Mami Wata è una deformazione dell’inglese Mammy Water. Così i colonizzatori chiamavano le immagini di una divinità delle popolazioni costiere del Ghana, rappresentata come una sirena. Dal Ghana il culto di Mami Wata si è diffuso in Togo e in Benin, dove è diventata una divinità del Vodu, e raffigurata spesso con dei serpenti al collo.Ma Mami Wata è nomade e la si può trovare in molti altri paesi africani, nei Carabi, in Brasile e anche in Europa. Molte sono le sue identità e notevole la sua capacità di metamorfosi e adattamento: regina delle acque, dea della fertilità, avida accumulatrice di denaro, vanitosa e dispettosa despota nei confronti dei suoi adepti, sirena, incantatrice di serpenti, donna e uomo, ammaliatrice, prostituta e amante gelosa. Mami Wata è “moderna”, straniera rispetto ai luoghi che la ospitano, viaggiatrice ed esotica, promessa di una felicità ineffabile ma sempre più seducente.
Mami Wata incorpora le ambiguità dell'essere umano e della società contemporanea, promessa di ricchezza e minaccia di morte. Secondo i suoi adepti, vive in una bellissima e futuribile città situata nel fondo del mare, ma accettare il suo invito ad abitare la città invisibile, significa accettare di abbandonare la propria vita, la materia della propria esistenza e venire trascinati per sempre nei neri abissi dell'oceano. Firmare un patto con lei può assicurare il successo e la ricchezza ma il prezzo da pagare può essere molto elevato.
In ogni contesto locale Mami Wata assume significati differenti, soprattutto quando si integra nei sistemi e nelle pratiche religiose. Nella bassa Guinea, la cultura materiale che circonda il culto di Mami Wata è ricca e opulenta. Gli altari, gli affreschi, le decorazioni del corpo, gli abiti e le collane incorporano l'auspicata ricchezza e la necessaria bellezza, propria alla divinità. Le “mamissi” (adepte di Mami Wata) periodicamente portano al mare le loro collane perché, bagnate nell'acqua, possano purificarsi e caricarsi spiritualmente.
Il mare diventa quindi, in queste pratiche rituali, sorgente di potere rigenerante, di prosperità, di ricchezza e di benessere. Ma le immagini di morte che il mare evoca restano sempre latenti, pronte a riemergere, come sanno le adepte che, in trance, si buttano nelle onde, catturate dalla divinità che cerca di trascinarle con sé in fondo al mare.
A cavallo tra il 2010 e il 2011 il Museo degli Sguardi di Rimini vi ha dedicato una mostra dal titolo "Nel nome di Mami Wata, sirena del vodu". È frutto della collaborazione con il Centro Studi Archeologia Africana di Milano ed è stata curata dal suo presidente, Gigi Pezzoli.
L'area culturale di riferimento è stata quella dei Guin-Mina del Togo e del Benin: da lì provengono gli oggetti di culto e gli ornamenti di decoro corporale, le collane che gli adepti indossano in occasione delle cerimonie esposti nella mostra.
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