Francis Bebey. Suoni interculturali

bebeyCon la sua suggestiva e profonda voce ha cantato storie ancestrali e speranze dell’Africa contemporanea. Oltre che musicista è stato scrittore, giornalista e uno dei primi etnomusicologi africani a recuperare antiche sonorità, tra cui il canto dei Pigmei Baka del Camerun.

“Sono stato educato a ignorare, persino a detestare, gli stili tradizionali africani”. Così, nel corso di un’intervista rilasciata nel 1984, al giornale francese Libération aveva dichiarato il musicista, scrittore e giornalista Francis Bebey (1929-2001). A dispetto dei tentativi della famiglia di allontanarlo dalle radici culturali tipiche del suo Paese d’origine, il Camerun, Bebey, come per una sorta di legge del contrappasso, ha dedicato tutta la sua vita a diffondere suoni e racconti della Madre Africa.

Il suo iniziale background musicale è intriso delle influenze sonore occidentali, a partire dagli strumenti di cui lo circondavano i genitori: violino, piano, mandolino, fisarmonica e la chitarra, che divenne la sua principale compagna di creatività musicale. Dopo aver studiato alla Sorbona, Bebey si è dedicato al lavoro di produttore e giornalista alla Radiodiffusion Outre-Mer di Parigi (diventata in seguito Radio-France Internationale). Parallelamente, nella stessa capitale francese, aveva fondato una jazz band, con la quale si era tra l’altro esibito a fianco del grande sassofonista Manu Dibangu.

Sino agli anni ’60, il suo percorso artistico era una sorta di sincretismo tra jazz ed echi sonori africani. La svolta decisiva avvenne grazie a un programma di ricerca sulla musica tradizionale africana per conto dell’UNESCO, che lo portò ad addentrarsi nella storia e nei ritmi polifonici del continente nero. Bebey ha registrato antiche melodie create dall’intreccio di strumenti etnici tipici dei vari popoli africani, tra cui il poco noto ndewhoo (il flauto usato dai Pigmei) e la sanza (detta anche mbira), un idiofono bebey 2costituito da una tavoletta, su cui vengono applicate lamelle, di numero variabile, che determinano l’altezza delle note e il suono. Questo recupero di ancestrali e contemporanei suoni africani, gli ha permesso di forgiare uno stile musicale del tutto personale, caratterizzato da un intenso dialogo fra passato e presente, unito a una fusione di tecniche occidentali ed espressioni tipiche della cultura africana.

Nel corso della sua difficile infanzia, durante la quale ha toccato con mano povertà e fame, il padre, pastore protestante, lo ha avvicinato alla classica, attraverso partiture di Bach e di Haendel. Grazie alla presenza nel villaggio di Eya Mouessé, sorta di stregone, ha iniziato a scoprire nuove sonorità, che appartenevano propriamente alla sua cultura natia. “Ascoltando i ritmi che Eya Mouessé suonava − ha ricordato Bebey nel corso di un’intervista rilasciata nel 1981 − mi sono reso conto che esisteva una musica africana caratterizzata da particolari elementi che noi non apprendevamo a scuola”.

L’infanzia e la giovinezza le ha vissute sempre in bilico tra spinte moderniste e conoscenze africane. Diffusa era la tendenza in Camerun, negli anni Trenta e Quaranta, di adottare modus vivendi tipicamente europei, soprattutto nei costumi e in campo educativo. «I colonizzatori francesi volevano farci credere che noi discendevamo dai Galli, ma non si rendevano conto che noi sapevamo perfettamente che si trattava di una falsità, che non eravamo francesi, che non eravamo bianchi e che non lo saremmo mai diventati. Quando esprimevamo lodi alla Francia erano felici… Ma in realtà, lo facevamo solo per obbedire a loro […] La Francia voleva renderci uomini assimilati».

Nonostante abbia conosciuto gli effetti negativi della colonizzazione francese, Bebey non ha mai nutrito risentimento né verso la Francia, tanto da trasferirvisi, né verso l’Occidente. Ha studiato, oltre che a Parigi (dove si è avvicinato agli stili di Andres Segovia e di Django Reinhardt), anche negli Stati Uniti, presso la New York University, esperienza che gli ha permesso di rafforzare la passione per il jazz di Louis Armstrong. Bebey è però un artista sui generis, non solo perché ha pubblicato il primo disco a 43 anni (Idiba del 1972 con il noto sassofonista Manu Dibango, anch’egli camerunense), ma anche per la sua parallela attività di scrittore e giornalista.

Ha realizzato saggi per innovativi l’epoca, tra cui La radiodiffusion en Afrique Noire (1963), Musique de l'Afrique (1969), e romanzi impregnati delle tradizioni africane, basti ricordare La poupée Ashanti (1973) e Le ministre et le griot (1992). Come giornalista ha dedicato numerosi articoli e reportage sulla letteratura, sull’arte visiva e sulla musica tradizionale dell’Africa.

bebey-disco pFilo conduttore che accomuna le sue opere è l’approccio idealista e umanista, attraverso cui ha sempre cercato di diffondere messaggi di pace e di dialogo interculturale. Il suo stesso cammino di vita è un esempio dell’interesse a conoscere sia le proprie radici africane, sia il pensiero occidentale. L’arte era per lui una potente forza sociale, con la quale divulgare messaggi di impegno civile.

Nel romanzo L’Enfant Pluie Bebey ha rivendicato per l’Africa la necessità di rientrare nel tempo, recuperando quello perduto. «Per noi africani, il tempo non passa. È come l’acqua del fiume che scorre, ma che è sempre là. Oggi, domani, dopodomani, non c’è differenza. È necessario che questa visione venga cambiata e che gli africani si convertano al tempo dell’orologio, altrimenti avremo molti problemi. La coscienza del tempo che avanza è la forza della civiltà europea». Era il 1998, tre anni prima di morire, quando Francis Bebey espose questa idea, in cui riponeva la sua speranza di un reale progresso per l’Africa.

Un’aspettativa che trovava e trova i presupposti nell’intreccio fra tradizione e modernità, tra saperi occidentali e conoscenze propriamente africane, non dimenticando che «La vera indipendenza non significa avere una bella casa o una potente automobile. La vera indipendenza risiede nel diritto al lavoro, nel lavoro della gente».

Silvia Turrin

Per approfondire:

Il sito ufficiale del musicista del Camerun (in francese)

Dischi consigliati:

- Akwaaba. Music for Sanza, Ceddia, 1988
- La condition masculine, Wedoo Music, 1991
- Travail au noir, Ozileka, 1997

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