L’Asia alla conquista dell’Africa

Le tournées africane di Hu Jintao

Il 22 marzo scorso il governo del Sudafrica nega il visto d’ingresso al Dalai Lama. Questi doveva partecipare a una conferenza di premi Nobel (oltre a lui, Desmond Tutu, Mandela, De Klerk), sul calcio come strumento di lotta contro razzismo e xenofobia, in vista dei mondiali 2010. Il comitato organizzatore protesta, i premi Nobel pure, ma il governo conferma: niente visto fino alla chiusura della coppa del mondo.
afr 82 asia-africa 1 pIntanto la Cina esprime «apprezzamento per i paesi che rispettano la sua sovranità e si oppongono all’indipendenza del Tibet». È proprio così: il Sudafrica ha affari troppo importanti con la Cina (di cui è il primo partner commerciale sul continente), per rischiare di urtare la sensibilità dei suoi dirigenti.
A dimostrare questo interesse, il presidente Hu Jintao, ha iniziato il 2009 con una nuova tournée sul continente a febbraio (la quarta dalla sua ascesa al potere nel 2003, mentre altri viaggi sono stati effettuati dal primo ministro e da altri alti responsabili negli ultimi anni). Ha visitato Mali, Senegal, Tanzania e Maurizius. Questa volta paesi con economie «meno importanti», rispetto ai viaggi precedenti, a significare che la Cina è interessata a tutta l’Africa.

Dopo il terzo Forum Cina - Africa del 2006, durante il quale 41 delegazioni ai massimi livelli (presidenti o primi ministri) africani si erano recati a Pechino, quasi con atteggiamento di sudditanza, la Cina aveva promesso di raddoppiare il commercio bilaterale con il continente entro il 2010. All’epoca si parlava di 55,4 miliardi di dollari di scambi e nel 2008 si è già raggiunto quota 106,8. Il gigante asiatico sta quindi portandosi al primo posto come partner commerciale per l’Africa, sorpassando Usa ed Europa.
Gli interessi economici e geopolitici cinesi sul continente iniziano a scontrarsi con quelli statunitensi ed europei, in primis della Francia, ma anche con quelli dell’altro gigante asiatico, l’India.

«I cinesi non si pongono come modelli, fanno delle promesse e poi le mantengono. Rapidamente. Gli occidentali, invece, pongono molte condizioni agli stati Africani, il che porta anche a un certa lentezza di intervento» racconta Adama Gaye, giornalista senegalese esperto in materia (è autore del libro Chine-Afrique, le dragon et l’autruche).
Ma quali sono gli interessi cinesi in Africa?

La svolta nelle relazioni Cina - Africa si ha intorno alla metà del decennio scorso. È a partire dal 1995 che la Cina armonizza obiettivi politici ed economici e inizia a investire per la conquista del continente. Si inventa il «Forum di cooperazione Cina - Africa», il cui primo incontro si tiene a Pechino nel 2000, seguito da un secondo ad Addis Abeba (Etiopia) nel 2003 e dal terzo, citato sopra, nel 2006. I Forum producono i documenti di principio su cui si basa la cooperazione Cina – Africa e, soprattutto, accordi commerciali. Sul piano pratico, il governo cinese vara misure di tipo commerciale e fiscale per migliorare gli scambi, quali l’armonizzazione delle politiche commerciali, la riduzione della tassazione dei prodotti, accordi di protezione degli investimenti e incoraggiamento di joint-ventures.

afr 82 asia-africa 2 pLa politica cinese in Africa

Fondamentale è il «Documento ufficiale sulla politica cinese in Africa» reso pubblico a inizio 2006. Da notare che ne esiste solo un altro sulle relazioni con l’Europa (2003). Nel documento la Cina di definisce «il più grande paese in via di sviluppo del mondo» molto interessato alla pace e al progresso, e assicura che i principi base nella cooperazione con l’Africa sono un’amicizia sincera, basati su mutui vantaggi e sull’uguaglianza, per cooperare nella solidarietà. Ma è anche importante darsi reciproco sostegno e agire in stretta collaborazione negli ambiti internazionali come le Nazioni Unite e gli altri organismi multilaterali. Vedi il caso del visto per il Dalai Lama.

La condizione politica, ribadita nei documenti ufficiali, è quella del riconoscimento di «un'unica Cina». Questo significa che i paesi partners devono rompere le relazioni diplomatiche con Taiwan e bloccare le sue iniziative a livello internazionale. E quasi tutti gli stati africani hanno accettato di farlo, se volevano beneficiare delle linee di credito offerte da Pechino. Oggi sono rimasti solo in quattro a riconoscere ancora Taiwan: Burkina Faso, Malawi, Swaziland e São Tomé e Príncipe.

La «dichiarazione di Beijing», sottoscritta al terzo Forum, ribadisce il principio che tutti gli stati del mondo, potenti o poveri, grandi o piccoli, devono trattarsi da «eguale a eguale». Chiede inoltre la riforma dell’Onu, con l’obiettivo di servire meglio tutti i membri della comunità internazionale, migliorando la rappresentazione e la partecipazione degli stati africani nel Consiglio di sicurezza.

Assicurarsi scorte di materie prime

La Cina è, dal 2005, il secondo consumatore di petrolio al mondo dopo gli Usa e ha un’economia in crescita vertiginosa (quasi il 10% l’anno, anche se la crisi mondiale ha ridotto questa cifra intorno al 7%). Ha bisogno di energia e materie prime per le sue industrie e per la popolazione. Il suo consumo di greggio era nel 2000 il 10% della domanda mondiale e diventerà il 20% nel 2010. Si stima che nel 2020 sarà costretta a importare il 60% del petrolio che brucia. Così come gli Usa, la Cina ha una priorità: garantirsi le riserve di petrolio per il futuro. L’Africa, grazie alla penetrazione degli ultimi anni, assicura oggi a Pechino oltre un quarto delle sue importazioni di greggio. Angola (primo in assoluto, ha superato l’Arabia Saudita), Sudan, Congo, Guinea Equatoriale e Nigeria sono i suoi fornitori principali. E il pilastro della politica estera cinese resta: «Non ingerenza negli affari interni degli stati». Approccio altamente apprezzato dai regimi africani.

Anche questo ha permesso a Pechino di conquistare lo sfruttamento di giacimenti petroliferi sudanesi, che alcune compagnie occidentali hanno dovuto lasciare a causa delle pressioni politiche Usa. La Cina, che ha un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu, ha più volte bloccato (minacciando il veto, ma senza usarlo) le risoluzioni che volevano mettere l’embargo al Sudan sull’esportazione del petrolio, se questi non si fosse impegnato a mettere fine ai massacri perpetrati nel Darfur. Ha inoltre disapprovato il mandato d’arresto del Tribunale penale internazionale contro il presidente sudanese Omar el Bashir.

I rapporti con il Sudan risalgono al 1997 e comprendono anche la vendita di svariate forniture di armamenti, sia ai tempi della guerra civile in Sud Sudan, sia ai giorni nostri. Ma il petrolio non è tutto. Molte altre sono le materie prime necessarie al miracolo economico cinese. La Cina estrae o importa da 48 paesi africani oro, ferro, cromo, platino, manganese, fosfato, cobalto, bauxite, uranio. E ancora tabacco, legname, cotone. Questi ultimi sono lavorati in patria e ritornano poi sul continente come manufatti.

Contratti «globali»

In cambio alle concessioni per l’estrazione Pechino fornisce prestiti a tasso agevolato e senza condizioni e offre grandi opere infrastrutturali a basso costo. Sono i cosiddetti «contratti globali» che comprendono aiuto allo sviluppo, annullamento del debito, prestiti, investimenti, tutto in cambio all’accesso alle materie prime.
Con l’Angola si parla di 10 miliardi di dollari di credito, concessi in cambio del petrolio. Luanda si è impegnata a fornire alle imprese cinesi il 70% del suo greggio. Così Chevron-Texaco e Total vedono limitarsi le loro possibilità di acquistare nuove concessioni petrolifere, a beneficio delle compagnie cinesi. Il credito è impiegato per grandi opere pubbliche, realizzate ancora da imprese cinesi.

Anche la Nigeria, con le sue riserve nel delta del Niger fa gola al gigante asiatico. Il 2006 è l’anno d’oro degli investimenti cinesi nel petrolio nigeriano: le principali società cinese, CNCP e CNOOC, le fanno da padroni nelle nuove concessioni, e il loro governo investe 4 miliardi per ristrutturare la raffineria di Kaduna, nel nord. In segno di riconoscenza la Cina promette di appoggiare la richiesta nigeriana di ottenere un posto permanente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Con lo Zimbabwe, altro regime «scomodo» come il Sudan, la Cina ha firmato per oltre un miliardo di dollari: costruzione di centrali termiche in cambio di diritti di estrazione mineraria. Il più grosso contratto globale è quello firmato con la Repubblica democratica del Congo a fine 2007. Cinque miliardi di dollari, di cui due subito, per il settore minerario. Con questi soldi in prestito la Cina finanzia una serie di cantieri (3.200 Km di ferrovia, 3.400 km di strada, 31 ospedali, ecc.) e vuole mettere le mani sugli enormi giacimenti di rame e di cobalto del paese.

Il braccio operativo finanziario della Cina in Africa è la China Exim (Export-Import) Bank. È lei che presta alle multinazionali (pubbliche) cinesi i soldi per gli investimenti in terra africana. Si stima che la Cina abbia 2.000 miliardi di dollari di riserva monetaria e per questo non ha problemi a pagare, oltre che a promettere. In effetti ha soppiantato la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale in materia di prestiti. Le condizioni poste sono talmente vantaggiose, da non essere redditizi per chi presta, se non a lungo termine. Il continente africano è anche un immenso mercato di 850 milioni di persone. Non solo per le grosse imprese statali, ma anche per le piccole medie imprese. Si valutano tra 600 e 800 le aziende cinesi (delle quali un quarto private) installate in Africa, mentre il numero dei cittadini cinesi sarebbe tra 500 e 750mila. Di questi una metà sono già naturalizzati, soprattutto in Africa australe, essendo immigrati già da parecchi decenni.

L’India non sta più a guardare

Il protagonismo della Cina in Africa ha avuto l’effetto di risvegliare un altro grande gigante asiatico: l’India. La quale avrebbe un vantaggio sull’avversario: può contare su grosse comunità afro-indiane, impiantate da quasi un secolo nell’Africa dell’est e del sud. “La diaspora indiana in Africa, se sostenuta in modo appropriato e aiutata ad espandersi, può permettere all’India di perseguire più efficacemente i suoi obiettivi geo-politici e geo-strategici”, scrive il commentatore politico indiano Makul Asher. E i suoi ministri non si stancano di ripetere, nelle loro visite nel continente, che “Africa e India hanno una storia e una cultura condivisa”.

La strategia indiana di cooperazione economica e politica con l’Africa ha una seconda particolarità: attore principale non è lo Stato ma il capitale e l’industria privati. Mentre l’intervento della Cina è guidato da una politica elaborata a livello centrale, e tradotta in pratica da società e imprese statali, l’intervento dell’India è affidato al dinamismo delle sue più importanti imprese private, a cui lo stato dà un appoggio diplomatico e di coordinamento, ma che accettano di mettere in gioco i propri capitali. È così che il colosso Tata, che opera in svariati settori industriali, la società farmaceutica Cipla, come pure il costruttore automobilistico Mahindra, hanno firmato accordi di investimento e joint-ventures, perché credono che l’Africa sia un mercato emergente per vendere i propri prodotti, ma anche un’opportunità per produrli in loco a costi più bassi. Anche il settore minerario e metallurgico ha suscitato interesse: in Nigeria, ad esempio, gli investimenti di imprese indiane hanno rilanciato le società Ajaokuta Iron e Alaja Steel Company.

Il petrolio, risorsa strategica

Il settore del petrolio diventerà sempre più strategico per gli investimenti indiani, data la necessità del paese di garantirsi l’approvvigionamento di questa fonte di energia. Già nel 2002 la Ongc Vinesh aveva rilevato in Sudan alcuni impianti petroliferi di società occidentali costrette ad abbandonare il paese. Ma è la Nigeria il paese in cui gli indiani sono più attivi, mentre accordi di prospezione lungo le coste dell’Oceano Indiano sono stati firmati recentemente.Il 21 gennaio di quest’anno si è tenuto a New Delhi il vertice economico India-Africa, organizzato dal Ministero indiano del Commercio. Vi hanno partecipato delegazioni di 30 nazioni africane. Sottolineato che dal 2001 al 2007 il commercio bilaterale è passato da 3,8 a 21 miliardi di dollari, l’India ha promesso di raddoppiare nei prossimi 5 anni le sue linee di credito. Un’intesa intanto è già stata avviata con il Comesa (Comunità economica dei paesi dell’Africa sud-orientale), che prevede diversi interventi nei settori dell’agricoltura, information technology, chimica, miniere e piccola-media industria.

C’è una terza particolarità nelle relazioni India-Africa. È stata espressa nella Dichiarazione di Delhi l’8 aprile 2008 durante il Forum India-Africa, che ha riunito nella capitale indiana 14 paesi africani. Si tratta di una serie di interessi comuni da promuovere a livello internazionale, che comprendono: la riforma dell’ONU, i cambiamenti climatici, la sicurezza alimentare ed energetica, la ricerca in campo medico, il terrorismo internazionale e una strategia comune nel WTO. In definitiva, l’India vuole far capire che non è solo interessata a concedere prestiti e costruire grosse infrastrutture in cambio delle risorse minerarie ed energetiche, come fa la Cina, ma ad aiutare l’Africa ad acquistare peso nell’agenda internazionale, coinvolgendola in prima persona nelle grandi questioni del futuro del pianeta.

Foto: Il cinese Jacob Wood, a capo di un piccolo impero industriale in Nigeria. Infogramma de La Stampa: i principali interessi economici cinesi in Africa.

di Marco Bello


 

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