza nessun’ombra di dubbio.
Guardandolo vivere e sentendolo parlare, rivedevo un vecchio cristiano del mio paese che aveva lo stesso modo di pensare, la stessa bontà nel trattare gli altri, ma anche lo stesso brio; cambiava il colore della pelle, ma l’anima trasformata dallo Spirito era la stessa: libera, fiduciosa, gentile, buona, premurosa, disinteressata, ottimista, capace di gioire del bene che Dio sparge a larghe mali nel mondo anche attraverso altre culture e altre religioni.
Cristoforo è un catechista intelligente, pieno di capacità umane, soprattutto capace di guidare da vero “leader” gli altri catechisti e di insegnar loro, alla maniera di Gesù, come animare una comunità cristiana. Viveva poveramente, perché non lo pagavo, ma lo aiutavo a coltivare a cotone la terra dietro la casa della missione e a mantenere il suo vecchio asino pieno di piaghe, unico mezzo di trasporto per portare il cotone al mercato.
Il suo asino mi serviva anche per la vigilia di Natale per annunciare la prossima venuta di Gesù nella notte: Cristoforo si prestava a fare da S. Giuseppe e annunciava in tutto il villaggio (25.000 abitanti, per la maggior parte musulmani), accompagnato da una giovane incinta, che Gesù sarebbe nato nella notte. Che meraviglia per la gente sapere che Gesù (Issa per i musulmani) veniva ancora in mezzo agli uomini!
Emozioni per me indimenticabili che mai ho provato né prima, né dopo! La notte di Natale, raccontando il Vangelo dal vivo durante la Messa, la giovane “partoriva con le scarpe”, diceva suor Bruna che mi aiutava a preparare la vegli di Natale: era l’ultimo bambino nato nella comunità cristiana che la vera mamma presentava con orgoglio in quella notte santa e che non permetteva che si presentasse mal vestito e con i piedi nudi.
Un cristiano “a metà”, come di definiva lui, perché aveva due mogli: una datagli dalla famiglia che non cristiana e che considera che il più bel regalo fatto a un figlio è dargli una donna con cui fare figli, l’altra che si è scelto lui, quella che sentiva come “dolce metà”, con la quale ha avuto una prole numerosa.
Lo preoccupava questa situazione di poligamo che lo intrigava nel testimoniare in modo completo la sua appartenenza a Cristo e alla Chiesa. Ma non sapeva come fare; era anche una questione di giustizia: non poteva lasciare la prima moglie, abbandonandola al suo destino e senza mezzi di sostentamento. Aspettava che Dio lo aiutasse a risolvere questa situazione complicata che lo turbava enormemente.
Lo consolavo e incoraggiavo dicendogli che in fondo non era colpa sua se aveva due mogli. Lo ammiravo per la sua sincerità. Mi rispondeva che non era vero, che se fosse stato un vero cristiano avrebbe avuto il coraggio di consegnare la prima moglie alla famiglia, di trovare una sistemazione, “perché Dio non abbandona chi cammina nella sua legge”.
Finché un giorno la prima moglie si ammalò gravemente e morì: la situazione, anche se triste, si era risolta. Ma, quasi come atto di riparazione, offrì il primo figlio di lei al Signore: ora è prete in Mali, da cui provengono.
Con lui accanto mi sentivo sicuro: mi traeva d’imbarazzo quando bisognava risolvere certi problemi, soprattutto quelli di compatibilità di certe tradizioni con la fede cristiana.
Emanuele, Firmino, Cristoforo: dei santi che mi hanno fatto amare l’Africa e gli africani di cui ho una grande nostalgia.
Ecco perché ho voglia di ritornare in questa terra che amo!
P. Lionello Melchiori
