Mauro Armanino, La storia si fa con i piedi, Bologna, EMI, 2011, pag. 110, € 10«La storia dell’umanità inizia con i piedi» scriveva il grande paleontologo André Leroi-Gourhan.
Con buona pace dei sempre maggiori sostenitori delle «radici», gli umani camminano e si spostano e forse si complicano anche la vita.
Forse aveva ragione Pascal a dire che «l’infelicità degli uomini viene da una sola cosa, non sapersene stare in pace in una camera», ma a volte stare nella propria casa non si può. Non te lo lasciano fare la fame, la guerra, le calamità naturali. E allora si parte.
Con un camion, un treno, una nave e i piedi. Per fare la storia, una storia fatta di tanti piccoli fili che si intrecciano, come si intrecciano i vicoli della Genova vecchia, quasi volessero confondere il mare. È in quella penombra che confonde, in quella luce che non ha mezze misure, che taglia uomini e cose in due: bianche o nere, buie o illuminate che Mauro Armanino ha camminato.
Molto ha camminato, arrivandoci dalle umidità soffocanti della Costa D’Avorio e dalle urla strozzate di guerra della Liberia, dove ha fatto il missionario per anni. Poi ha spostato il suo sguardo su queste vite contromano, finite in Italia da chissà dove e per chissà cosa.
Le ha accompagnate, a piedi, nei loro giorni più duri, nel carcere e fuori, con la sua voce calma, che però non dà mai segno di cedimento. Si è messo al fianco di quelle persone, le ha ascoltate, nonostante il rumore di fondo dell’indifferenza e della fretta.
Ho avuto la fortuna di avere l’autore di questo libro come studente nella laurea magistrale di Antropologia culturale ed Etnologia. Si fa per dire studente e non per l’età, ma per la sua sapienza e il suo impegno, che forse hanno dato a me più di quanto io abbia dato a lui.
Lo ringrazio per le belle e lunghe discussioni intavolate in aula, con i ragazzi, per aiutarli a comprendere questa realtà così complessa che li circonda. Per aiutarci a comprendere come tutto sia legato, come ogni vicenda umana sia un filo di una trama unica. Come nessun uomo sia un’isola.
«Migrante anch’io come loro, da vent’anni. Ho imparato a sentirmi con loro indifeso nella lingua e tradito dal colore, dalla pelle e dagli occhi. Confini stranieri e sospettosi. Pure io ho vissuto il timore di sbagliare la strada da prendere e, come loro, ho sofferto l’impressione di trovarmi fuori posto».
Dai racconti di Mauro Armanino traspare spesso un disagio, trattenuto, non ostentato con quel tipico pudore da ligure, che mugugna un po’, ma non ammette che sta soffrendo. Un disagio per essere sempre fuori posto, eppure un missionario è tra la gente che dovrebbe trovare il «suo posto».
Forse e qui che sta il problema, Armanino si sente spiazzato non quando è tra gli ultimi, ma quando deve fare i conti con noi, i locali, quelli di qui, con le nostre vite compresse, impermeabili, coibentate contro il dolore degli altri. È qui, che gli manca un terreno solido su cui costruire una solida convivenza. Chi ha vissuto in Africa come Armanino sa quanti volti ha il dolore e chi ha visto il mondo sa quante volte a causare questo dolore sono dei confini e delle frontiere.
«La gente non è fatta per vivere in situazioni di frontiera, cerca di sfuggire o di liberarsene il prima possibile. E tuttavia non fa che imbattercisi, trovarle e sentirle ovunque». Così scrive il celebre giornalista e scrittore Ryszard Kapu∫cinski nel suo libro Imperium e sembra rispondergli il grande viaggiatore norvegese Thor Heyerdhal, quando afferma: «Le frontiere? Esistono eccome. Nei miei viaggi ne ho incontrate molte e stanno tutte nella mente degli uomini».
Mauro Armanino queste frontiere e questi confini li ha attraversati, molte volte e sempre a piedi, perché è così che si fa la storia. Se non avessimo avuto piedi, saremmo ancora tutti a crepare di caldo in una torrida depressione dell’Etiopia da cui deriviamo tutti. Invece, bene o male, abbiamo occupato quasi ogni angolo del pianeta e anche i paladini di un Nord sempre più xenofobo, dovrebbero ricordare, che sono, siamo partiti tutti di là. Perché abbiamo piedi.
Piedi e non radici.
Dalla prefazione di Marco Aime
