Erika, Chiara, Eleonora: un mese a Doba, immerse nella vita africana

30 luglio 2010, allacciamo le cinture e si parte, destinazione Abidijan, Costa D’Avorio. Scesa dall’aereo c’era odore di diverso, l’umidità, i colori…si sentiva che eravamo in “terra straniera”.

Con la jeep ci spostiamo verso Doba, il villaggio che ci avrebbe ospitate per tre settimane. Tutti in strada, banchetti, bambini liberi, stupendi, macchine scassate, buche per le strade, segnaletica inesistente. Tutti davvero neri. Ci rendiamo conto che siamo noi le straniere, les trois blanches (così etichettate per tutto il viaggio).

E pensare che due mesi prima non sapevamo nemmeno se saremmo partire. L’idea era nata frequentando gli incontri del corso di preparazione “Dare Senso al Viaggio”, organizzati dal Centro Missionario Diocesano di Crema. Tramite Don Federico siamo entrate in contatto con Padre Martino Bonazzetti, missionario della Società Missioni Africane in Costa D’Avorio. In poco tempo il viaggio ha preso forma: eccosi a Doba; un villaggio immerso nelle piantagioni di cacao e cauciù, a circa 400 km da Abidijan.

Padre Martino e Padre Lorenzo ci presentano ufficialmente alla comunità. Diventiamo l’attrazione del villaggio, tutti ci osservano, ci studiano, in molti vengono a salutarci e a portarci il loro “Bienvenue”.

Qui le persona danno moltissima importanza all’accoglienza; prima di tutto l’ospite viene invitato a sedersi, gli viene offerta dell’acqua, inizia poi il rituale dei saluti, fatto di strette di mano, presentazioni, ringraziamenti e convenevoli. Padre Martino ci aveva avvertite: “Non dovrete mai stancarvi di stringere le mani”.

Tutte queste premure sono state rivolte anche a noi. In ogni villaggio che abbiamo visitato, la gente ha sempre cercato di farci sentire a nostro agio, mettendo a nostra disposizione tutto ciò che avevano. C’è povertà ma non miseria: hanno poco, ma quello che hanno lo donano con il cuore.

In queste tre settimane per noi, il modo migliore per entrare in contatto con l’essenza della vita africana è stato vivere come loro e con loro. Ci svegliavamo all’alba per sportarci verso uno dei villaggi limitrofi. Partecipavamo alla messa a ritmo di tam tam e battiti di mani.

La messa è molto seguita da tutti. La forza della loro fede emerge dalla cura con cui preparano le letture, i canti, i balli e l’attenzione che prestano ad ogni particolare. Per loro essere Cristiani non si riduce solo alla messa domenicale, ma portano il loro “essere figli di Dio” nella quotidianità.

Dopo la messa eravamo invitate a prendere parte al pranzo con gli uomini del villaggio. Abbiamo potuto così gustare le varie specialità africane: riso bianco rigorosamente da condire con salse (piccanti!), pollo e pesce, foutou (una specie di polenta fatta con la manioca). Le donne e i bambini pranzavano separatamente.

In questi villaggi vige ancora un modello patriarcale della famiglia. Le donne raramente parlano in pubblico e devono sottostare alle decisioni dell’uomo. I ruoli sociali sono ben definiti e differenziati in base al sesso. Le donne in genere si occupano dell’educazione dei figli, della cucina, della gestione della casa e procurano la legna e l’acqua. Oltre a queste attività svolgono altre mansioni lavorative come lavoro nei campi, attività commerciali ecc.

Gli uomini principalmente lavorano nelle piantagioni di cacao e cauciù e svolgono altre attività in base alle disponibilità lavorative offerte dal territorio. Fino a due anni circa i bambini seguono l’attività delle madri, letteralmente legati al loro dorso.
I bambini diventano presto indipendenti ed i più grandi si prendono cura dei più piccoli. L’educazione non è improntata sulla paura dell’altro ed è per questo motivo che i bambini sono liberi di girare per il villaggio. Gli adulti, all’occorrenza, si occupano dei bambini indistintamente, come se fossero tutti loro figli. E’ grande il senso di comunità e di appartenenza al gruppo.

In Costa D’Avorio la lingua ufficiale è il francese, ma nelle famiglie si parlano ancora i dialetti locali. Nonostante le nostre scarse conoscenze del francese, la nostra voglia di comunicare, di stabilire delle relazioni con le persone ci ha permesso di superare anche questa difficoltà.

Dal punto di vista materiale possiamo dire che non ci è mancato nulla, nonostante non avessimo tutte le comodità occidentali come la corrente o l’acqua calda.

I Padri, nel programmare la nostra esperienza, non hanno tralasciato dei tempi per permetterci di riflettere e “digerire” le novità di questo viaggio.

Ritornando in Italia la domanda che spesso ci viene posta e alla quale diventa difficile dare risposta è: “ma concretamente cosa sei andata a fare in Africa?”

Il nostro viaggio ha voluto essere un primo sguardo su una cultura diversa dalla nostra; riteniamo infatti che conoscere sia un presupposto indispensabile prima di emettere giudizi o di agire attivamente.

È stata sicuramente un’esperienza molto positiva e non escludiamo la possibilità di poterla ripetere.

Erika, Chiara, Eleonora

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