Kera, 40 km a est di Niamey. Il 14 dicembre sono spariti nel nulla due diplomatici canadesi e il loro autista. Di loro non si è più saputo niente. Uno dei due era Robert Fowler, inviato dal segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki Moon, per sostenere la stabilizzazione del Paese, sia sull'aspetto sicurezza, sia su quello alimentare, se necessario con un lavoro di mediazione tra governo e ribelli. Le preoccupazioni dell'Onu sulla possibile destabilizzazione del Niger sono evidenti. Un Paese vasto quattro volte l'Italia, la cui superficie però è per tre quarti desertica. Ed è proprio nel sottosuolo di questa parte del Sahara che si cela un'immensa ricchezza: l'uranio. Il Niger è tra i Paesi più poveri del mondo, ma è tra i principali produttori del prezioso minerale. Nel 2006 le tonnellate estratte sono state 3.434,contro le quasi 10mila del Canada e le 7.500 dell'Australia. E si prevede una crescita.
La crisi petrolifera e il moltiplicarsi di progetti per nuove centrali nucleari (soprattutto in Cina, India, Giappone e Russia), insieme alla scarsità di uranio detto «secondario» (tra cui quello militare riconvertito), rendono oggi sempre più importante l'estrazione dell'ossido di uranio e dell'uraninite. Il prezzo dell'uranio attualmente è di 60 dollari la libbra (circa 450 grammi), ma nel giugno 2007 è balzato a 138 dollari la libbra a causa del gap domanda-offerta (nel 2007 le miniere di uranio hanno fornito solo il 62% della domanda mondiale).
Finito del monopolio francese, arrivano cinesi e canadesi
In Niger si estrae e si esporta uranio dal 1972. La zona uranifera occupa una larga fascia nel nord del Paese e a ovest sull'asse Agadez-Arlit. II settore è sempre stato monopolio della Francia, che imponeva un prezzo inferiore a quello del mercato. Nel 2006 le autorità nigerine decidono unilateralmente di aprire il mercato: concessioni di esplorazione e sfruttamento vengono date anche ad altri Paesi. Ed è così che arrivano le compagnie minerarie di India, Sudafrica, Canada, Australia e, soprattutto, Cina.
La Francia e il suo braccio operativo nel settore, l'Areva (la più grande multinazionale al mondo nel settore del nucleare civile), sono costrette a negoziare con il governo e, soprattutto, a rivedere i prezzi, che subito raddoppiano. Areva, già presente dagli anni Settanta negli storici siti vicino ad Arlit nel nord del Niger (Cominak e Somair, che nel 2006 hanno prodotto il 66% dell'uranio totale estratto nel Paese), è riuscita ad aggiudicarsi anche la concessione per lo sfruttamento dell'importante sito di Imouraren, che dovrebbe diventare la maggiore miniera di uranio dell'Africa occidentale e il progetto industriale più grande mai realizzato in Niger. La multinazionale francese ha investito nel progetto un miliardo di euro creando 1.360 posti di lavoro. Il giacimento copre una superficie di 8 chilometri di lunghezza per 2,5 di larghezza e permetterà di estrarre 3,8 milioni di tonnellate di roccia.
La cinese Cnnc (China national nuclear corporation) si è aggiudicata invece il giacimento di Teguidda n'Tessoum (ovest di Agadez) con 1.733 km quadrati di superficie. Tra le canadesi si è fatta avanti l'onnipresente Rio Tinto (Tagaza), mentre tra le sudafricane predomina la Uranium International (otto siti tra Askera e Agelal).
La popolazione locale è esclusa dalle decisioni e dai benefici
Le concessioni per l'esplorazione e l'estrazione sono date senza consultare in alcun modo le popolazioni locali. Queste, inoltre, a parte gli impieghi diretti nelle miniere, non partecipano ai benefici economici dell'estrazione. «Il reddito prodotto dalle concessioni minerarie - spiega Aghali Abdel Kader, sociologo nigerino - confluisce nel bilancio dello Stato, dove però non esiste una voce dedicata all'uranio. I proventi sono quindi impiegati per coprire le spese generali dello Stato centrale. Le società che vogliono intraprendere le ricerche minerarie o lo sfruttamento di siti devono inoltre firmare una convenzione con lo Stato. Questa è un insieme complesso di norme che devono essere rispettate dalle parti nell'ambito degli investimenti da realizzare».
Lo sfruttamento minerario, in particolare quello dell'uranio, ha però un impatto sociale e ambientale enorme. Intere popolazioni sono evacuate a forza dai siti identificati per l'estrazione. È il caso di Teguidda n'Tessoum, concesso alla Cnnc. Zone che, in alcuni casi, sono da millenni i pascoli per le mandrie dei nomadi tuareg e peul, che popolano il nord del Paese. Alcune associazioni e Ong locali (come Aghir Im Man) denunciano inoltre l'inquinamento radioattivo delle acque dei pozzi. Gli scarti del materiale estratto sono infatti da sempre stoccati e trasportati a cielo aperto. La compagnia sudafricana Niger Uranium ha vietato il consumo dell'acqua da parte di uomini e animali nell'area di Ighazer.
L’acqua che beve la gente è diventata radioattivaIl rapporto della Commissione di ricerca e di informazione indipendente sulla radioattività sull'impatto dovuto allo sfruttamento dell'uranio nelle filiali dell'Areva in Niger è esplicito. Ad Arlit, la popolazione è esposta a radiazioni di livelli superiori a quelli definiti dai principi internazionali di radioprotezione. Le acque distribuite ai lavoratori e alla popolazione hanno un livello di contaminazione elevata.
Materiali ferrosi dimessi, ma radioattivi, sono utilizzati dalla popolazione per le costruzioni, portando le radiazioni gamma a livelli cento volte superiori a quelli normali. Ci sono poi i rischi, elevati, legati all'inalazione di polvere radioattiva e di radon. L'Ong francese Sherpa, costituita da giuristi, ha denunciato l'aumento di malattie respiratorie e polmonari gravi. La gente, inoltre, non è per nulla informata su questi rischi. Le previsioni sono drammatiche se si considera il numero dei nuovi siti di estrazione che saranno creati nei prossimi cinque anni, anche grazie alla rottura del monopolio francese.
Queste prospettive stanno alimentando appetiti notevoli. Alcune imprese straniere (oltre a quelle francesi) avevano appena iniziato le esplorazioni quando, l'8 febbraio 2007, è uscito allo scoperto il Movimento nigerino per la giustizia (Mnj), un gruppo armato a prevalenza tuareg, che ha iniziato azioni di guerriglia attaccando posizioni militari e miniere. L'Mnj è fondato dai combattenti della ribellione tuareg degli anni Novanta, conclusasi con gli accordi del 1995. Ritroviamo i capi di allora: Aghali Ag Alambo, suo fratello Aboubacar Alambo e Amoumane Kalakoua. Ma nelle file del movimento sono entrati anche molti giovani tuareg.
La rivolta dei tuareg, in nome della giustizia
L'Mnj rivendica «giustizia per tutti i nigerini»: un pronunciamento in contraddizione con le richieste concrete che sono di carattere strettamente locale. «L'Mnj - recita il manifesto del movimento - esige che il 90% dei posti di lavoro nelle compagnie minerarie sia riservato alle popolazioni locali e che il 50% dei proventi che lo Stato riceve dalle compagnie sia investito nelle comunità locali». L'uranio è dunque oggi al centro del conflitto. Nel frattempo, nel gennaio 2008, il capo della ribellione degli anni Novanta, Rhissa Ag Boula, divenuto poi ministro del Turismo e dell'artigianato dal 1997 al 2004, ha lanciato la «guerra dell'uranio» in un'intervista al settimanale francese Nouvel Observateur.
Si è aggiunto così sulla scena un nuovo attore perché Rhissa, non accettato dall'Mnj (che lo considera un traditore perché una volta al potere si sarebbe dimenticato dei suoi vecchi compagni d'armi), nel maggio 2008 ha fondato il suo movimento ribelle, il Fronte delle forze di risanamento, che però non compie azioni militari di rilievo. Mentre Rhissa ha forti legami con il leader libico Muammar Gheddafi, da sempre coinvolto nelle guerre tuareg, il governo e la popolazione del Niger accusano la francese Areva di finanziare i ribelli dell'Mnj per destabilizzare la zona e scoraggiare le imprese concorrenti.
Tra giugno e luglio 2007 sono stati espulsi dal Paese Gérard Denamur, incaricato della sicurezza del sito di Imouraren, e Dominique Pin, direttore locale della società. Nello stesso periodo, l'Mnj ha sequestrato, e ha rilasciato la settimana successiva, un tecnico della China nuclear engineering and construction corporation. L'Mnj accusa le compagnie cinesi di finanziare l'esercito del Niger. Più tardi, però, anche quattro tecnici della stessa Areva sono stati sequestrati dall'Mnj e poi rilasciati. II che sembra smentire il legame diretto tra multinazionale e ribelli.
II presidente della repubblica Mamadou Tanja rifiutando di negoziare con i ribelli, ha imposto lo stato di emergenza nel nord del Paese. In questa regione, dall'agosto 2007, si viaggia solo con scorta militare e l'accesso all'area è vietato ai giornalisti. Intanto Areva ha ottenuto il rinnovo dei contratti minerari con il Niger (gennaio 2008) e anche il dragone cinese continua senza sosta a sondare la terra dei tuareg.
Marco Bello su Popoli, febbraio 2009
