Sudan: una pace sommersa da un mare di petrolio

sudanIl prossimo anno il Sud-Sudan potrebbe diventare indipendente. Ma il suo destino è segnato dal petrolio che giace sotto il suo suolo, e che il Nord non vuole perdere.

Nelle semplificazioni mediatiche la guerra civile in Sudan è da sempre un conflitto tra le popolazioni arabe e musulmane del nord e quelle nere e cristiano-animiste del sud. In sostanza, un conflitto etnico e soprattutto religioso. In realtà, la guerra civile che fino al 2004 ha insanguinato il più grande paese del continente africano, è stata principalmente un conflitto per le risorse, in particolare per una risorsa strategica: il petrolio.

Dal 2004, vige una fragile pace, che potrebbe essere minata dagli sviluppi di due futuri appuntamenti: le elezioni presidenziali, politiche e regionali, in programma per quest’anno, e il referendum per l’autodeterminazione del sud, previsto, sulla carta, per il 2011. Due eventi che potrebbero compromettere l’attuale precaria stabilità della regione. La fragile pace è sempre minata dalla presenza dei ricchissimi giacimenti di greggio dislocati principalmente nel sud. Il petrolio rappresenta il 73% delle esportazioni. Già decine di migliaia di persone, che vivono da sempre nelle zone petrolifere, sono state trasferite con la forza.

Ancora una volta, in Africa, una risorsa che potrebbe essere una ricchezza per la popolazione si trasforma in una maledizione. La situazione sudanese è complessa, a causa di interessi locali, regionali e internazionali, che si intrecciano e si influenzano a vicenda, ma che ruotano essenzialmente intorno ad un problema di fondo: lo sfruttamento e la destinazione finale del greggio sudanese.

Manovre e interessi stranieri

Il regime del presidente sudanese Omar Al Bachir è, tra i governi africani, quello che ha maggiormente aperto i propri mercati e il proprio territorio alla Cina. Pechino ha ottenuto concessioni miliardarie per la prospezione, l’estrazione e lo sfruttamento del petrolio del Sud-Sudan, e non solo. In tutto il paese la Cina sta costruendo strade, dighe, ponti, e a Khartoum, la capitale, fioriscono cavalcavia, edifici, snodi autostradali, in gran parte realizzati da imprese cinesi.

Questa apertura non è gradita agli occidentali che hanno visto progressivamente mettere fuori gioco le proprie imprese multinazionali. Un’insofferenza che, indirettamente, si manifesta con le periodiche accuse al governo sudanese per la guerra in Darfur, con la richiesta di arresto, da parte del tribunale internazionale dell’Aja, del presidente Bechir per crimini di guerra, e con la ripetuta richiesta all’Onu di una risoluzione che vari sanzioni al regime sudanese. A questo proposito gli schieramenti sono evidenti: sulla questione sudanese nel Consiglio di Sicurezza è la paralisi, dovuta al fatto che la Cina, ogni volta che si parla di sanzioni contro Khartoum, minaccia il veto.

Una regione sempre più contesa

Il conflitto per il petrolio del Sudan è in buona parte responsabile anche della regionalizzazione della crisi, cioè del coinvolgimento del vicino Ciad, guidato dal presidente Idriss Déby. Quest’ultimo, caldeggiato probabilmente dalla Francia, ex madre patria con grande influenza nel paese, ha ospitato e sostenuto il Jem (Movimento per l’Uguaglianza e la Giustizia), principale gruppo guerrigliero sudanese anti-governativo, protagonista nel 2007 di un clamoroso attacco alla capitale Khartoum. Attacco restituito poi da un movimento guerrigliero anti-ciadiano, sostenuto e ospitato oltre frontiera, nel Darfur, dal governo sudanese.

Anche in questo caso i guerriglieri arrivarono fino alla capitale N’Djamena, e alla Francia toccò salvare, con i propri paracadutisti, il regime di Idriss Déby. Anche sul piano interno sudanese la questione petrolifera è fonte di gravi contrasti che, per ora, non sembrano avere soluzione. La domanda principale è dove verrà a trovarsi il grosso del greggio dopo il 2011, in caso di secessione del Sud-Sudan.

È vero che in gran parte i giacimenti sono situati nel sud, ma una consistente quantità è proprio a cavallo del confine. Si tratta dei pozzi nella regione di Abyei, storicamente appartenente al sud, ma apertamente contesa da Khartoum, tanto che della questione è stata investita la Corte Permanente di arbitrato dell’Aja. Il presidente Bechir, a questo proposito, non ha perso occasione di manifestare le sue intenzioni: in tutte le mappe geografiche di questa cruciale regione prodotte dal regime il confine è stato spostato più a sud.

Una terra divisa in due?


Per il Nord-Sudan un eventuale calo delle entrate petrolifere sarebbe un grave problema. Con il greggio Khartoum ha finanziato in questi anni il proprio sviluppo, ha distribuito una certa ricchezza alla popolazione del nord e si è costruita un buon consenso sociale. Il regime, dunque, non si può permettere, in caso di secessione del sud, di perdere completamente il controllo su questa risorsa strategica. Per questo motivo la regione di Abyei, negli ultimi mesi, è divenuta sempre più l’epicentro di un possibile nuovo scontro tra Nord e Sud- Sudan.

Nel caso di secessione, poi, salterebbero tutti gli accordi internazionali, con grave danno per la Cina, ma senza nessun vantaggio per i suoi rivali sul mercato mondiale, perché se è vero che i giacimenti sono nel sud, è il nord ad avere raffinerie e oleodotti per commercializzare il greggio. La costruzione di una nuova pipeline alternativa a quella che arriva a Port Sudan, sul Mar Rosso, diretta ai porti dell’Africa Orientale è economicamente realistica, ma potrebbe concretizzarsi solo in tempi lunghi. Nel frattempo, sia il Nord che il Sud non potrebbero beneficiare dei proventi derivanti dalla vendita di questa risorsa strategica.

Una soluzione per tutti c’è: il Sud potrebbe vendere il greggio al Nord e pagare il noleggio degli oleodotti, ma appare impraticabile per i contrasti che storicamente oppongono le élite politiche del Nord a quelle divise e rissose del Sud.

Lo spettro di una nuova guerra


Al momento, il Sudan si trova in bilico su un precipizio in fondo al quale c’è lo spettro di una nuova guerra civile che, sulla carta, potrebbe addirittura essere più drammatica di quella appena finita, e che è stata la più lunga e cruenta di tutto il continente africano. I politici, sia al Nord che al Sud, con la miopia che spesso li caratterizza, fino ad ora hanno lavorato per un rinvio delle due consultazioni, in particolare per il referendum. Ciò significa semplicemente non voler affrontare i problemi, ma trasferirli ad altra data, rendendo la ricerca di una soluzione vera sempre più difficile, col rischio che le posizioni si inaspriscono.

Raffaele Masto

Foto: La popolazione della zona di New Rier è stata trasferita dal governo in accampamenti provvisori, per lasciare il posto alle compagnie petrolifere. A nulla è servito protestare

SMA, via Borghero 4 - 16148 Genova - info(at)missioni-africane.it - Web Design & CMS RossiWebDesign/Siti Web Genova