Dalla tavola di Colorno ai fornelli di Dakar: la diplomazia del gusto che l'Italia esporta in Africa
Photo: NASA/Mark Knopp, Public domain, via Wikimedia Commons
Esistono forme di diplomazia che non passano dai ministeri degli Esteri né dai documenti firmati in conferenze stampa. Passano dai fornelli. Negli ultimi anni, alcune tra le più prestigiose scuole di alta cucina e formazione alberghiera italiana — da Colorno a Costigliole d'Asti — hanno avviato percorsi dedicati a giovani studenti africani, trasformando il saper fare tricolore in uno strumento di cooperazione che poco ha di retorico.
Seminari che diventano aule di laboratorio
Il modello è sorprendentemente semplice e insieme ambizioso: mettere a disposizione di giovani cuochi, pasticceri e dipendenti di sala provenienti da Nigeria, Senegal, Etiopia e Kenya strutture formative di eccellenza, spesso ospitate in antichi complessi conventuali e aristocratici restaurati proprio per accogliere queste scuole. Dove un tempo si formavano sacerdoti, oggi si formano professionisti dell'ospitalità.
Non si tratta di turismo formativo. I percorsi durano mesi, prevedono stage obbligatori in ristoranti e alberghi italiani — dai grandi alberghi delle località termali alle trattorie dell'Emilia — e si concludono con certificazioni riconosciute a livello internazionale. Un dettaglio tutt'altro che secondario: nel mercato lavorativo africano, un diploma europeo nel settore hospitality vale spesso più di una laurea locale.
Perché la cucina funziona dove altri progetti falliscono
Chi lavora nella cooperazione lo sa: i progetti falliscono quando il trasferimento di competenze avviene in una sola direzione. La formazione gastronomica, per sua natura, lavora nel senso opposto. Lo studente senegalese che impara a tirare la pasta fresca porta con sé tecniche di fermentazione, spezie e metodi di conservazione che in molti casi affascinano gli stessi docenti italiani.
Nei laboratori delle scuole italiane si sperimentano fusioni che nessun ufficio marketing avrebbe potuto ideare: il fonio lavorato come risotto, il tamarindo nella pasticceria leccese, il pesce della laguna di Dakar trattato con le tecniche dell'acqua pazza. Quando questi giovani tornano nei loro paesi — e la maggior parte lo fa, grazie a progetti di rientro finanziati — portano non solo un mestiere, ma un modo di pensare la cucina come identità ed economia insieme.
Le storie che valgono più dei bilanci
Prendiamo il caso di Aminata, ventisei anni, cresciuta tra i banchi di una scuola professionale gestita da missionari a Thiès, in Senegal. Selezione, corso di alta pasticceria in Italia, stage in una pasticceria piemontese, rientro: oggi gestisce una boutique di dolcetteria franco-francofortese a Dakar e ha assunto sei ragazzi del quartiere. O una storia come quella di Joseph, formatosi tra le cucine di una fondazione italiana e tornato ad Addis Abeba, dove coordina la ristorazione di una catena alberghiera locale e fa da referente per i nuovi tirocinanti africani in arrivo in Italia.
Sono storie individuali, certo. Ma moltiplicate per decine di borse di studio e centinaia di allievi, disegnano una rete informale di professionisti che parlano italiano, conoscono il nostro tessuto produttivo — dagli alimentari alle attrezzature professionali — e diventano ambasciatori commerciali senza averlo mai chiesto.
Soft power senza bandiere
Gli economisti la chiamano diplomazia culturale: la capacità di un paese di costruire influenza e simpatia attraverso ciò che sa fare bene. L'Italia, che in Africa subsahariana ha un peso geopolitico limitato, possiede invece un capitale simbolico enorme nel settore dell'enogastronomia e dell'ospitalità. Esportare formazione in questo campo significa piantare un seme che cresce lentamente ma radica in profondità.
Le fondazioni coinvolte lo dicono chiaramente nei loro bilanci: il costo di un anno di formazione per uno studente africano è paragonabile a quello di un progetto umanitario di medio dimensione, ma il ritorno — in termini di occupazione generata, imprese avviate, relazioni costruite — si misura su un arco di decenni.
Le sfide restano aperte
Sarebbe disonesto raccontare solo il lato luminoso. Il rischio del fuga dei cervelli esiste: alcuni allievi, una volta formatisi, scelgono di restare in Europa o di emigrare verso i paesi del Golfo. Le organizzazioni rispondono con clausole di rientro, finanziamenti per avviare attività nel paese d'origine e mentorship a distanza, ma la tensione tra libertà individuale e obiettivo di sviluppo resta.
C'è poi la questione dell'accesso: le selezioni sono rigorose e i posti in borsa studio pochissimi rispetto alla domanda. Chi non rientra nei parametri — spesso dettati anche dalla conoscenza dell'inglese o dell'italiano — resta fuori, alimentando la frustrazione di una generazione giovane che in Africa è la maggioranza.
Un ponte che si cammina
Alla fine, la misura di queste iniziative non sta nei comunicati né nei numeri dei partecipanti, ma nei ristoranti aperti, negli allievi formati a cascata, nelle forniture di prodotti italiani che arrivano a Lagos o Abidjan perché qualcuno sa esattamente quale farina chiedere. La diplomazia del gusto non fa notizia come i vertici internazionali, ma costruisce qualcosa che i vertici non riescono a costruire: familiarità, rispetto reciproco, un piatto condiviso. E in un continente dove l'età media è sotto i venti anni, scommettere sui giovani e sui loro mestieri è forse la forma di cooperazione più lungimirante che l'Italia possa permettersi.